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I Greci di Calabria e il patrimonio genetico dell’Aspromonte

I Greci di Calabria e il patrimonio genetico dell’Aspromonte: la storia di un isolamento lungo i secoli Quanto ha inciso l’isolamento dell’Aspromonte sul patrimonio genetico dei Greci di Calabria? La scienza svela una storia sorprendente Share Contenuto 1. Quando la montagna conserva una memoria antica2. Una ricerca per leggere la storia attraverso il DNA3. L’Aspromonte come laboratorio naturale della storia4. Il segno dell’isolamento5. Non significa essere “geneticamente greci”6. Una storia che comincia molto prima della Magna Grecia7. Il patrimonio comune dell’Italia meridionale8. Quando l’isolamento lascia il segno9. Non tutte le comunità dell’Aspromonte sono uguali10. Perché queste popolazioni sono importanti per la ricerca scientifica11. Un patrimonio che è genetico, linguistico e culturale12. Una storia ancora da studiare13. Fonte scientifica Nota editoriale Questo articolo ha finalità esclusivamente culturali e divulgative e sintetizza, in forma accessibile, i risultati dello studio pubblicato su Scientific Reports. Le semplificazioni adottate rispondono esclusivamente a esigenze di comunicazione e non sostituiscono la consultazione della pubblicazione scientifica originale.I riferimenti alla genetica e alle popolazioni sono riportati esclusivamente nel contesto dello studio citato e non intendono definire identità etniche, razziali o nazionali, né attribuire caratteristiche genetiche ai singoli individui.Per metodologia, dati e conclusioni scientifiche si rimanda alla pubblicazione originale e ai suoi autori. Quando la montagna conserva una memoria antica Nel cuore dell’Aspromonte, alcune piccole comunità della Calabria hanno conservato per secoli una lingua di origine greca. Ma la loro storia non è custodita soltanto nelle parole, nelle tradizioni e nei luoghi. Uno studio pubblicato nel 2021 sulla rivista scientifica internazionale Scientific Reports ha individuato nelle popolazioni di queste comunità tracce di una storia antica, fatta di legami con il Mediterraneo orientale e di un lungo isolamento tra le montagne dell’Aspromonte. È una storia di incontri, migrazioni e separazioni, nella quale la montagna ha avuto un ruolo decisivo. Per generazioni, la distanza dai grandi centri abitati e i limitati contatti con altre popolazioni hanno contribuito a preservare caratteristiche genetiche peculiari, distinguendo queste comunità da altre popolazioni dell’Italia meridionale. Così, tra i rilievi dell’Aspromonte, la memoria del passato non è conservata soltanto nella lingua e nella cultura. È rimasta impressa anche nelle tracce biologiche di chi, per secoli, ha abitato queste montagne. skip render: ucaddon_post_list Una ricerca per leggere la storia attraverso il DNA Per capire meglio l’origine e la storia dei Greci di Calabria, i ricercatori hanno confrontato il DNA di diverse comunità dell’Italia meridionale, comprese quelle dell’Aspromonte dove il Greco di Calabria è ancora parlato. Il confronto ha mostrato che gli abitanti dell’Aspromonte appartengono alla stessa grande storia genetica del Sud Italia, ma presentano anche caratteristiche proprie. Le differenze sono ancora più evidenti nelle comunità che hanno conservato la lingua greca e che, per la loro posizione geografica, sono rimaste più isolate. Il DNA conferma ciò che la storia e la geografia già suggerivano: più una comunità è rimasta separata nel tempo, più il suo patrimonio genetico ha seguito un percorso particolare. ( a ) Mappa di campionamento che mostra la posizione geografica approssimativa delle popolazioni analizzate. I punti di campionamento sono codificati a colori in base alla provincia di origine: Benevento ( blu ); Castrovillari ( viola ); Catanzaro ( magenta ); campioni precedentemente raccolti da Reggio Calabria ( arancione ); campioni di nuova raccolta da Reggio Calabria ( oro ). I due riquadri ingranditi mostrano in dettaglio le posizioni di campionamento dei villaggi nella provincia di Reggio Calabria (a sinistra) e nella provincia di Catanzaro (a destra), rispettivamente. ( b ) Mappa storica che mostra l’estensione approssimativa del Parco Nazionale dell’area montuosa dell’Aspromonte (in rosa) e l’estensione dell’area di lingua greca in diversi periodi, come riportato nella legenda in alto a sinistra. La mappa geografica è stata generata con il pacchetto RgoogleMaps [v. 1.4.1] 92 (URL: http://www.jstatsoft.org/v63/i04/ ) del software R [v. 3.2.4] ( https://www.r-project.org/ ) L’Aspromonte come laboratorio naturale della storia Secondo la ricerca, proprio nelle comunità rimaste più isolate, Roghudi, Gallicianò, Condofuri e Roccaforte del Greco, si trovano le differenze genetiche più evidenti rispetto alle altre popolazioni calabresi studiate. In altre parole, la stessa montagna che per secoli ha aiutato a proteggere il Greco di Calabria ha contribuito anche a conservare alcune caratteristiche genetiche proprie di queste comunità. Analisi delle componenti principali e analisi di clustering FineSTRUCTURE eseguite sul dataset di confronto esteso delle popolazioni moderne. I diagrammi a dispersione delle ( a ) prime vs. seconde e ( b ) seconde vs. quarte componenti principali sono riportati nella parte superiore del grafico. Gli individui sono codificati a colori in base alla loro posizione geografica. Le popolazioni recentemente analizzate dell’Italia meridionale e, più specificamente, quelle dell’area montuosa dell’Aspromonte sono etichettate rispettivamente nel primo e nel secondo grafico. ( c ) Dendrogramma di clustering gerarchico FineSTRUCTURE calcolato tra le coppie di individui moderni inclusi nel dataset di confronto esteso. I 13 cluster rilevati, qui evidenziati con colori diversi, sono altamente concordanti con le etichette delle popolazioni. Per l’annotazione dettagliata degli individui all’interno di ciascun cluster vedere la Figura supplementare S3: https://www.nature.com/articles/s41598-021-82591-9#MOESM1 Il segno dell’isolamento Il motivo è legato soprattutto alla storia di questi luoghi. Per secoli, la posizione isolata di molti centri dell’Aspromonte ha limitato gli scambi con le popolazioni vicine. Generazione dopo generazione, questo isolamento ha lasciato una traccia nel patrimonio genetico locale. Non si tratta, quindi, di una popolazione completamente separata dal resto del Mezzogiorno. I Greci di Calabria condividono una storia genetica comune con le altre popolazioni meridionali, ma conservano anche caratteristiche proprie, modellate dal lungo isolamento dell’Aspromonte. È proprio questa combinazione tra antiche origini comuni e isolamento nel tempo a rendere le comunità greco-calabresi particolarmente interessanti per la ricerca. Modelli intrapopolazionali di variazione genetica nelle popolazioni dell’Italia meridionale recentemente analizzate. ( a ) Distribuzione dell’indice di omozigosi a livello genomico Fhom e ( b ) lunghezza totale delle ROH (KB) rappresentata in funzione del numero di ROH (NSEG). Codifica a colori come segue: Benevento ( blu ), Castrovillari ( viola ), Catanzaro ( magenta ) e area dell’Aspromonte di Reggio Calabria ( arancione ). Non significa essere “geneticamente greci” Lo studio

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Rappresentazione simbolica della mano di Maddà impressa nel legno secondo la tradizione

La leggenda della Mano di Maddà

La leggenda della Mano di Maddà Tra ricerche d’archivio, testimonianze pastorali e memorie popolari: il mistero di Maddà, il personaggio che intreccia storia e mito aspromontano Share Contenuto 1. Le ricerche di Alfonso Picone2. La testimonianza del pastore Vincenzo “u Croccu”3. La mano impressa nel legno: un segno ancora visibile4. Storia o leggenda? Il collegamento con la storia: Berengario Maldà di Cardona5. Il contributo linguistico della tradizione grecanica6. Castelli, territori e potere: Il presidio delle alture e la logica del controllo7. Il ruolo dei castellani nella Calabria aragonese: Potere e fedeltà8. Signorie d’ufficio9. Berengario Maldà e il controllo di Amendolea10. La voce poetica di Coletta figlio di Antonello11. La lunga catena dei signori di Amendolea12. Maddà nella memoria popolare grecanica: paura, prepotenza e vendetta13. Maddà contro l’eroe popolare14. L’intervento del brigante Nino Martino15. Una storia di sangue tra fratelli16. Fonti e approfondimenti17. FAQ – La Leggenda della Mano di Maddà Le ricerche di Alfonso Picone Chiodo L’interesse per il toponimo Maddà nacque dagli studi di Alfonso Picone Chiodo, che lo individuò nelle carte IGM in agro di Cardeto, nei pressi dei Piani di Salo, lungo la strada che conduce al lago del Menta. Da quel momento, un semplice riferimento cartografico si trasformò in un enigma che intreccia storia, tradizione pastorale e memoria popolare.  La testimonianza del pastore Vincenzo “u Croccu” L’aneddoto che riaccende un mito Il mito riprese vita grazie al racconto di Vincenzo Romeo, detto u Croccu, pastore di Croce di Melia. La sua testimonianza riportò alla luce la figura di un enigmatico personaggio chiamato Maddà. Copyright: Immagine pubblicata sul sito www.laltroaspromonte.it, tratta da un video prodotto da QuestoèAspromonte con la collaborazione di Alfonso Picone Chiodo. In foto: Alfonso Picone Chiodo e Vincenzo Romeo La mano impressa nel legno: un segno ancora visibile Secondo il racconto, un uomo chiamato Maddà, mentre veniva condotto via, “ttaccatu” (cioè arrestato e legato), esclamò «Sciogghitimi a manu mi fazzu Maddà, chi non sacciu si passu cchiù i ccà» poggiando la mano con tale forza su un abete da lasciarne impressa l’impronta, da risultare visibile ancora oggi. Immagine rappresentativa creata con AI Storia o leggenda? Il collegamento con la storia: Berengario Maldà di Cardona Lo studioso Pasquale Faenza ampliò il quadro interpretativo suggerendo, pur con cautela, un possibile legame tra Maddà e Berengario Maldà di Cardona, barone di Amendolea nella seconda metà del XV secolo. Il soprannome “Maddà”, pronunciato alla francese, è effettivamente attestato nelle comunità grecaniche, ma l’espressione tradizionale «mi fazzu maddà» sembra rimandare più a un’origine popolare e linguistica che a un riferimento storicamente circoscritto. Il contributo linguistico della tradizione grecanica Nella tradizione grecanica emergono legami lessicali interessanti. Faenza¹ ricorda che: – Il toponimo Maddà compare anche a Serra San Bruno; – il termine grecanico maddaricu indica una tela grossolana; – si dice ancora maddini di lana per riferirsi alla lana tosata; – nel vocabolario di Ferdinando d’Andrea, Maddà è presente come soprannome in località Condofuri. Castelli, territori e potere Il presidio delle alture e la logica del controllo La storia della Calabria medievale racconta un territorio aspro, frammentato, spesso difficile da governare, diviso amministrativamente in Citra e Ultra. In questo scenario, i castelli d’altura divennero presidi fondamentali. Tra essi spiccava Amendolea (Amigdalarum), antichissimo castrum del casale di Bova, arroccato a 358 metri sul livello del mare. Dalla sua rupe dominava l’intera vallata dell’Amendolea, controllando transiti, traffici e dinamiche territoriali. Oggi l’abitato si trova ai piedi del pendio, ma fino agli anni Cinquanta le case occupavano ancora la sommità della collina, mantenendo viva la memoria di quel passato strategico. Il ruolo dei castellani nella Calabria aragonese Potere e fedeltà Secondo il pensiero di Enea Silvio Bartolomeo Piccolomini, papa Pio II, il titolo di duca di Calabria non era attribuito casualmente ai primogeniti del re di Napoli. Chi riusciva a reggere quella «lontana, indocile provincia» dimostrava di avere la capacità di governare un intero regno. In questo quadro, la figura del castellano non era un semplice incarico militare. Egli incarnava fedeltà politica, capacità amministrativa e gestione territoriale. Immagine rappresentativa creata con AI Signorie d’ufficio Queste funzioni generarono vere e proprie “signorie d’ufficio”, poteri non ereditari, ma capaci di radicarsi profondamente sul territorio (in modo lecito o abusivo), talvolta assumendo forme paragonabili alle signorie feudali, pur restando formalmente subordinati alla Corona aragonese. Berengario Maldà e il controllo di Amendolea In questo sistema di poteri, emerge la figura di Berengario Maldà de Cadorna. Durante il periodo angioino-aragonese, nel 1459, Amendolea e quindi anche Roghudi e Roccaforte, vengono concesse da Ferrante d’Aragona a Berengario Maldà de Cadorna (già castellano della vicina Bova). Il provvedimento fu, in realtà, una dura punizione contro Antonello Amendolea, colpevole di aver sostenuto la causa angioina. skip render: ucaddon_post_list La voce poetica di Coletta figlio di Antonello Mentre il potere cambiava, la cultura calabrese del Quattrocento trovava un interprete nella figura di Coletta, figlio di Antonello Amendolea. Rimatore in lingua volgare, compositore alla corte di Alfonso d’Aragona, Coletta rievocava la sua vallata con invettive pungenti, vivacità popolaresca e audacia espressiva. Una testimonianza letteraria che conserva ancora le memorie di una perdita familiare e territoriale. Non è sulo gentilomo/ quillo che nasce gentile,/ non le basta aver lo nomo/ si li fatte soi so’ vile La lunga catena dei signori di Amendolea Tuttavia, il castello di Amendolea non tornò mai alla famiglia Amendolea, passando nel 1495 a Bernardino Abenavoli del Franco, poi ai Martirano (1528-1532), ai Mendoza (1532-1597) e infine ai Ruffo di Bagnara (1624-1794). I Ruffo, pur non risiedendo direttamente ad Amendolea, delegavano la gestione del feudo a fiduciari chiamati baglivi, sostenuti da sgherri (bravi), garantendo così il controllo del territorio per oltre un secolo e mezzo.  Maddà nella memoria popolare grecanica: paura, prepotenza e vendetta Nella memoria degli anziani di Roghudi e Gallicianò, il barone Maldà incarnava l’archetipo della prepotenza feudale, pronto a uccidere per futili motivi e a imporre lo ius primae noctis nelle terre sotto il suo controllo.Secondo la tradizione, fu eliminato dal proprio fratello, noto invece per essere un difensore del popolo. Un contrasto dal sapore epico, tipico

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Rievocazione storica di una banda di briganti con abiti in velluto e damasco, simili ai “Diavoli del Sud” di Nino Martino.

Nino Martino “Cacciadiavoli”: storia e mito del brigante calabrese

Nino Martino il Cacciadiavoli. Storia e mito del brigante che divenne leggenda Il brigante dell’Aspromonte diventato leggenda e venerato come un Santo Share Contenuto 1. L’uomo che divenne leggenda tra storia, ribellione e miracolo2. Il contesto storico del brigantaggio calabrese3. Le prime testimonianze storiche3-1. L’eroica resistenza di Malgeri3-2. L’assedio, la disfatta e la scia di sangue4. L’ascesa del brigante e la nascita dei “Diavoli del Sud”5. Agostino il Cecato, fratello per scelta6. La morte di Nino Martino: Tre versioni per una stessa sorte6-1. Versione 1: La tragedia del fuoco amico6-2. Versione 2: La vendetta dei compagni6-3. Versione 3: Tradimento e giustizia dei nobili7. Luoghi del mito: sulle tracce del Cacciadiavoli7-1. “Piazza” o “Monumento” Nino Martino7-2. La Grotta di Nino Martino7-3. Gambarie d’Aspromonte8. Brigante, santo, simbolo del Sud9. Note10. Fonti e approfondimenti11. Itinerari escursionistici12. FAQ – Domande frequenti L’uomo che divenne leggenda tra storia, ribellione e miracolo Tra i personaggi più enigmatici ed affascinanti del brigantaggio calabrese spicca la figura di Nino Martino, conosciuto come il Cacciadiavoli. Le fonti lo collocano tra XVI e XIX secolo, in un territorio incerto dove realtà e mito si contaminano in modo indissolubile. La sua storia si muove tra documenti d’epoca, narrazioni popolari, canti e memorie contadine. In questo mosaico culturale, Martino evolve da ribelle perseguitato a figura quasi sacra, destinato a diventare, secondo il folklore, protagonista di un prodigio che ancora oggi alimenta l’immaginario collettivo. Il contesto storico del brigantaggio calabrese La Calabria del Cinquecento era un territorio segnato da miseria e oppressione. Tasse gravose e angherie dei feudatari rendevano la vita dei braccianti e dei pastori una continua lotta per la sopravvivenza. È in questo scenario che nacquero le prime forme di ribellione armata. Bande di uomini che il popolo percepiva non come criminali, ma come difensori dei più deboli, eroi popolari dal fascino ambiguo e irresistibile. La loro fama cresceva sia per la protezione che ricevevano dalla gente, sia per l’uso strategico che i nobili facevano di loro, trasformandoli in strumenti di terrore e controllo. Fonte immagine: https://www.aboutartonline.com Le prime testimonianze storiche Una cronaca del cantor Tegani (1576) narra l’assalto di 43 banditi guidati da Ascanio Mosolino, Nino Martino, Marcello Scopelliti e Gio. Michele Tuscano alla casa di Colletta Malgeri, nei pressi di Ortì. Gli uomini di Martino, chiamati “schierati”, così temuti quanto ammirati, venivano descritti nella cronaca con parole che incutevano rispetto e al contempo destavano irresistibile curiosità:“…in specie davasi aria lieta di guerriglieri, vestendo colori smaglianti, la quale vita di avventure facea girar la testa a’ nostri villanzuoli, che tra i duri lavori di zappa undiansi canticchiare: A’ la campagna, a lu felici staria la campagna cu Ninu Martinuvestendu l’omini soi a la rialivestunu di damascu crimisinu!!!” L’eroica resistenza di Malgeri Malgeri, insieme a otto compagni, resistette valorosamente per oltre due ore, respingendo ogni tentativo d’irruzione fino a cadere mortalmente ferito all’interno della propria dimora. I banditi, frustrati dall’inefficacia dei loro assalti, pur avendo dato fuoco a due porte di una casa contigua, tentarono di abbattere l’abitazione con l’artiglieria. Tuttavia, la loro imprudenza si ritorse contro. Un barile di polvere lasciato troppo vicino prese fuoco, causando un’esplosione che ferì diversi assalitori, tra cui Nino Martino e Marcello Scopelliti. Questo fallimento costrinse i briganti ad  abbandonare l’assalto. L’assedio, la disfatta e la scia di sangue Nel frattempo, altri sei banditi si riversarono nelle abitazioni circostanti, saccheggiando denaro e gioielli. Tra le vittime vi furono Silvio Barone e Baptista Rota, dalle cui case furono trafugati ducati, scudi e oggetti di valore. Durante questa incursione fu uccisa Grazia, la moglie di Rota, perché non riuscì a consegnare ulteriore denaro. Il sangue versato rimase come cruda testimonianza della brutalità dei banditi e dell’orrore che accompagnava le loro scorrerie. L’ascesa del brigante e la nascita dei “Diavoli del Sud” Secondo la narrazione ottocentesca, Martino avrebbe sviluppato una precoce ribellione alla durezza della vita rurale segnato dalle vessazioni dei potenti e alle ingiustizie dei poteri locali. Da bandito solitario divenne il capo di una banda organizzata, ricordata come i “Diavoli del Sud”. Perfetti conoscitori dell’Aspromonte, si muovevano tra boschi e grotte come creature selvatiche cercando al loro interno riparo e invisibilità. “Egli viveva nei boschi, a capo di una banda numerosa e agguerrita che, giusto l’espressione della leggenda, egli trattava alla riali, e cioè, con la magnificenza di un re. I suoi compagni vestiti di splendidi velluti avevano armi sopraffine, mangiavano robustamente, e vivevano come i lupi della montagna, magnifici, temuti a cento miglia d’intorno”. (Francesco Perri nel suo libro Racconti di Aspromonte, edizione Qualecultura) skip render: ucaddon_post_list Agostino il Cecato, fratello per scelta Congetture suggeriscono che Martino fosse un figlio illegittimo del principe di Bisignano, affidato a un pastore e poi respinto quando tentò di ritornare nel consesso civile. La tradizione calabrese lega a questa vicenda il destino di Agostino, figlio legittimo del principe e protagonista di un intreccio di vendette e legami inattesi. Rapito per vendetta da Martino in tenera età e cresciuto come un fratello, Agostino divenne col tempo il suo più fedele alleato. Si racconta che, per salvarlo da un agguato, Agostino perse un occhio, guadagnandosi il soprannome di “cecato”. Il momento più celebre del racconto lo vede salire sul patibolo travestito da monaco per confessare il condannato Martino. Ucciso il boia, liberò il brigante davanti alla folla, in una scena che richiama i codici del romanzo cavalleresco e alimenta il mito del brigante-eroe. La morte di Nino Martino: Tre versioni per una stessa sorte La morte del Cacciadiavoli è avvolta da tre affascinanti narrazioni, tutte profondamente radicate nel folklore calabrese. Versione 1: La tragedia del fuoco amico Padula narra che Martino fu ucciso dai suoi stessi compagni, che lo scambiarono per una spia mentre attendeva sull’uscio di casa la madre addormentata. ¹ Riconosciuto il volto amico, i compagni chiamarono la madre, portarono il corpo nella sua cantina seppellendolo sotto una botte di vino. Qui avvenne il prodigio.  Si narra che Nino, dopo la morte violenta, si rialzò e inginocchiatosi dietro la botte, continuò a far sgorgare vino attraverso un sarmento, un ramo

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Edward Lear e la Calabria del XIX secolo

Edward Lear e la Calabria del XIX secolo La Calabria dell’Ottocento: tra mito, natura e mistero Share Contenuto 1. La terra del Sud che affascinò i viaggiatori stranieri2. La “Calabria Ulteriore Prima”: il volto antico dell’estremo Sud3. Edward Lear: l’artista inglese che scoprì la Calabria4. Un viaggio di scoperta nel cuore del Mediterraneo5. Il viaggio in Calabria del 1847: alla scoperta dell’Aspromonte6. “Diario di un viaggio a piedi”: la Calabria raccontata da Lear7. Il Santuario di Polsi: il cuore spirituale dell’Aspromonte8. L’eredità di Edward Lear e la riscoperta moderna della Calabria selvaggia9. Fonti e approfondimenti La terra del Sud che affascinò i viaggiatori stranieri Nel cuore del XIX secolo, la Calabria si presentava come una terra ancora sconosciuta. Viaggiatori stranieri provenienti da tutta Europa giungevano fin qui attratti dal fascino magnogreco, dalle tradizioni popolari e dal mito romantico del brigantaggio, simbolo di un Sud arcaico e ribelle. skip render: ucaddon_post_list La “Calabria Ulteriore Prima”: il volto antico dell’estremo Sud Un territorio aspro, ma ricco di storia e cultura All’epoca, la parte meridionale della regione era conosciuta come “Calabria Ulteriore Prima”: un territorio aspro, ma ricco di storia e cultura.Artisti e intellettuali dell’Ottocento intrapresero lunghi viaggi per conoscerne usi, costumi e paesaggi, animati dal desiderio di raccontare l’anima più autentica dell’Italia meridionale. Fonte: Diario di un viaggio a piedi Calabria 1847 / Edward Lear – Parallelo 38, 1976 Edward Lear: l’artista inglese che scoprì la Calabria Un inglese tra arte e curiosità mediterranea Tra i grandi protagonisti di questi viaggi c’è Edward Lear (1812–1888), figura emblematica della letteratura satirica. Pittore, illustratore, poeta e musicista, Lear è ricordato per la sua doppia anima: artista paesaggista e autore di testi ironici e giocosi, come A Book of Nonsense (1846) e Laughable Lyrics. Fu apprezzato persino dalla famiglia reale inglese, tanto da insegnare disegno alla regina Vittoria. Un viaggio di scoperta nel cuore del Mediterraneo Prima di giungere in Italia, Lear aveva esplorato Grecia, Albania, le Isole Ionie e la Corsica, pubblicando diari illustrati di straordinaria bellezza.Tra le sue opere naturalistiche più famose si ricorda Illustrations of the Family of Psittacidae or Parrots, dedicata ai pappagalli tropicali. Il viaggio in Calabria del 1847: alla scoperta dell’Aspromonte Da Reggio Calabria ai sentieri dell’entroterra Nel 1847, partendo dalla Sicilia, Edward Lear sbarcò a Reggio Calabria, pronto a esplorare una regione ancora ignota ai viaggiatori europei.Accompagnato dall’amico John Proby e dalla guida locale Ciccio con il suo asino, percorse a piedi le vallate dell’Aspromonte, attraversando borghi grecofoni, fiumare e uliveti secolari. L’esperienza durò dal 25 luglio al 5 settembre e segnò profondamente l’artista, che rimase affascinato dalla cordialità e ospitalità dei calabresi, considerate un’eredità sacra delle antiche civiltà classiche. skip render: ucaddon_post_list “Diario di un viaggio a piedi”: la Calabria raccontata da Lear Un capolavoro della letteratura di viaggio Nel 1852 Lear pubblicò a Londra “Journals of a Landscape Painter in Southern Calabria”, tradotto in Italia come “Diario di un viaggio a piedi”.Quest’opera rappresenta una pietra miliare della letteratura di viaggio ottocentesca, offrendo uno dei primi resoconti illustrati della Calabria meridionale. Attraverso acquerelli e incisioni, Lear immortalò paesaggi aspri e struggenti, scene di vita contadina e panorami sospesi tra cielo e mare.Il suo sguardo, al tempo stesso poetico e realistico, restituisce una Calabria viva, intrisa di dignità e di antiche tradizioni.  Fonte: Diario di un viaggio a piedi Calabria 1847 / Edward Lear – Parallelo 38, 1976 – (Palizzi) Il Santuario di Polsi: il cuore spirituale dell’Aspromonte Tra le tappe più evocative spicca il Santuario di Santa Maria di Polsi, antico cuore spirituale dell’Aspromonte. Immerso in un paesaggio aspro e incontaminato, crocevia tra devozione popolare e natura primordiale, ancora oggi conserva l’aura di sacralità descritta dall’artista. Senza dubbio, Santa Maria di Polsi è una delle più notevoli scene che io abbia mai visto; l’edificio è pittoresco, ma non molto antico, senza pretese di gusto architettonico; ed è situato in alto sopra il grande torrente, che viene in giù dalla vera cima dell’Aspromonte, la cui vetta – Montalto – è il tetto e la corona del paesaggio. Il carattere perpendicolare dello scenario è sorprendente, le rupi boscose da sinistra a destra lo chiudono come le quinte di un teatro; e poiché nessun altro edificio è in vista, l’incanto e la solitudine di questo luogo è completo”. L’eredità di Edward Lear e la riscoperta moderna della Calabria selvaggia L’itinerario percorso da Edward Lear è oggi diventato un noto percorso di trekking e di esplorazione culturale chiamato: “Il Sentiero dell’Inglese“. Il cammino attraversa i paesaggi selvaggi e affascinanti del Parco Nazionale dell’Aspromonte e della Calabria Grecanica, guidando i moderni viaggiatori verso luoghi che Lear descrisse con meraviglia nelle sue pagine. Il suo “Diario di un viaggio a piedi” è considerato una finestra letteraria e artistica sulla Calabria del XIX secolo, ancora capace di emozionare studiosi, turisti e amanti della storia.  Fonti e approfondimenti – Edward Lear – Edward Lear: diario di un viaggio a piedi – Il lungo Cammino del Sentiero dell’Inglese – Edward Lear: Sguardi nuovi per vecchi sentieri – Il Sentiero dell’Inglese: in viaggio con Edward Lear nell’anima della Calabria – Edward Lear (1812-1888). Nuovi ‘ritratti’ di paesi e paesaggi di Calabria – Il Sentiero dell’inglese – WWF Progetto C.A.D.I.S.P.A.Ospitalità diffusa in Aspromonte orientale – Per la Calabria selvaggia Autore: Claudio Bova ©Riproduzione riservata Sostieni il progetto! 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Sentiero dell'Inglese

Tra Pietrapennata e Staiti: viaggio nel cuore dell’Aspromonte greco

Tra Pietrapennata e Staiti: viaggio nel cuore dell’Aspromonte greco Trekking, storia e spiritualità nel cuore della Calabria greca Share Contenuto 1. Pietrapennata: dove il tempo si è fermato2. I martisi3. Tra le case e il silenzio del borgo4. Verso Staiti: dove la montagna incontra il mare5. Staiti: Un luogo fuori dal tempo6. Il Museo dei Santi Italo-Greci7. Le porte parlanti di Staiti8. Sul Sentiero dell’Inglese9. Tra pinete e memorie bizantine10. La Rocca di Sant’Ippolito11. Edward Lear: un viaggio nel tempo12. L’anima dei cammini dell’Aspromonte13. Scopri altri itinerari in Aspromonte14. Fonti e approfondimenti15. FAQ – Domande frequenti Scheda tecnica 🥾 Durata percorso: 5–6 ore (anello Pietrapennata–Staiti–Alica–Pietrapennata)📏 Lunghezza: circa 15 km⛰️ Dislivello: +650 m⏱️ Difficoltà: media💧 Acqua: portare almeno 2 litri a persona (assenza di fonti lungo il percorso)☀️ Periodo consigliato: primavera e autunno, per clima mite e giornate limpide📸 Attrezzatura: scarponi da trekking, bastoncini, cappello, GPS o app cartografica offline⚠️ Sicurezza: segnaletica presente ma in alcuni tratti sbiadita; meglio procedere in gruppo o con guida locale. Pietrapennata: dove il tempo si è fermato Proseguendo il nostro viaggio tra i sentieri selvaggi e silenziosi dell’Aspromonte, arriviamo a Pietrapennata, un pittoresco borgo calabrese immerso nel cuore della provincia di Reggio Calabria, a pochi chilometri da Palizzi. Silenzioso e discreto, perfetto per chi cerca pace e autenticità lontano dai circuiti turistici più affollati. Adagiato a 670 metri di altitudine, ai piedi del Monte Punta di Gallo, custodisce un fascino rurale e paesaggistico unico.  I martisi Secondo la tradizione orale, questo suggestivo borgo calabrese sarebbe stato fondato dai Cavalieri di Malta, un dettaglio che ancora oggi caratterizza la sua identità storica e culturale. Non a caso, gli abitanti di Pietrapennata sono tuttora conosciuti come i “martisi”. skip render: ucaddon_post_list skip render: ucaddon_post_list Tra le case e il silenzio del borgo Prima di intraprendere il nostro cammino, ci immergiamo tra le viuzze di Pietrapennata. Nonostante oggi conti pochissimi abitanti, Pietrapennata emana un’energia autentica e magnetica. Il silenzio del borgo, regala una sensazione di isolamento rigenerante, ideale per chi ama il trekking e l’escursionismo. Da qui partono sentieri panoramici, tra cui quello che conduce al suggestivo Monastero dell’Alica (o “della Lica”). Verso Staiti: dove la montagna incontra il mare Lasciato alle spalle il borgo, imbocchiamo la panoramica SP165, un cammino che si snoda tra curve sospese sulla valle. È un tragitto breve, ma intenso: pochi chilometri bastano perché il paesaggio cominci a mutare. Abbandoniamo l’asfalto imboccando una pista secondaria che rivela da subito tutta la sua essenza mediterranea. Da un lato le pendici dei rilievi pre-aspromontani cedono il posto a terrazzamenti profumati di erbe selvatiche; dall’altro, l’immenso blu del Mar Ionio si apre all’orizzonte e sembra non avere confini. In lontananza, aggrappato al fianco della Rocca Giambatore, appare Staiti, prossimo capitolo del nostro viaggio. Staiti: Un luogo fuori dal tempo Staiti si presenta come un piccolo gioiello medievale. Con le sue radici bizantine e il lascito dei monaci basiliani, è uno dei borghi più autentici dell’Aspromonte greco. Esploriamo il suo lato più intimo, fatto di silenzi, panorami e ospitalità sincera. Fuori dalle rotte del turismo di massa, rappresenta la Calabria autentica, quella che seduce chi la scopre e che invita a restare. I belvedere offrono viste mozzafiato sulla fiumara di Bruzzano e il silenzio del borgo diventa quasi un rito d’ascolto.  Il Museo dei Santi Italo-Greci Tra le gemme di Staiti spicca il Museo dei Santi Italo-Greci, dedicato alla memoria dei monaci che vissero questi luoghi come eremi di preghiera e meditazione. Il museo si inserisce in un più ampio progetto di recupero delle tradizioni greco-ortodosse e si affianca al Sentiero delle Chiese Bizantine, un itinerario a cielo aperto decorato da bassorilievi che narrano episodi e simboli della spiritualità calabrese. skip render: ucaddon_post_list Le porte parlanti di Staiti Ma Staiti non è solo passato. Camminando tra le vie del centro, ci si imbatte nelle porte Staitesi, un originale progetto di arte urbana che trasforma semplici ingressi in spazi di riflessione. Un lavoro svolto dal Servizio Civile 2018, con la collaborazione del Presidente della Pro-loco di Staiti. Superfici vissute su cui parole e colori diventano messaggi sociali, parte di un itinerario urbano che unisce arte e viaggio. skip render: ucaddon_post_list Sul Sentiero dell’Inglese Dal centro di Staiti, seguiamo la segnaletica bianco-rossa che indica il Sentiero dell’Inglese, uno dei percorsi escursionistici più noti del Sud Italia. Procediamo lungo una via panoramica che inizia a salire di quota fino a diventare in breve sterrata. Mentre il silenzio del paesaggio ci avvolge, una piccola Panda 4×4 compare all’improvviso. È la gente del posto, ci salutano con un sorriso e ci regalano un prezioso consiglio per il ritorno: ‘Seguite sempre il mare’ Un invito che racchiude l’essenza di questi luoghi: autentici, selvaggi e spirituali, dove l’orientamento non è solo geografico ma anche interiore. Tra pinete e memorie bizantine Proseguiamo lungo il sentiero, lasciamo la strada sterrata principale nei pressi di una giovane pineta per addentrarci in una pista secondaria immersa nella macchia mediterranea, tra felci, ginestre e profumi di terra umida.Poco più avanti, tra antichi terrazzamenti e muretti a secco, appaiono i ruderi dell’antico monastero della Madonna dell’Alica (o della Lica), di cui restano ancora visibili le mura e il campanile. Secondo gli storici, l’edificio risalirebbe al XII secolo e sarebbe appartenuto a un complesso monastico di origine bizantina. La Rocca di Sant’Ippolito Lasciata alle spalle la chiesa, il sentiero risale dolcemente la collina, regalandoci scorci su Bova e sulle maestose cime aspromontane. In questo paesaggio incontaminato, a dominare la scena naturale, si staglia la Rocca di Sant’Ippolito, un imponente pinnacolo roccioso alto circa venticinque metri. Oggi questa rocca è meta ambita dagli amanti dell’arrampicata sportiva, che dall’alto trovano una ricompensa straordinaria: una vista panoramica mozzafiato che abbraccia boschi fitti, vallate profonde e, in lontananza, l’azzurro del mare. Edward Lear: un viaggio nel tempo Già nel 1847 lo scrittore e viaggiatore inglese Edward Lear rimase incantato davanti a questa scenografia naturale. Nel suo “Diario di un viaggio a piedi” scrisse infatti: “Pietrapennata non ha niente di notevole, ma, dall’alto, immediatamente sopra di esso, apparve ai

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Cascata Mazzulisà

Cascata di Mazzulisà

Cascata di Mazzulisà Un salto d’acqua nascosto tra le pieghe più selvagge dell’Aspromonte, dove natura e memoria si intrecciano in un racconto affascinante Share Contenuto 1. Viaggio attraverso la memoria2. La foresta perduta3. L’incendio del 20214. Un sentiero che si racconta 5. L’incontro con la cascata di Mazzulisà6. Le acque del vallone Cerasia e Cano7. Le origini del nome8. Avvicinamento9. Raccomandazioni10. Fonti e approfondimenti Scheda tecnica Difficoltà EEDislivello: circa 200 mt. (solo andata)Altitudini: Pietra Mazzulisà (1481 m.) – Cascata (1200 m. circa)Tempi avvicinamento: 1 ora circa (solo andata)Nota bene: Quest’articolo è stato redatto con informazioni tratte da fonti di repertorio Viaggio attraverso la memoria L’itinerario che conduce alla Cascata Mazzulisà si sviluppa lungo un crinale che si affaccia sullo Ionio, delineando un tracciato che va ben oltre la dimensione della semplice escursione. È un vero e proprio viaggio nella memoria di una terra segnata da profonde ferite, ma capace di custodire e rigenerare la propria bellezza. La foresta perduta In questo luogo la natura si mostrava con una forza straordinaria. La vegetazione era rigogliosa, dominata da monumentali pini larici e antiche querce, autentici patriarchi del bosco, sopravvissuti ai tagli sistematici che nel tempo hanno consumato le foreste circostanti. La loro imponenza dominava il paesaggio e ogni albero sembrava custodire la memoria di secoli di storia. L’incendio del 2021 Nel 2021 devastanti incendi hanno avvolto la foresta vetusta monumentale di Acatti e Afreni, trasformando in cenere la biodiversità di un’area di straordinario valore naturalistico e paesaggistico. Un sentiero che si racconta Dalla cima di Pietra Mazzulisà e lungo il crinale delle località Acatti e Afreni, lo sguardo abbraccia i due versanti che separano la valle Infernale dalla valle del Potis.È proprio tra le pieghe più remote e silenziose di queste montagne, che prendono vita alcune delle fiumare più affascinanti dell’Aspromonte corsi d’acqua che, stagione dopo stagione, hanno scolpito la roccia, modellato il paesaggio e continuano ad alimentare l’anima più autentica di questi luoghi selvaggi. L’incontro con la cascata di Mazzulisà La scoperta della cascata è quasi improvvisa. Dopo aver raggiunto l’alveo della fiumara Butramo, si risale il suo corso per un centinaio di metri. Tra le pareti rocciose compare un suggestivo salto d’acqua di circa otto metri che si tuffa con fragore in un’ampia pozza dalle acque cristalline. Le acque del vallone Cerasia e del vallone Cano La Cascata Mazzulisà, situata nella Butramo alta, è alimentata dalle acque del vallone Cerasia. Più a valle, anche il vallone Cano confluisce nella fiumara madre, incrementando il flusso del corso d’acqua che scivola verso valle. Cascata di Mazzulisà o del Passo infernale Le mappe e le fonti cartografiche consultate non riportano alcun nome che identifichi con precisione questa cascata. Per darle un’identità è stato quindi necessario affidarsi ai riferimenti geografici locali. Da qui nasce l’attribuzione al toponimo Pietra Mazzulisà, termine di origine greca che significa “pietra miliare“.Esiste però un’altra interpretazione, altrettanto autorevole e forse ancora più evocativa. Antonio Stranges, studioso e profondo conoscitore dell’Aspromonte, identifica infatti questo tratto di territorio con il nome di Passo Infernale, uno dei rarissimi punti di guado del torrente Butramo, immerso nella selvaggia e impervia Valle Infernale.Alla luce di questa ricostruzione, il nome Cascata del Passo Infernale appare non solo appropriato, ma anche capace di raccontare l’anima del luogo. Un toponimo che restituisce con maggiore precisione la sua collocazione geografica e, al tempo stesso, ne esalta il fascino austero, il carattere remoto e la straordinaria forza paesaggistica. Avvicinamento L’itinerario si sviluppa su un crinale di alta montagna, nella parte sommitale dell’Aspromonte, sicuramente tra i luoghi più incontaminati del Parco Nazionale. Dal Casello forestale di Cano si giunge in località Pietra Mazzulisà e si prosegue lungo un ripido crinale, all’interno di una fitta foresta. Le gole del Butramo, poste alla propria destra, offrono una vista impressionante e vertiginosa. Raccomandazioni La zona A del Parco Nazionale dell’Aspromonte è l’area più protetta e rigida del parco, dove è consentito l’accesso solo a piedi lungo i sentieri ufficiali. L’area è caratterizzata da una ricca biodiversità e da una flora e fauna protette. Fonti e approfondimenti […] Dal 16 al 18 ottobre del 1951 si scatenò una tra le più gravi alluvioni che colpì il versante meridionale della Calabria: strariparono corsi d’acqua, crollarono ponti, paesi rimasero isolati e si ebbero circa 70 vittime. Il giovane friulano Enrico Vuerich fu sorpreso dal maltempo nei boschi di Ferraina e volle spostarsi verso la zona di Cano, forse ritenuta più sicura e dalla quale poter raggiungere il paese […] La furia delle acque fu tale che il corpo non venne più trovato. A ricordo del tragico evento rimane una piccola croce al passo di Infernale, nel punto in cui si guada il torrente e dove si ritiene che la morte lo colse. Un altro tassello di questa storia è una targa in marmo posta nella chiesetta del cimitero di San Luca. […].- Friulani in Aspromonte di L’Altro Aspromonte – di Alfonso Picone Chiodo – San Luca e Polsi di Alfonso Picone Chiodo e Domenico Raso.  Autore: Claudio Bova ©Riproduzione riservata.  Sostieni il progetto! TaCuntu non è solo un progetto, ma una missione che richiede il tuo sostegno. Donaci il tuo tempo, promuovi i nostri contenuti, seguici sui nostri canali Social, condividi con amici i nostri post, parla di noi! I nostri canali Social Facebook-f Instagram Youtube Whatsapp Telegram Video racconti Le nostre avventure skip render: ucaddon_post_list Iscriviti alla newsletter Niente SPAM promesso! Abilita JavaScript nel browser per completare questo modulo.Nome *Cognome *Email *Scegli le notizie che vuoi ricevere * Blog Rubriche Mi interessa tutto Trattamento dati * Ho letto l’informativa sulla privacy e acconsento Invia Continua a leggere… skip render: ucaddon_uc_card_post_carousel Questo è un avviso In questo articolo, troverai link di affiliazione Amazon e Google Adsense. Se acquisti tramite link Amazon, o clicchi sui banner pubblicitari di Google, guadagnerò una piccola commissione. Questo mi aiuta a supportare il mio blog e a creare contenuti di qualità. 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Chiesa di San Salvatore, Africo Vecchio. Foto Claudio Bova

Africo

Africo Un viaggio nella memoria di un borgo dell’Aspromonte, tra testimonianze del passato, abbandono e il lento ritorno della natura. Tra le rovine riaffiorano storie, voci e tradizioni di una comunità che continua a custodire il legame profondo con la propria terra. Share Contenuto 1. Africo2. Le origini del nome: tra greco e latino3. Tracce di un passato perduto4. San Leo: il patrono che unisce Africo e Bova5. Tra isolamento, povertà e resistenza6. La tragica alluvione del 19517. La memoria locale e una diversa lettura degli eventi8. Tra storia e memoria collettiva9. Un esodo forzato: dalle montagne alla costa10. La nascita di Africo Nuovo tra speranze e contraddizioni11. Il difficile radicamento nella nuova terra12. Il volto antico di Africo Vecchio: isolamento, comunità e testimonianze di un borgo remoto13. La processione di San Leo: un filo tra passato e presente14. Conclusioni15. Consigli utili17. Fonti e approfondimenti Ci sono luoghi che, anche dopo essere stati abbandonati, continuano a raccontare la loro storia. L’antico borgo di Africo è uno di questi. Ancora oggi, tra pietre consumate dal tempo e ruderi avvolti dal silenzio, è possibile leggere le tracce di un rapporto profondo tra l’uomo e una terra aspra, fatta di sacrificio, resilienza e appartenenza. Un legame che ha forgiato l’identità dei suoi abitanti e che continua a vivere nella memoria collettiva, ben oltre l’abbandono del borgo. Le origini del nome: tra greco e latino Il nome di questo paese affonda le sue origini in un passato lontano, intrecciandosi con la storia, la lingua e le tradizioni che hanno attraversato questo territorio. Alcuni studiosi lo riconducono al termine greco àprichos (ἄπριχος), mentre altri lo fanno derivare dal latino apricus, due radici accomunate dal richiamo alla luce, al sole e a luoghi esposti al calore dei suoi raggi. Ma l’etimologia del nome rappresenta soltanto il primo indizio di un viaggio più ampio, che conduce indietro nei secoli, tra antichi miti, dominazioni, colonizzazioni e profonde esperienze spirituali che hanno contribuito a plasmare l’identità di questa terra. Tracce di un passato perduto Alcune ipotesi fanno risalire le origini dell’insediamento a un’epoca precedente alla colonizzazione magnogreca. Tuttavia, sono i reperti di età bizantina a fornire le testimonianze più attendibili dell’esistenza, in quest’area, di una comunità stabilmente organizzata. Con l’arrivo dei monaci basiliani, verosimilmente già a partire dal X secolo, Africo assunse un ruolo di rilievo nella spiritualità della Calabria. Questi religiosi, rifugiatisi tra le asperità dell’Aspromonte per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste dell’Impero bizantino, fondarono eremi e monasteri destinati a diventare importanti centri di preghiera, cultura e diffusione della fede. San Leo: il patrono che unisce Africo e Bova In epoca normanna, tra l’XI e il XII secolo, Africo fu legata a una figura di grande importanza religiosa: San Leo, patrono del paese. La tradizione narra che il santo nacque a Bova, uno dei borghi più iconici della Calabria grecanica, e che compì i suoi studi nel convento basiliano della SS. Annunziata di Africo prima di abbracciare la vita monastica. Questo legame tra Africo e Bova non è solo spirituale, ma anche storico e culturale, testimonianza di un’epoca in cui la Calabria era crocevia di popoli, lingue e tradizioni. Tra isolamento, povertà e resistenza Nel 1928, Umberto Zanotti Bianco, studioso e attivista meridionalista, si avventurò tra i sentieri impervi dell’Aspromonte per raggiungere Africo, un borgo arroccato nella Calabria più remota. Al suo fianco, il giovane Manlio Rossi Doria, futuro grande economista agrario. Quello che trovarono fu un microcosmo di sofferenza e abbandono, una realtà lontana anni luce dall’Italia che avanzava verso la modernità. Le case, molte ancora ferite dal terremoto del 1908, sembravano aggrappate alla montagna in bilico tra rovina e resistenza. Il paese era isolato geograficamente, tagliato fuori dalle vie di comunicazione, e la povertà era talmente radicata da plasmare ogni aspetto della vita quotidiana. A peggiorare la situazione, tasse indiscriminate gravavano su una popolazione che già faticava a sfamarsi. Lo Stato sembrava aver dimenticato Africo, lasciando i suoi abitanti in un limbo di sopravvivenza primitiva. Vita, miseria e costumi primitivi nel paese di Africo, marzo 1948 Il caso “Africo” © Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo: Il caso “Africo”. Servizio fotografico realizzato da Tino Petrelli nel 1948 sul paese di Africo. Le immagini possono essere state ridimensionate o adattate nel formato esclusivamente per esigenze grafiche e di impaginazione, senza alterarne il contenuto originale. La tragica alluvione del 1951 Le fonti storiche riportano che, nell’autunno del 1951, una violenta alluvione colpì il territorio di Africo e Casalnuovo. In pochi giorni, fiumi di fango e detriti devastarono case, campi e numerose aree circostanti, causando la morte di nove persone, tre ad Africo e sei a Casalnuovo e provocando ingenti danni. Di fronte alla gravità della situazione, le autorità disposero l’evacuazione dei due centri abitati. Migliaia di persone furono così costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, portando con sé soltanto ciò che riuscirono a salvare. La memoria locale e una diversa lettura degli eventi Accanto alla ricostruzione ufficiale, tuttavia, esiste una memoria locale che offre una lettura differente degli avvenimenti. Stando alle testimonianze tramandate da una parte degli abitanti di Africo vecchio, raccolte dallo scrittore Gioacchino Criaco, profondo conoscitore dell’Aspromonte, l’alluvione non avrebbe investito direttamente i centri abitati di Africo Vecchio e Casalnuovo. Fino alla metà degli anni Ottanta, infatti, gran parte delle abitazioni risultava ancora integra, spesso chiusa con gli arredi originali all’interno; soltanto una modesta frana avrebbe distrutto due o tre edifici. Secondo questa ricostruzione, i borghi, edificati su rilievi naturalmente dominanti le fiumare e i torrenti circostanti, sarebbero stati in parte protetti dalla loro stessa posizione geografica. Le vittime, pertanto, non sarebbero morte all’interno dei paesi, ma nelle campagne circostanti o durante il tentativo di attraversare i corsi d’acqua dei torrenti. skip render: ucaddon_post_list Tra storia e memoria collettiva Questa diversa prospettiva non intende negare la tragedia del 1951, ma invita a distinguere tra gli effetti dell’alluvione sul territorio e quelli sui centri abitati. La memoria collettiva degli africoti conserva infatti una narrazione che, per alcuni aspetti, si discosta dalla versione storica più comunemente riportata, offrendo una testimonianza significativa del

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Tracciolino sull'Amendolea

Sargagna: Viaggio nel cuore di un mondo dimenticato

Sargagna: Viaggio nel cuore di un mondo dimenticato Preparati a scoprire l’incanto dell’Aspromonte! Dal borgo di Gallicianò alla carcara di Stuppari, esplora sentieri dimenticati e respira il fascino autentico di luoghi senza tempo Share L’incanto di Gallicianò: Un viaggio tra leggende, natura selvaggia e ricordi senza tempo La nostra avventura si sviluppa ancora una volta tra le aspre incisioni aspromontane, dove la natura ha forgiato panorami straordinari e la storia, ricca di leggende, si mescola a tradizioni che raccontano di epoche lontane. Siamo a Gallicianò, pittoresca frazione del comune di Condofuri in Provincia di Reggio Calabria. Questo incantevole borgo, circondato da sentieri che attraversano paesaggi selvaggi e suggestivi, conserva ancora l’autenticità e la tranquillità di un luogo lontano dal tempo. Il sentiero primordiale Lasciamo alle spalle il suggestivo villaggio, avanzando all’interno di un passaggio che rivela da subito la sua essenza primordiale, dove il senso di avventura si mescola all’inquietudine del dirupo.Ad ogni passo, il cammino si perde e si ritrova, amplificando il sentimento di allerta e di prudenza che diventa parte dell’esperienza stessa.  Il percorso si fa più ripido, mentre la roccia, logora dal tempo e segnata dal passaggio di animali, diventa testimone silenziosa della vita che anima questi luoghi così impervi e primitivi. Il panoramico silenzio di Carmenedda La fatica del cammino trova la sua ricompensa in località Carmenedda, punto panoramico che sovrasta la valle dell’Amendolea. Qui, il paesaggio si svela in tutta la sua maestosa semplicità: una natura aspra e selvaggia si intreccia in un abbraccio di colori, luci e ombre. In lontananza, il richiamo di un pastore si leva nell’aria fondendosi con il silenzio della valle. Suoni che sembrano provenire da un tempo lontano, capaci di risvegliare nel cuore emozioni ancestrali e un senso profondo di connessione con le radici dell’umanità stessa. Nel cuore di Cameni: Un viaggio tra natura e memoria Proseguendo lungo il sentiero, si accede ai rigogliosi paesaggi di Cameni, un’area in cui la natura si manifesta in tutta la sua prorompente vitalità. Qui, la vegetazione selvaggia avvolge con forza i resti di antiche costruzioni rurali, mute testimonianze di un passato agricolo che ancora resiste al trascorrere del tempo. Il Tracciolino sull’Amendolea Ci addentriamo sempre più nel cuore di una vegetazione selvaggia e impenetrabile, attraversando sentieri naturali che procedono su sporgenze naturali sospese tra cielo e terra, offrendo vedute mozzafiato sul letto serpeggiante della Fiumara.Un itinerario ricco di fascino e bellezza, capace di suscitare suggestioni e parallelismi con il più celebre Tracciolino, il percorso panoramico che collega Palmi a Bagnara nell’estremo sud della provincia di Reggio Calabria. Non a caso ribattezzato il ‘Tracciolino sull’Amendolea‘ (cit. Francesco), un tributo alla sua unicità e alla capacità di evocare emozioni analoghe in un contesto di eccezionale valore naturalistico e culturale. Il crepuscolo a guardia del tempo Il nostro obiettivo si avvicina, ma il crepuscolo all’orizzonte ci avverte che il tempo stringe. Siamo immersi in un mondo perduto, dove i confini naturali univano e separavano terre e comunità. Un luogo che racconta storie di isolamento e bellezza, che sembra appartenerci e sfuggirci al tempo stesso, intriso di silenzi senza tempo, in cui la natura domina incontrastata ed ogni elemento sembra custodire un segreto del passato. La carcara di Stuppari: Testimonianza silenziosa di un trascorso operoso Attraversiamo la località di Stuppari, dove i resti di una struttura muraria di forma circolare, probabilmente una carcara – antica fornace utilizzata per produrre calce – emerge dal terreno come testimonianza silenziosa di un trascorso operoso. Costruita in maniera non casuale, ma sapientemente posizionata vicino al luogo da cui si estraeva la materia prima necessaria al suo funzionamento. In questo luogo, dove le tracce del tempo si intrecciano con la bellezza incontaminata della natura, la storia prende vita, narrata attraverso le pietre e il silenzio che avvolge il paesaggio. Sargagna: Luogo di resilienza e adattamento Finalmente raggiungiamo Sargagna, un toponimo che non si limita a identificare un luogo geografico, ma racchiude in sé un richiamo potente alla cultura e alla storia della valle. Il suono stesso del nome sembra evocare la rudezza e la complessità di questo territorio.Osservando il paesaggio, si svela un frammento della vita che un tempo animava questi luoghi. Qui, sacrificio, resilienza e adattamento non erano solo virtù, ma necessità quotidiane. Il viaggio nei segreti della valle Proseguendo la nostra discesa verso valle, ci immergiamo tra terrazzamenti scavati dall’ingegno umano, gebbie che raccolgono acqua preziosa e canali di irrigazione, segni tangibili della sapienza contadina. È come camminare nella memoria, tra i racconti di chi ha vissuto, lavorato e amato queste terre.E poi, l’incontro con i resti di una vecchia abitazione. Un rudere solitario, ultimo baluardo di un passato ormai lontano, svela frammenti di vite dimenticate. Sullo sfondo, in lontananza, il letto ghiaioso dell’Amendolea diventa il teatro di una scena primordiale. Un grosso cinghiale, simbolo di forza e vulnerabilità, sfreccia disperatamente lungo il greto, in cerca di rifugio. Attorno a lui, l’oscurità che avanza diventa complice di un pericolo invisibile, celando i predatori notturni che popolano la valle. Ed è di nuovo sera… La magia della notte: Un incontro con la natura selvaggia La notte, quel momento in cui il mondo si trasforma e la natura rivela il suo volto più autentico, è ormai diventata un rituale irrinunciabile. Un appuntamento al buio, forse cercato, forse temuto, che mescola stupore e inquietudine. Il silenzio avvolge ogni cosa, interrotto solo dai suoni misteriosi e familiari della vita notturna.Attraversiamo a piedi nudi le acque gelide della fiumara Amendolea, illuminata dai fasci tremolanti delle nostre torce. Lilli, la nostra vivace compagnia a quattro zampe, freme con entusiasmo, pronta a tuffarsi in quel mondo d’ombra e di riflessi. Focolio: Il ritorno tra luci e ombre su crinali solitari Il percorso ci conduce velocemente verso un’ansa sabbiosa, protetta dall’abbraccio di monumentali ontani. È un luogo di rara bellezza, ma anche di sottile tensione, dove la vita notturna, invisibile e vigile, potrebbe osservare i nostri movimenti, valutando la nostra intrusione.Con passi misurati, iniziamo a salire lungo il crinale, mentre l’atmosfera, intrisa dei profumi di terra e vegetazione, si fonde con il

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San Pantaleone

Serro Castellace e la Rotta degli abissi

Serro Castellace e la Rotta degli abissi San Pantaleone: Alla scoperta del cuore selvaggio della Provincia di Reggio Calabria Share Contenuto 1. San Pantaleone: Un Borgo incantato tra mare e monti2. Il panoramico affaccio sulla costa ionica3. Fiumare: confini naturali di un territorio ricco di suggestioni4. Il sentiero invisibile: eventi imponderabili e sorprese inaspettate5. Vastità e bellezza: Alla scoperta dei pianori di Curtura e Ghalipari6. La lenta discesa nel Torrente Bocatofrima7. La maestosità di Serro Castellace: un obiettivo da conquistare8. La magia dell’arrivo: sospesi tra cielo e terra9. La ‘Rotta degli abissi’10. Pinnacoli e paesaggi ciclopici11. L’Ultima sfida: l’ascesa notturna verso Serro Pistacavallo12. San Pantaleone: un’avventura che rimane nel cuore San Pantaleone: Un Borgo incantato tra mare e monti Nel cuore della Provincia di Reggio Calabria, sorge San Pantaleone, suggestiva frazione del Comune di San Lorenzo, incastonata tra la bellezza aspra dell’entroterra e la vastità del Mar Ionio. Le fiumare dell’Aspromonte: Storie d’acqua e di pietra Leggi di più No posts found Il panoramico affaccio sulla costa ionica Questo incantevole borgo, situato a 650 metri sul livello del mare, ci accoglie con la sua caratteristica piazza, un autentico balcone naturale affacciato su una valle rigogliosa.Da questo punto privilegiato, il panorama si estende in tutta la sua magnificenza, offrendo spettacolari vedute della costa ionica reggina. Non si tratta solo di uno scorcio di rara bellezza, ma di un vero punto di riferimento per chi esplora la zona, fungendo da bussola visiva per un viaggio che unisce natura e storia. Fiumare: Confini naturali di un territorio ricco di suggestioni Alla nostra destra, in lontananza, si snoda il corso sinuoso della fiumara di Melito, o Tuccio, mentre alla sinistra il paesaggio è dominato dall’elegante abbraccio della fiumara di Condofuri con la fiumara Amendolea, confini naturali di un territorio ricco di suggestioni, pronto per essere scoperto. Bastoni da trekking: consigli per l’acquisto Leggi di più No posts found Il sentiero invisibile: Eventi imponderabili e sorprese inaspettate È da qui che ha inizio la nostra avventura. Superiamo il piccolo centro abitato, lasciando alle spalle le antiche mura del villaggio, per immergerci in un paesaggio incontaminato dove il tempo sembra essersi fermato. Un sentiero, quasi invisibile, si stacca dalla strada principale, conducendoci lontano dai percorsi battuti. La nostra mappa, quindi, diventa un’alleata preziosa ed orienta i nostri passi lungo un sentiero poco accessibile. Gli obiettivi sono chiari, ma sappiamo che durante il cammino non mancheranno eventi imponderabili e sorprese inaspettate. Eppure, nonostante le incertezze, ci sentiamo pronti ad affrontare questa nuova sfida, certi che l’esperienza accumulata sarà la chiave per sostenere questa nuova avventura. Vastità e bellezza: Alla scoperta dei pianori di Curtura e Ghalipari Ogni passo è lento ma carico di significato, mentre attraversiamo i vasti pianori di Curtura. Da queste alture, lingue di terra si estendono come un trampolino vertiginoso proiettandosi verso il fondovalle. Qui, ampie incisioni si evidenziano con forza e grandezza nel paesaggio circostante, creando uno scenario naturale di rara bellezza come quello che incontriamo in località Ghalipari. Un cammino che si svela gradualmente e che si fa memoria, una connessione che cresce in intensità e che crea un legame intimo con il luogo. La lenta discesa nel Torrente Bocatofrima In questi posti la presenza umana è assente da tempo, il richiamo di cani pastore incuriositi dal nostro passaggio è più di sorpresa che di minaccia. Attraversiamo senza timore i resti di antichi insediamenti, testimonianze silenti di un passato ormai lontano, mentre la nostra discesa, lenta e costante, ci conduce sul letto del Torrente Bocatofrima. Trekking con il cane: 12 consigli utili per affrontare al meglio l’avventura Leggi di più No posts found La maestosità di Serro Castellace: Un obiettivo da conquistare Ci troviamo alle pendici di Serro Castellace, un promontorio imponente composto da una profonda spaccatura centrale che ne limita il passaggio. Sopra di noi, maestose cime si ergono come sentinelle di un paesaggio primordiale, quasi invalicabili nella loro imponenza. Eppure, queste vette segnano il nostro obiettivo, un traguardo che ci spinge ad avanzare con determinazione, pronti a sfidare la natura nella speranza di raggiungerle.Non ci arrendiamo alle evidenze e, seppur le circostanze consiglierebbero di desistere, cerchiamo un varco che ci consenta di raggiungere la sommità. Un passaggio si apre tra grovigli di spine e arbusti e aumenta progressivamente in dislivello e fatica. Il passo costante si misura con il ritmo del nostro respiro sempre più frequente e affannato. Mani e piedi superiamo gli ostacoli più audaci evitando imprudenze su verticali esposte. Ci siamo! La magia dell’arrivo: Sospesi tra cielo e terra Il nostro impegno viene ripagato da una prezioso arrivo. Giungiamo sulla sommità di Castellace un pianoro che domina l’intera area, posto su una costola di terra spartiacque del Torrente Bocatofrima e quello di Misacrifa. Qui, il panorama è un premio che toglie il fiato: Serro Carafi, Monte Culisirti, Monte Cappella, Saracene e le Colline di Grosso si mostrano come un dipinto vivente. La ‘Rotta degli abissi’ Attraversiamo il vasto pianoro, percorrendo la linea del crinale che marca il suo bordo. Ai nostri lati, il paesaggio si apre a picco, mentre il promontorio si sviluppa su un morbido falsopiano verdeggiante, tracciando una rotta che sembra condurci direttamente negli abissi. Ci avviciniamo lentamente al bordo di una frattura imponente, segno di un’evidente trasformazione naturale. Una separazione netta che, in tempi passati, univa questo straordinario rilievo in un’unica lingua di terra. Pinnacoli e paesaggi ciclopici Crolli e smottamenti ne hanno lacerato la sua configurazione originaria dando vita a visioni ciclopiche, straordinarie nella loro maestosità e potenza. Imponenti pinnacoli, di roccia sedimentaria si ergono verso il cielo, come gigantesche lance di pietra, rivelando una forza primordiale e una vastità che incanta e sbalordisce. La maestosità di queste formazioni, scolpite dal tempo e dagli elementi, offre uno spettacolo straordinario di bellezza e potenza. L’Ultima sfida: L’ascesa notturna verso Serro Pistacavallo Dopo una breve sosta, decidiamo di riprendere il cammino, tornando sui nostri passi alla ricerca di una via di fuga che ci permette di raggiungere il versante opposto prima che cali la notte.

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Fiumara Valanidi, avventura oltre ogni aspettativa!

Fiumara Valanidi, avventura oltre ogni aspettativa! Scopri il mistero della ‘casa sulla casa’: un’architettura stravagante che incanta e sorprende tra viti, olivi e panorami mozzafiato Share Quante volte ci mettiamo in cammino con buone intenzioni, immaginando sentieri tranquilli e paesaggi rilassanti! Eppure, non sempre le cose vanno secondo i piani. A volte, la natura decide di sorprenderci e, nel nostro caso, l’ha fatto alla grande!!! Rosario Valanidi, tra ricordi e nuove sfide: un’avventura oltre le aspettative Immersa nella bellezza incontaminata del territorio calabrese, la piccola frazione di Rosario Valanidi, nel Comune di Reggio Calabria, si presenta come punto di partenza ideale per la nostra nuova esplorazione. Adagiata tra due ampie depressioni, quella di Cerasara – già teatro di straordinarie avventure – e quella del Valanidi, la frazione si fa crocevia di suggestioni naturali di incomparabile fascino. Due valli, due mondi, ma un’unica anima che si intreccia, creando il palcoscenico perfetto per storie che sorprendono e lasciano senza fiato. Antico mulino in pietra: un’armonica fusione tra funzionalità e paesaggio Il nostro viaggio prende quota lungo il ciottoloso corso della Fiumara Valanidi, in località San Nicola. Un fiume che attraversa e modella il paesaggio di tre distinti comuni: Reggio Calabria, Motta San Giovanni e Montebello Ionico.Percorriamo lentamente il suo letto, seguendo una mulattiera arida e sassosa. Mentre avanziamo, lo sguardo si posa su una piccola struttura in pietra: un antico mulino che sembra armoniosamente integrato nel paesaggio circostante. Queste strutture, in perfetto dialogo con la natura, riuscivano a fondere con equilibrio la funzionalità con la bellezza, l’economia con la semplicità del luogo. La magia di Musieri La nostra progressione prosegue, decisa e inarrestabile, lungo un percorso che non ammette esitazioni. La stanchezza si dissolve dolcemente nel silenzioso abbraccio di ulivi centenari e di casali abbandonati che punteggiano l’incantevole località di Musieri. Superata la rigogliosa pineta in località Polumao, proseguiamo lungo un sentiero alberato che ci guida all’interno di Fosso di Pedagulli, punto di svolta del nostro itinerario. Una volta in cima il panorama si apre ad una vista mozzafiato. Alla nostra destra il tracciato appena trascorso si estende tra curve e rilievi, mentre più in basso, sullo sfondo, si scorge l’abitato di Allai, pittoresca frazione del Comune di Motta San Giovanni. Ogni passo ci conduce in luoghi che mutano e si trasformano, svelando scenari inaspettati e incredibilmente diversi, in un viaggio che racconta la straordinaria ricchezza del territorio. Tagli dell’Argenteria e il Pianoro di Campicello S. Niceto Ci addentriamo nell’affascinante panorama dei pianori di Tagli dell’Argenteria, un territorio che la tradizione associa alla memoria di antiche miniere d’argento. Oggi, il paesaggio appare profondamente segnato dalla presenza di maestose pale eoliche, che ruotano con forza a 906 metri sul livello del mare. Queste strutture, seppur simbolo di energia rinnovabile, appaiono come un contrasto stonato e stridente con la quiete e la bellezza naturale di questi luoghi. Proseguendo il nostro cammino ci dirigiamo verso un sinuoso tracciato che, passo dopo passo, ci conduce alla località Spagnolo. Qui, il sentiero si snoda attraverso un prato rigoglioso, dove una monumentale quercia si erge come sentinella al nostro passaggio.Il percorso conduce infine al pianoro di Campicello S. Niceto, una zona ricca di fascino naturalistico e tradizioni agricole, incastonato in un ambiente di rara meraviglia. A fare da sfondo, su un’altura rocciosa che domina l’intero panorama, si erge la fortificazione bizantina di Santo Niceto, un monumento che arricchisce l’orizzonte e regala al nostro arrivo un’atmosfera straordinariamente suggestiva. La vista, impreziosita dai colori caldi del tramonto, esalta l’eleganza delle sue linee, creando una scena senza tempo che incanta lo sguardo. La casa sulla casa Il viaggio continua a stupire, rivelando nuove scoperte che amplificano l’emozione di questa esperienza. In lontananza, lo sguardo si posa su una struttura dalle forme singolari, subito ribattezzata con curiosità e un pizzico di ironia ‘la casa sulla casa’. Più ci avviciniamo e più l’immaginazione lascia spazio alla realtà. Su un ampio pianoro coltivato a viti e olivi, una costruzione si palesa con una forma tanto stravagante quanto inusuale. Con il calare della sera, acceleriamo il passo, spinti dalla curiosità di comprendere la sua funzione e, non meno importante, di immortalare la sua singolare architettura. Le carte sembrano non mentire, ci troviamo difronte ad una stazione e antenna per le telecomunicazioni, posta sulla sommità di una collina che gode di un affaccio strepitoso. Il mistero è finalmente svelato, ma il nostro viaggio è lontano dall’essere concluso. Il dilemma del ritorno La luce svanisce rapidamente, lasciando spazio all’oscurità della notte, mentre ci troviamo di fronte al dilemma del ritorno. Non c’è più tempo per riflettere, e così, con passo deciso, ci lanciamo in un fuoripista che si snoda tra i terrazzamenti che dominano la valle, alla ricerca di un sentiero che le mappe indicano nelle vicinanze. Superiamo contrada Gattuso e Lavagna, mentre le luci della città, sempre più intense, ci accompagnano nel nostro cammino. Ed è di nuovo buio!Le nostre avventure sembrano condividere un sottile filo di romanticismo, intrecciato con una buona dose di sana incoscienza. Procediamo, uno dietro l’altro, su un sentiero rustico e pietroso, reso ancora più arduo dalla scarsa luce serale. Le ombre proiettate dalle torce si allungano e moltiplicano le nostre figure alimentando una crescente fiducia nell’arrivo. Giunti a valle, tuttavia, ci rendiamo conto che la nostra fatica dovrà affrontare un’ultima prova: la traversata notturna della Fiumara Valanidi! OH MIO DIO… Chiesa di San Nicola: L’ultimo passo di un viaggio che continua La Chiesa di San Nicola appare come un piccolo miraggio, sospesa tra il cielo e la terra. La sua croce azzurra, eretta su una modesta rupe, diventa il faro che guida il nostro cammino, segnando l’ultima tappa del nostro viaggio. Mentre i passi si fanno più lenti e il nostro percorso volge al termine, i ricordi si intrecciano con l’emozione di un’avventura che sta per concludersi. Eppure, nonostante la fine, è il richiamo di una nuova meta da scoprire che alimenta in noi una inaspettata energia, dove ogni passo è una promessa di scoperta, di cambiamento e di crescita. Avvertenza Nota di sicurezza per

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