Nino Martino “Cacciadiavoli”: storia e mito del brigante calabrese
Nino Martino il Cacciadiavoli. Storia e mito del brigante che divenne leggenda Il brigante dell’Aspromonte diventato leggenda e venerato come un Santo Share Contenuto 1. L’uomo che divenne leggenda tra storia, ribellione e miracolo2. Il contesto storico del brigantaggio calabrese3. Le prime testimonianze storiche3-1. L’eroica resistenza di Malgeri3-2. L’assedio, la disfatta e la scia di sangue4. L’ascesa del brigante e la nascita dei “Diavoli del Sud”5. Agostino il Cecato, fratello per scelta6. La morte di Nino Martino: Tre versioni per una stessa sorte6-1. Versione 1: La tragedia del fuoco amico6-2. Versione 2: La vendetta dei compagni6-3. Versione 3: Tradimento e giustizia dei nobili7. Luoghi del mito: sulle tracce del Cacciadiavoli7-1. “Piazza” o “Monumento” Nino Martino7-2. La Grotta di Nino Martino7-3. Gambarie d’Aspromonte8. Brigante, santo, simbolo del Sud9. Note10. Fonti e approfondimenti11. Itinerari escursionistici12. FAQ – Domande frequenti L’uomo che divenne leggenda tra storia, ribellione e miracolo Tra i personaggi più enigmatici ed affascinanti del brigantaggio calabrese spicca la figura di Nino Martino, conosciuto come il Cacciadiavoli. Le fonti lo collocano tra XVI e XIX secolo, in un territorio incerto dove realtà e mito si contaminano in modo indissolubile. La sua storia si muove tra documenti d’epoca, narrazioni popolari, canti e memorie contadine. In questo mosaico culturale, Martino evolve da ribelle perseguitato a figura quasi sacra, destinato a diventare, secondo il folklore, protagonista di un prodigio che ancora oggi alimenta l’immaginario collettivo. Il contesto storico del brigantaggio calabrese La Calabria del Cinquecento era un territorio segnato da miseria e oppressione. Tasse gravose e angherie dei feudatari rendevano la vita dei braccianti e dei pastori una continua lotta per la sopravvivenza. È in questo scenario che nacquero le prime forme di ribellione armata. Bande di uomini che il popolo percepiva non come criminali, ma come difensori dei più deboli, eroi popolari dal fascino ambiguo e irresistibile. La loro fama cresceva sia per la protezione che ricevevano dalla gente, sia per l’uso strategico che i nobili facevano di loro, trasformandoli in strumenti di terrore e controllo. Fonte immagine: https://www.aboutartonline.com Le prime testimonianze storiche Una cronaca del cantor Tegani (1576) narra l’assalto di 43 banditi guidati da Ascanio Mosolino, Nino Martino, Marcello Scopelliti e Gio. Michele Tuscano alla casa di Colletta Malgeri, nei pressi di Ortì. Gli uomini di Martino, chiamati “schierati”, così temuti quanto ammirati, venivano descritti nella cronaca con parole che incutevano rispetto e al contempo destavano irresistibile curiosità:“…in specie davasi aria lieta di guerriglieri, vestendo colori smaglianti, la quale vita di avventure facea girar la testa a’ nostri villanzuoli, che tra i duri lavori di zappa undiansi canticchiare: A’ la campagna, a lu felici staria la campagna cu Ninu Martinuvestendu l’omini soi a la rialivestunu di damascu crimisinu!!!” L’eroica resistenza di Malgeri Malgeri, insieme a otto compagni, resistette valorosamente per oltre due ore, respingendo ogni tentativo d’irruzione fino a cadere mortalmente ferito all’interno della propria dimora. I banditi, frustrati dall’inefficacia dei loro assalti, pur avendo dato fuoco a due porte di una casa contigua, tentarono di abbattere l’abitazione con l’artiglieria. Tuttavia, la loro imprudenza si ritorse contro. Un barile di polvere lasciato troppo vicino prese fuoco, causando un’esplosione che ferì diversi assalitori, tra cui Nino Martino e Marcello Scopelliti. Questo fallimento costrinse i briganti ad abbandonare l’assalto. L’assedio, la disfatta e la scia di sangue Nel frattempo, altri sei banditi si riversarono nelle abitazioni circostanti, saccheggiando denaro e gioielli. Tra le vittime vi furono Silvio Barone e Baptista Rota, dalle cui case furono trafugati ducati, scudi e oggetti di valore. Durante questa incursione fu uccisa Grazia, la moglie di Rota, perché non riuscì a consegnare ulteriore denaro. Il sangue versato rimase come cruda testimonianza della brutalità dei banditi e dell’orrore che accompagnava le loro scorrerie. L’ascesa del brigante e la nascita dei “Diavoli del Sud” Secondo la narrazione ottocentesca, Martino avrebbe sviluppato una precoce ribellione alla durezza della vita rurale segnato dalle vessazioni dei potenti e alle ingiustizie dei poteri locali. Da bandito solitario divenne il capo di una banda organizzata, ricordata come i “Diavoli del Sud”. Perfetti conoscitori dell’Aspromonte, si muovevano tra boschi e grotte come creature selvatiche cercando al loro interno riparo e invisibilità. “Egli viveva nei boschi, a capo di una banda numerosa e agguerrita che, giusto l’espressione della leggenda, egli trattava alla riali, e cioè, con la magnificenza di un re. I suoi compagni vestiti di splendidi velluti avevano armi sopraffine, mangiavano robustamente, e vivevano come i lupi della montagna, magnifici, temuti a cento miglia d’intorno”. (Francesco Perri nel suo libro Racconti di Aspromonte, edizione Qualecultura) Edward Lear e la Calabria del XIX secolo Leggi di più No posts found Agostino il Cecato, fratello per scelta Congetture suggeriscono che Martino fosse un figlio illegittimo del principe di Bisignano, affidato a un pastore e poi respinto quando tentò di ritornare nel consesso civile. La tradizione calabrese lega a questa vicenda il destino di Agostino, figlio legittimo del principe e protagonista di un intreccio di vendette e legami inattesi. Rapito per vendetta da Martino in tenera età e cresciuto come un fratello, Agostino divenne col tempo il suo più fedele alleato. Si racconta che, per salvarlo da un agguato, Agostino perse un occhio, guadagnandosi il soprannome di “cecato”. Il momento più celebre del racconto lo vede salire sul patibolo travestito da monaco per confessare il condannato Martino. Ucciso il boia, liberò il brigante davanti alla folla, in una scena che richiama i codici del romanzo cavalleresco e alimenta il mito del brigante-eroe. La morte di Nino Martino: Tre versioni per una stessa sorte La morte del Cacciadiavoli è avvolta da tre affascinanti narrazioni, tutte profondamente radicate nel folklore calabrese. Versione 1: La tragedia del fuoco amico Padula narra che Martino fu ucciso dai suoi stessi compagni, che lo scambiarono per una spia mentre attendeva sull’uscio di casa la madre addormentata. ¹ Riconosciuto il volto amico, i compagni chiamarono la madre, portarono il corpo nella sua cantina seppellendolo sotto una botte di vino. Qui avvenne il prodigio. Si narra che Nino, dopo la morte violenta, si rialzò e inginocchiatosi dietro la
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