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Poggio l'Edera: il respiro della storia tra rovine e natura selvaggia

Un viaggio affascinante tra natura selvaggia e storia antica, dove i resti di una comunità dimenticata raccontano di resilienza, di ingegno e di legami profondi con luoghi dimenticati

Staiti: un borgo sospeso nel tempo

Adagiato lungo il fianco della Rocca Giambatore e con lo sguardo proteso verso le acque del Mar Ionio, sorge il caratteristico borgo di Staiti, piccolo Comune della città metropolitana di Reggio Calabria. Un gioiello arroccato a 550 metri sul livello del mare che si fonde armoniosamente con il paesaggio aspro e maestoso che lo circonda.
Varcare la soglia di questo luogo significa compiere un viaggio a ritroso nel tempo, ad un’epoca in cui i sentieri si intrecciavano tra le case in un abbraccio perfetto con la montagna stessa, dove l’uomo e la natura hanno stretto un patto di eterna convivenza.

Il fascino del borgo raccontato da Edward Lear

A rendere ancora più suggestivo questo luogo, è il racconto che ne fece il celebre scrittore e illustratore inglese Edward Lear, che nel 1847 immortalò Staiti in vivide immagini, consegnandole alla memoria del tempo. Oggi il borgo, di origini bizantine, rappresenta il punto di arrivo del ‘Sentiero dell’Inglese‘, un percorso che rievoca il viaggio dell’autore e che offre ai visitatori l’opportunità di immergersi nella storia e nella natura di questi luoghi.

Un viaggio tra panorami mozzafiato e incontri inaspettati

La nostra avventura prende il via lungo una strada provinciale che si affaccia sulla suggestiva valle della Fiumara di Bruzzano, regalando una vista panoramica sul pittoresco Borgo di Staiti. Giunti in località Rocca del Cagnolo, ci incamminiamo lungo un sentiero sterrato, accompagnati dal placido incedere di mucche e maiali che pascolano liberamente, testimoni di una natura ancora incontaminata e di una tradizione agro-pastorale che resiste al passare del tempo.

Il vallone Cuvolo e la scoperta di un paradiso nascosto

Proseguendo verso località Cesaro, ci addentriamo in un bosco fitto e rigoglioso, superando il vallone Fosso Scura e di seguito la località di Ellera. Da qui, un sentiero sinuoso ci conduce lungo una cresta rocciosa che domina il vallone Cuvolo.
All’interno di questa incisione, le acque dei torrenti Cuvolo e Sciondolo si incontrano e confluiscono, creando uno spettacolo naturale e inaspettato: cascate spettacolari e pozze d’acqua cristallina di un verde smeraldo intenso che lasciano senza fiato.

La tentazione delle gurne e la promessa di nuove avventure

Questa scoperta mette in crisi il nostri piani originari. Affascinati dall’irresistibile tentazione di raggiungere le gurne a valle e di catturare la loro bellezza immortale, ci concediamo un momento di riflessione per valutare l’opportunità di una deviazione che ci avvicini alle cascate. Dopo un’attenta analisi del percorso e delle condizioni, decidiamo di resistere al richiamo irresistibile dello scrosciare dell’acqua, rimandando l’esplorazione ad una occasione più propizia. Tuttavia, non rinunciamo a mappare visivamente l’itinerario che si apre a valle, consapevoli che questo luogo magico merita un’escursione dedicata e un’attenzione approfondita in futuro.

Uno sguardo al futuro: Motticella, Monte Scapparrone e il vallone Cuvolo

Mentre ci prepariamo a tornare sui nostri passi, lo sguardo viene inevitabilmente attratto dalla maestosa presenza del Monte Scapparrone, che domina l’orizzonte e fa da imponente sfondo al nostro cammino. Poco distante, si mostrano Portella Ficara e Monte Grosso, sentinelle silenziose di questo territorio aspro e selvaggio. Ai nostri piedi il vallone Cuvolo e Poggio l’Edera quest’ultimo meta del nostro viaggio che presto accenderà la nostra avventura.

Poggio l'Edera: un viaggio nel tempo

Attraversando una dolce sella, il passo si fa progressivamente più rapido, offrendo un punto di osservazione privilegiato sul vallone di Torno e sul Borgo di Motticella. Il paesaggio si apre in un equilibrio tra natura incontaminata e memoria storica, dando vita a un racconto stratificato che si svela a ogni passo.
Il sentiero, modellato dal passaggio degli animali, si snoda tra una vegetazione fitta e impenetrabile, dove i rovi spinosi lasciano tracce tangibili del percorso intrapreso. L’esplorazione è scandita da momenti di ascolto e contemplazione, interrotti solo dall’irresistibile richiamo del luogo stesso.
Avanzando con passo lento e attento, ci immergiamo nella selvaggia bellezza della valle. Il paesaggio si dischiude gradualmente, rivelando angoli remoti e segreti gelosamente custoditi. L’ambiente circostante esercita un fascino profondo ancor prima di essere raggiunto, alimentato dall’immaginazione e dalla suggestione del viaggio. Un richiamo silenzioso, che trova in questi luoghi non solo una meta, ma un’esperienza di riconciliazione e riflessione, in un dialogo costante tra natura e spirito.
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Resilienza e ingegno tra le pietre del passato

È qui, avvolti da una vegetazione intricata e rigogliosa, che affiorano i resti dell’antica comunità di Poggio l’Edera. Questi ruderi, silenziosi testimoni di un passato remoto, raccontano una storia di resilienza e ingegno umano, lasciando intravedere le tracce di un’esistenza semplice ma laboriosa. Le pietre, levigate dal tempo e plasmate dagli eventi, svelano frammenti di una vita organizzata: abitazioni costruite con perizia, mulini che sfruttavano l’energia dell’acqua, campi coltivati con tenacia e una quotidianità profondamente legata ai cicli della natura. Ogni dettaglio parla di un equilibrio precario tra l’uomo e l’ambiente, un equilibrio che ha resistito per secoli, ma che oggi appare fragile e sospeso nel tempo.
La storia di Poggio l’Edera, sebbene muta, conserva un valore profondo, invitando alla riflessione sulla nostra relazione con il passato e sulla responsabilità di preservare la memoria delle civiltà che ci hanno preceduto.

Il mulino perduto

Avanziamo con determinazione tra l’intrico di una vegetazione fitta e implacabile, aprendoci un varco verso il letto del torrente Edera. La meta è l’antico mulino Palamara, silenzioso testimone di un’epoca lontana, adagiato alle pendici del poggio.
Giunti dinanzi alla struttura, ne osserviamo l’architettura immaginandola nel suo pieno fervore produttivo. Varcando la soglia, scorgiamo una vecchia macina in pietra, ora avvolta da un manto di muschio, che racconta il passato operoso di questo luogo. Proseguendo lungo il costone che conduce alla confluenza del fiume, scopriamo con stupore che l’ingegneria idraulica che lo alimentava era più complessa di quanto pensassimo. Solide mura in pietra, erette con sapiente maestria, guidavano l’acqua verso un bacino di raccolta, incanalandola poi con precisione fino al mulino. Sospinti dalla curiosità, decidiamo di risalire il corso del torrente, seguendo le tracce di questo ingegnoso sistema idraulico. Ogni passo rivela nuovi dettagli di una opera antica e sorprendentemente armoniosa con l’ambiente, svelandoci il perfetto equilibrio tra ingegno umano e natura.

Tra acqua e roccia: il viaggio nel canyon di Poggio l’Edera

Attraversiamo il fiume, immergendoci in un paesaggio di rara bellezza, fino a raggiungere una piccola cascata. Superiamo agevolmente il primo salto arrampicandoci lungo un costone frastagliato che ne agevola il passaggio. È qui, tra le rocce levigate dal tempo e il mormorio incessante del fiume, che ci imbattiamo in una nuova scoperta: un antico anello di canalizzazione. Questo sistema idraulico, un’opera di ingegneria rudimentale ma straordinariamente efficace, separava il flusso del fiume, permettendo a una parte di scorrere lungo il suo corso naturale, mentre deviava l’altra in un percorso artificiale. Spinti dalla curiosità, decidiamo di proseguire la nostra risalita all’interno della gola.
Il sentiero si fa più selvaggio mentre ci inerpichiamo tra i massi coperti di muschio e una vegetazione rigogliosa che sembra volerci inghiottire. Ogni passo ci regala nuove sorprese: cascate che si gettano in pozze cristalline, un’armonia di suoni e colori che ci accompagna fino ai piedi di Poggio l’Edera.
Ed è qui che il paesaggio si trasforma ancora. Davanti a noi un canyon spettacolare, stretto tra imponenti pareti di roccia a strapiombo che si ergono come guardiani silenziosi. L’oscurità avanza rapidamente, rendendo impraticabile il cammino. Di fronte a questa inevitabile realtà, con un velo di rammarico, prendiamo la decisione di fare ritorno.

Indietreggiare non è un opzione

Il tempo, implacabile, ci riconduce lungo il ripido pendio che, durante l’andata, aveva già messo alla prova la nostra resistenza. Ora, nel viaggio di ritorno, il terreno si presenta con la stessa asprezza, esigendo forza fisica e concentrazione. Ogni passo diventa una sfida contro la gravità e la fatica, mentre il paesaggio circostante sembra quasi sfidarci con la sua ostinata immutabilità. La vegetazione, fitta e intricata, si insinua lungo il percorso, costringendoci a valutare con attenzione ogni appiglio, ogni punto di appoggio.
Le spine, nascoste tra i rami, diventano un pericolo costante, pronte a punire la minima distrazione. La fatica si accumula, ma si fonde con una determinazione che cresce passo dopo passo. Il sentiero, sempre più impervio, sembra mettere alla prova non solo il nostro corpo, ma anche la nostra volontà. Indietreggiare non è un’opzione.

Il cielo notturno: guida silenziosa

Sopra di noi, il cielo notturno si accende di stelle, antiche e silenziose compagne di viaggio. Illuminano il nostro cammino verso i piani di Cuvolo, tracciando un fragile confine tra la luce e l’oscurità primordiale. L’oscurità avvolge il paesaggio e, con essa, emergono emozioni profonde: timore e meraviglia si fondono, alimentando il desiderio di avanzare, di scoprire cosa ci attende oltre l’ultimo crinale.

Un sentiero insidioso

Le torce si accendono, proiettando bagliori tremolanti nel buio, segnando il nostro cammino verso i piani di Cuvolo. Il sentiero, tuttavia, si rivela insidioso. Smottamenti improvvisi e voragini profonde ci costringono a deviare attraverso fitti boschi, dove la notte sembra addensarsi, rendendo ogni passo un’incognita.

L'avanzata tra pericoli e determinazione

Lungo il cammino, la natura si impone con la sua forza combattiva. Una frana improvvisa ci obbliga a cambiare rotta ancora una volta, costringendoci a un passaggio precario lungo un pendio scosceso, che sembra volerci inghiottire nell’ombra. 

Le voci nell'oscurità

Tra i rami intrecciati e le ombre mutevoli, il silenzio è rotto da suoni remoti: muggiti profondi risuonano nell’aria, amplificati dall’eco della foresta. Sono rugghi tonanti di tori nascosti nell’oscurità che durante le ore più buie della notte assumono toni inquietanti, evocando immagini di creature primordiali e selvagge.
Qui, immersi in un mondo che sembra appartenere a un tempo lontano, siamo solo ospiti, presenze provvisorie in una natura che ci accoglie e al contempo ci respinge.

Lilli, piccola luce nella notte

Davanti a noi, Lilli, fedele compagna di viaggio, avanza con passo sicuro. La torcia fissata al suo imbrago si agita impazzita nell’oscurità come un piccolo insetto luminoso, instancabile nel suo moto. 

Un brivido finale: il branco di cani nella notte

Quando ormai la strada del ritorno sembra vicina, un ultimo brivido ci attraversa la schiena. Un abbaiare rabbioso squarcia il silenzio della notte. Un branco di cani sembra muoversi nella nostra direzione, proveniente proprio dal sentiero che stiamo percorrendo.
Il nome del luogo, Rocca del Cagnolo, ora appare quanto mai beffardo, come una premonizione. I latrati si fanno sempre più vicini, riecheggiando tra gli alberi con un’insistenza crescente e costringendoci a cercare una via di fuga.
Il fiato è sospeso, le torce puntate nell’oscurità sono pronte a rivelare ogni possibile pericolo che potrebbe apparire dal buio. Il nostro passo si fa più rapido, i sensi tesi al massimo, scrutano le ombre, ogni rumore, nella speranza che il nostro cammino non incroci quello del branco.

Il ritorno alla luce

Dopo un attimo di apprensione, il pericolo sembra svanire. Il battito del cuore rallenta, il respiro si fa più regolare. Ritroviamo il sentiero dell’andata, il cammino già percorso che ora appare familiare e rassicurante.
La notte si stringe attorno a noi, ma le stelle, immutabili nel loro splendore, ci ricordano che ogni viaggio, per quanto oscuro e incerto, ha sempre una via per tornare alla luce.
Autore: Claudio Bova 
©Riproduzione riservata. 

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