La leggenda della Mano di Maddà
La leggenda della Mano di Maddà Tra ricerche d’archivio, testimonianze pastorali e memorie popolari: il mistero di Maddà, il personaggio che intreccia storia e mito aspromontano Share Contenuto 1. Le ricerche di Alfonso Picone2. La testimonianza del pastore Vincenzo “u Croccu”3. La mano impressa nel legno: un segno ancora visibile4. Storia o leggenda? Il collegamento con la storia: Berengario Maldà di Cardona5. Il contributo linguistico della tradizione grecanica6. Castelli, territori e potere: Il presidio delle alture e la logica del controllo7. Il ruolo dei castellani nella Calabria aragonese: Potere e fedeltà8. Signorie d’ufficio9. Berengario Maldà e il controllo di Amendolea10. La voce poetica di Coletta figlio di Antonello11. La lunga catena dei signori di Amendolea12. Maddà nella memoria popolare grecanica: paura, prepotenza e vendetta13. Maddà contro l’eroe popolare14. L’intervento del brigante Nino Martino15. Una storia di sangue tra fratelli16. Fonti e approfondimenti17. FAQ – La Leggenda della Mano di Maddà Le ricerche di Alfonso Picone Chiodo L’interesse per il toponimo Maddà nacque dagli studi di Alfonso Picone Chiodo, che lo individuò nelle carte IGM in agro di Cardeto, nei pressi dei Piani di Salo, lungo la strada che conduce al lago del Menta. Da quel momento, un semplice riferimento cartografico si trasformò in un enigma che intreccia storia, tradizione pastorale e memoria popolare. La testimonianza del pastore Vincenzo “u Croccu” L’aneddoto che riaccende un mito Il mito riprese vita grazie al racconto di Vincenzo Romeo, detto u Croccu, pastore di Croce di Melia. La sua testimonianza riportò alla luce la figura di un enigmatico personaggio chiamato Maddà. Copyright: Immagine pubblicata sul sito www.laltroaspromonte.it, tratta da un video prodotto da QuestoèAspromonte con la collaborazione di Alfonso Picone Chiodo. In foto: Alfonso Picone Chiodo e Vincenzo Romeo La mano impressa nel legno: un segno ancora visibile Secondo il racconto, un uomo chiamato Maddà, mentre veniva condotto via, “ttaccatu” (cioè arrestato e legato), esclamò «Sciogghitimi a manu mi fazzu Maddà, chi non sacciu si passu cchiù i ccà» poggiando la mano con tale forza su un abete da lasciarne impressa l’impronta, da risultare visibile ancora oggi. Immagine rappresentativa creata con AI Storia o leggenda? Il collegamento con la storia: Berengario Maldà di Cardona Lo studioso Pasquale Faenza ampliò il quadro interpretativo suggerendo, pur con cautela, un possibile legame tra Maddà e Berengario Maldà di Cardona, barone di Amendolea nella seconda metà del XV secolo. Il soprannome “Maddà”, pronunciato alla francese, è effettivamente attestato nelle comunità grecaniche, ma l’espressione tradizionale «mi fazzu maddà» sembra rimandare più a un’origine popolare e linguistica che a un riferimento storicamente circoscritto. Il contributo linguistico della tradizione grecanica Nella tradizione grecanica emergono legami lessicali interessanti. Faenza¹ ricorda che: – Il toponimo Maddà compare anche a Serra San Bruno; – il termine grecanico maddaricu indica una tela grossolana; – si dice ancora maddini di lana per riferirsi alla lana tosata; – nel vocabolario di Ferdinando d’Andrea, Maddà è presente come soprannome in località Condofuri. Castelli, territori e potere Il presidio delle alture e la logica del controllo La storia della Calabria medievale racconta un territorio aspro, frammentato, spesso difficile da governare, diviso amministrativamente in Citra e Ultra. In questo scenario, i castelli d’altura divennero presidi fondamentali. Tra essi spiccava Amendolea (Amigdalarum), antichissimo castrum del casale di Bova, arroccato a 358 metri sul livello del mare. Dalla sua rupe dominava l’intera vallata dell’Amendolea, controllando transiti, traffici e dinamiche territoriali. Oggi l’abitato si trova ai piedi del pendio, ma fino agli anni Cinquanta le case occupavano ancora la sommità della collina, mantenendo viva la memoria di quel passato strategico. Il ruolo dei castellani nella Calabria aragonese Potere e fedeltà Secondo il pensiero di Enea Silvio Bartolomeo Piccolomini, papa Pio II, il titolo di duca di Calabria non era attribuito casualmente ai primogeniti del re di Napoli. Chi riusciva a reggere quella «lontana, indocile provincia» dimostrava di avere la capacità di governare un intero regno. In questo quadro, la figura del castellano non era un semplice incarico militare. Egli incarnava fedeltà politica, capacità amministrativa e gestione territoriale. Immagine rappresentativa creata con AI Signorie d’ufficio Queste funzioni generarono vere e proprie “signorie d’ufficio”, poteri non ereditari, ma capaci di radicarsi profondamente sul territorio (in modo lecito o abusivo), talvolta assumendo forme paragonabili alle signorie feudali, pur restando formalmente subordinati alla Corona aragonese. Berengario Maldà e il controllo di Amendolea In questo sistema di poteri, emerge la figura di Berengario Maldà de Cadorna. Durante il periodo angioino-aragonese, nel 1459, Amendolea e quindi anche Roghudi e Roccaforte, vengono concesse da Ferrante d’Aragona a Berengario Maldà de Cadorna (già castellano della vicina Bova). Il provvedimento fu, in realtà, una dura punizione contro Antonello Amendolea, colpevole di aver sostenuto la causa angioina. Fiumara Amendolea Leggi di più No posts found La voce poetica di Coletta figlio di Antonello Mentre il potere cambiava, la cultura calabrese del Quattrocento trovava un interprete nella figura di Coletta, figlio di Antonello Amendolea. Rimatore in lingua volgare, compositore alla corte di Alfonso d’Aragona, Coletta rievocava la sua vallata con invettive pungenti, vivacità popolaresca e audacia espressiva. Una testimonianza letteraria che conserva ancora le memorie di una perdita familiare e territoriale. Non è sulo gentilomo/ quillo che nasce gentile,/ non le basta aver lo nomo/ si li fatte soi so’ vile La lunga catena dei signori di Amendolea Tuttavia, il castello di Amendolea non tornò mai alla famiglia Amendolea, passando nel 1495 a Bernardino Abenavoli del Franco, poi ai Martirano (1528-1532), ai Mendoza (1532-1597) e infine ai Ruffo di Bagnara (1624-1794). I Ruffo, pur non risiedendo direttamente ad Amendolea, delegavano la gestione del feudo a fiduciari chiamati baglivi, sostenuti da sgherri (bravi), garantendo così il controllo del territorio per oltre un secolo e mezzo. Maddà nella memoria popolare grecanica: paura, prepotenza e vendetta Nella memoria degli anziani di Roghudi e Gallicianò, il barone Maldà incarnava l’archetipo della prepotenza feudale, pronto a uccidere per futili motivi e a imporre lo ius primae noctis nelle terre sotto il suo controllo.Secondo la tradizione, fu eliminato dal proprio fratello, noto invece per essere un difensore del popolo. Un

