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borgo fantasma

Chiesa di San Salvatore, Africo Vecchio. Foto Claudio Bova

Africo

Africo Un viaggio nella memoria di un borgo dell’Aspromonte, tra testimonianze del passato, abbandono e il lento ritorno della natura. Tra le rovine riaffiorano storie, voci e tradizioni di una comunità che continua a custodire il legame profondo con la propria terra. Share Contenuto 1. Africo2. Le origini del nome: tra greco e latino3. Tracce di un passato perduto4. San Leo: il patrono che unisce Africo e Bova5. Tra isolamento, povertà e resistenza6. La tragica alluvione del 19517. La memoria locale e una diversa lettura degli eventi8. Tra storia e memoria collettiva9. Un esodo forzato: dalle montagne alla costa10. La nascita di Africo Nuovo tra speranze e contraddizioni11. Il difficile radicamento nella nuova terra12. Il volto antico di Africo Vecchio: isolamento, comunità e testimonianze di un borgo remoto13. La processione di San Leo: un filo tra passato e presente14. Conclusioni15. Consigli utili17. Fonti e approfondimenti Ci sono luoghi che, anche dopo essere stati abbandonati, continuano a raccontare la loro storia. L’antico borgo di Africo è uno di questi. Ancora oggi, tra pietre consumate dal tempo e ruderi avvolti dal silenzio, è possibile leggere le tracce di un rapporto profondo tra l’uomo e una terra aspra, fatta di sacrificio, resilienza e appartenenza. Un legame che ha forgiato l’identità dei suoi abitanti e che continua a vivere nella memoria collettiva, ben oltre l’abbandono del borgo. Le origini del nome: tra greco e latino Il nome di questo paese affonda le sue origini in un passato lontano, intrecciandosi con la storia, la lingua e le tradizioni che hanno attraversato questo territorio. Alcuni studiosi lo riconducono al termine greco àprichos (ἄπριχος), mentre altri lo fanno derivare dal latino apricus, due radici accomunate dal richiamo alla luce, al sole e a luoghi esposti al calore dei suoi raggi. Ma l’etimologia del nome rappresenta soltanto il primo indizio di un viaggio più ampio, che conduce indietro nei secoli, tra antichi miti, dominazioni, colonizzazioni e profonde esperienze spirituali che hanno contribuito a plasmare l’identità di questa terra. Tracce di un passato perduto Alcune ipotesi fanno risalire le origini dell’insediamento a un’epoca precedente alla colonizzazione magnogreca. Tuttavia, sono i reperti di età bizantina a fornire le testimonianze più attendibili dell’esistenza, in quest’area, di una comunità stabilmente organizzata. Con l’arrivo dei monaci basiliani, verosimilmente già a partire dal X secolo, Africo assunse un ruolo di rilievo nella spiritualità della Calabria. Questi religiosi, rifugiatisi tra le asperità dell’Aspromonte per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste dell’Impero bizantino, fondarono eremi e monasteri destinati a diventare importanti centri di preghiera, cultura e diffusione della fede. San Leo: il patrono che unisce Africo e Bova In epoca normanna, tra l’XI e il XII secolo, Africo fu legata a una figura di grande importanza religiosa: San Leo, patrono del paese. La tradizione narra che il santo nacque a Bova, uno dei borghi più iconici della Calabria grecanica, e che compì i suoi studi nel convento basiliano della SS. Annunziata di Africo prima di abbracciare la vita monastica. Questo legame tra Africo e Bova non è solo spirituale, ma anche storico e culturale, testimonianza di un’epoca in cui la Calabria era crocevia di popoli, lingue e tradizioni. Tra isolamento, povertà e resistenza Nel 1928, Umberto Zanotti Bianco, studioso e attivista meridionalista, si avventurò tra i sentieri impervi dell’Aspromonte per raggiungere Africo, un borgo arroccato nella Calabria più remota. Al suo fianco, il giovane Manlio Rossi Doria, futuro grande economista agrario. Quello che trovarono fu un microcosmo di sofferenza e abbandono, una realtà lontana anni luce dall’Italia che avanzava verso la modernità. Le case, molte ancora ferite dal terremoto del 1908, sembravano aggrappate alla montagna in bilico tra rovina e resistenza. Il paese era isolato geograficamente, tagliato fuori dalle vie di comunicazione, e la povertà era talmente radicata da plasmare ogni aspetto della vita quotidiana. A peggiorare la situazione, tasse indiscriminate gravavano su una popolazione che già faticava a sfamarsi. Lo Stato sembrava aver dimenticato Africo, lasciando i suoi abitanti in un limbo di sopravvivenza primitiva. Vita, miseria e costumi primitivi nel paese di Africo, marzo 1948 Il caso “Africo” © Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo: Il caso “Africo”. Servizio fotografico realizzato da Tino Petrelli nel 1948 sul paese di Africo. Le immagini possono essere state ridimensionate o adattate nel formato esclusivamente per esigenze grafiche e di impaginazione, senza alterarne il contenuto originale. La tragica alluvione del 1951 Le fonti storiche riportano che, nell’autunno del 1951, una violenta alluvione colpì il territorio di Africo e Casalnuovo. In pochi giorni, fiumi di fango e detriti devastarono case, campi e numerose aree circostanti, causando la morte di nove persone, tre ad Africo e sei a Casalnuovo e provocando ingenti danni. Di fronte alla gravità della situazione, le autorità disposero l’evacuazione dei due centri abitati. Migliaia di persone furono così costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, portando con sé soltanto ciò che riuscirono a salvare. La memoria locale e una diversa lettura degli eventi Accanto alla ricostruzione ufficiale, tuttavia, esiste una memoria locale che offre una lettura differente degli avvenimenti. Stando alle testimonianze tramandate da una parte degli abitanti di Africo vecchio, raccolte dallo scrittore Gioacchino Criaco, profondo conoscitore dell’Aspromonte, l’alluvione non avrebbe investito direttamente i centri abitati di Africo Vecchio e Casalnuovo. Fino alla metà degli anni Ottanta, infatti, gran parte delle abitazioni risultava ancora integra, spesso chiusa con gli arredi originali all’interno; soltanto una modesta frana avrebbe distrutto due o tre edifici. Secondo questa ricostruzione, i borghi, edificati su rilievi naturalmente dominanti le fiumare e i torrenti circostanti, sarebbero stati in parte protetti dalla loro stessa posizione geografica. Le vittime, pertanto, non sarebbero morte all’interno dei paesi, ma nelle campagne circostanti o durante il tentativo di attraversare i corsi d’acqua dei torrenti. skip render: ucaddon_post_list Tra storia e memoria collettiva Questa diversa prospettiva non intende negare la tragedia del 1951, ma invita a distinguere tra gli effetti dell’alluvione sul territorio e quelli sui centri abitati. La memoria collettiva degli africoti conserva infatti una narrazione che, per alcuni aspetti, si discosta dalla versione storica più comunemente riportata, offrendo una testimonianza significativa del

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Da Ortì ad Arasì alla scoperta di Perlupo

Da Ortì ad Arasì alla scoperta dell’antico borgo di Perlupo

Da Ortì ad Arasì alla scoperta dell’antico borgo di Perlupo Un’antica via si snoda tra i resti di un mondo perduto e sussurra memorie di un passato che ancora respira tra le pieghe dei monti Share Tra le alture di Ortì Tra le suggestive alture di Ortì, piccola frazione a circa 30 minuti da Reggio Calabria, si apre un sentiero che conduce tra i resti silenziosi di un passato dimenticato. A 667 metri sul livello del mare, nella località di Passo di Arasì, un’antica via si fa strada tra la fitta vegetazione evocando memorie di un passato che ancora vive tra questi monti. Perlupo: Il fascino senza tempo di un borgo dimenticato Davanti a noi, situato su un piccolo promontorio all’interno della valle,  si mostra il suggestivo borgo abbandonato di Perlupo noto localmente come “Pirrupu” (dal dialetto, “burrone“). L’antico insediamento si colloca in un contesto paesaggistico di straordinario valore storico e naturalistico. La sua posizione, infatti, offre una vista di rara suggestione sul torrente Annunziata e sulle acque dello Stretto di Messina.  Un sentiero tra memorie e natura Avanziamo lungo un sentiero stretto, fiancheggiato da casolari abbandonati e frammenti di un passato rurale. La vegetazione, fitta e vorace, nasconde un antico mulino, custode di storie dimenticate.  Tra i ruderi e il silenzio di Perlupo: Il passato che vive nei dettagli Giunti ai piedi del borgo, ci attende una ripida salita, un’ultima prova prima di accedere al cuore del paese. Qui, tra i ruderi di case, ovili e frantoi, ci muoviamo con rispetto, immersi in un’atmosfera carica di magia e di silenzio, che amplifica il significato di questi luoghi. Memorie tra le rovine di un borgo perduto L’eco di un’epoca lontana risuona tra le rovine di questo antico insediamento, citato nei testi storici come uno dei borghi colpiti dalle incursioni saracene del X secolo. Un tempo cuore pulsante di una comunità dedita all’agricoltura, il villaggio prosperava grazie alla fertilità delle sue terre e ai vivaci scambi commerciali con i centri vicini, di Trizzino, Arasì, Ortì, Straorino e Reggio Calabria.   Avventura selvaggia tra canne e dirupi Ci lasciamo alle spalle Perlupo, pronti a riprendere il cammino verso la località Alitio, snodo cruciale del sentiero di ritorno. L’impresa si presenta più complessa del previsto, l’accesso al greto del torrente Annunziata è più volte ostacolato da una fitta vegetazione di canne e rovi che nascondono insidiosi dirupi. Dopo una faticosa marcia nel cuore selvaggio della zona, raggiungiamo finalmente l’alveo del fiume, dove un varco umido e fangoso ci introduce in una gola angusta che ne aumenta il fascino dell’avventura. Verso Arasì: oltre la gola, il fascino della valle ai piedi del borgo Ci aggrappiamo agli arbusti per superare i costoni terrosi che si affacciano sul corso d’acqua, mentre il sentiero si snoda in un intreccio di radici e rocce. Superata la gola, il paesaggio si apre su un falso piano che si estende tra due promontori, offrendo una vista suggestiva sulla valle ai piedi del Borgo di Arasì. L’incontro con Antonio: La magia dell’ospitalità calabrese Lungo il cammino, incontriamo Antonio, un agricoltore dal sorriso sincero, di ritorno dai campi. Il suo passo è anticipato dal festoso abbaiare del suo fedele cagnolino, che si lancia in una corsa giocosa, subito accolto dall’esuberanza di Lilli. Con la naturale ospitalità della gente di questi luoghi, Antonio ci offre un passaggio sul retro del suo veicolo cassonato che noi accettiamo di buon grado. Camminare di notte Camminare di notte è ormai un rito, un’esperienza che riaccende l’emozione e alimenta il senso di avventura. Salutiamo il Borgo di Arasì che alle nostre spalle brilla tra i monti. Davanti, la città di Reggio Calabria si apre come un faro luminoso sulle acque dello Stretto. Anche questa volta torniamo a casa con il peso della stanchezza, ma con la ricchezza delle nostre conquiste e dei panorami che rimarranno impressi nella memoria. Autore: Claudio Bova ©Riproduzione riservata Benvenuti Ciao sono Claudio, insieme a Monika e alla piccola Lilli giro per la Calabria in cerca di nuovi luoghi da esplorare e da raccontare. Diario di viaggio raccoglie tutte le nostre avventure, se vuoi sapere qualcosa in più su di noi e sulla nostra passione ‘clicca qui‘ Seguici sui social Facebook-f Instagram Youtube Whatsapp Telegram I nostri video racconti Consigli utili Cani da pastore: Come gestire l’incontro con calma e sicurezza Zecche: cosa sono, quali pericoli portano e come tenerle lontane Zecche: difese efficaci per il tuo cane Processionaria: Come difendere i nostri amici animali Trekking con il cane: 12 consigli utili per affrontare al meglio l’avventura Kit fuoco: 7 strumenti essenziali per accendere l’avventura! Bastoni da trekking: consigli per l’acquisto No posts found Iscriviti alla newsletter Niente SPAM promesso! 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