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Rievocazione storica di una banda di briganti con abiti in velluto e damasco, simili ai “Diavoli del Sud” di Nino Martino.

Nino Martino il Cacciadiavoli. Storia e mito del brigante che divenne leggenda

Il brigante dell’Aspromonte diventato leggenda e venerato come un Santo

L’uomo che divenne leggenda tra storia, ribellione e miracolo

Tra i personaggi più enigmatici ed affascinanti del brigantaggio calabrese spicca la figura di Nino Martino, conosciuto come il Cacciadiavoli. Le fonti lo collocano tra XVI e XIX secolo, in un territorio incerto dove realtà e mito si contaminano in modo indissolubile. La sua storia si muove tra documenti d’epoca, narrazioni popolari, canti e memorie contadine. In questo mosaico culturale, Martino evolve da ribelle perseguitato a figura quasi sacra, destinato a diventare, secondo il folklore, protagonista di un prodigio che ancora oggi alimenta l’immaginario collettivo.

Il contesto storico del brigantaggio calabrese

La Calabria del Cinquecento era un territorio segnato da miseria e oppressione. Tasse gravose e angherie dei feudatari rendevano la vita dei braccianti e dei pastori una continua lotta per la sopravvivenza. È in questo scenario che nacquero le prime forme di ribellione armata. Bande di uomini che il popolo percepiva non come criminali, ma come difensori dei più deboli, eroi popolari dal fascino ambiguo e irresistibile. La loro fama cresceva sia per la protezione che ricevevano dalla gente, sia per l’uso strategico che i nobili facevano di loro, trasformandoli in strumenti di terrore e controllo.

Rievocazione storica di una banda di briganti con abiti in velluto e damasco, simili ai “Diavoli del Sud” di Nino Martino.

Le prime testimonianze storiche

Una cronaca del cantor Tegani (1576) narra l’assalto di 43 banditi guidati da Ascanio Mosolino, Nino Martino, Marcello Scopelliti e Gio. Michele Tuscano alla casa di Colletta Malgeri, nei pressi di Ortì. Gli uomini di Martino, chiamati “schierati”, così temuti quanto ammirati, venivano descritti nella cronaca con parole che incutevano rispetto e al contempo destavano irresistibile curiosità:
…in specie davasi aria lieta di guerriglieri, vestendo colori smaglianti, la quale vita di avventure facea girar la testa a’ nostri villanzuoli, che tra i duri lavori di zappa undiansi canticchiare:

A’ la campagna, a lu felici stari
a la campagna cu Ninu Martinu
vestendu l’omini soi a la riali
vestunu di damascu crimisinu!!!”

L’eroica resistenza di Malgeri

Malgeri, insieme a otto compagni, resistette valorosamente per oltre due ore, respingendo ogni tentativo d’irruzione fino a cadere mortalmente ferito all’interno della propria dimora. I banditi, frustrati dall’inefficacia dei loro assalti, pur avendo dato fuoco a due porte di una casa contigua, tentarono di abbattere l’abitazione con l’artiglieria. Tuttavia, la loro imprudenza si ritorse contro. Un barile di polvere lasciato troppo vicino prese fuoco, causando un’esplosione che ferì diversi assalitori, tra cui Nino Martino e Marcello Scopelliti. Questo fallimento costrinse i briganti ad  abbandonare l’assalto.

L’assedio, la disfatta e la scia di sangue

Nel frattempo, altri sei banditi si riversarono nelle abitazioni circostanti, saccheggiando denaro e gioielli. Tra le vittime vi furono Silvio Barone e Baptista Rota, dalle cui case furono trafugati ducati, scudi e oggetti di valore. Durante questa incursione fu uccisa Grazia, la moglie di Rota, perché non riuscì a consegnare ulteriore denaro. Il sangue versato rimase come cruda testimonianza della brutalità dei banditi e dell’orrore che accompagnava le loro scorrerie.

L’ascesa del brigante e la nascita dei “Diavoli del Sud”

Secondo la narrazione ottocentesca, Martino avrebbe sviluppato una precoce ribellione alla durezza della vita rurale segnato dalle vessazioni dei potenti e alle ingiustizie dei poteri locali. Da bandito solitario divenne il capo di una banda organizzata, ricordata come i “Diavoli del Sud”. Perfetti conoscitori dell’Aspromonte, si muovevano tra boschi e grotte come creature selvatiche cercando al loro interno riparo e invisibilità.

Edward Lear
Edward Lear e la Calabria del XIX secolo

Agostino il Cecato, fratello per scelta

Congetture suggeriscono che Martino fosse un figlio illegittimo del principe di Bisignano, affidato a un pastore e poi respinto quando tentò di ritornare nel consesso civile. La tradizione calabrese lega a questa vicenda il destino di Agostino, figlio legittimo del principe e protagonista di un intreccio di vendette e legami inattesi. Rapito per vendetta da Martino in tenera età e cresciuto come un fratello, Agostino divenne col tempo il suo più fedele alleato. Si racconta che, per salvarlo da un agguato, Agostino perse un occhio, guadagnandosi il soprannome di “cecato”. Il momento più celebre del racconto lo vede salire sul patibolo travestito da monaco per confessare il condannato Martino. Ucciso il boia, liberò il brigante davanti alla folla, in una scena che richiama i codici del romanzo cavalleresco e alimenta il mito del brigante-eroe.

La morte di Nino Martino: Tre versioni per una stessa sorte

La morte del Cacciadiavoli è avvolta da tre affascinanti narrazioni, tutte profondamente radicate nel folklore calabrese.

Versione 1: La tragedia del fuoco amico

Padula narra che Martino fu ucciso dai suoi stessi compagni, che lo scambiarono per una spia mentre attendeva sull’uscio di casa la madre addormentata. ¹

Riconosciuto il volto amico, i compagni chiamarono la madre, portarono il corpo nella sua cantina seppellendolo sotto una botte di vino. Qui avvenne il prodigio. 

Si narra che Nino, dopo la morte violenta, si rialzò e inginocchiatosi dietro la botte, continuò a far sgorgare vino attraverso un sarmento, un ramo di vite che teneva in bocca. La Giustizia, insospettita dal fatto che la donna vendesse vino senza acquistare mosto, perquisì la casa. Trovato il corpo incorrotto e il miracolo in atto, sancì la santità del giovane brigante. Da quel giorno, il popolo lo proclamò Santo dell’Abbondanza, patrono dei raccolti e dei vigneti.

Versione 2: La vendetta dei compagni

Secondo un’altra versione, Martino tentò di abbandonare la vita criminale, ma i compagni, dominati dalla paura e dal timore di essere scoperti e giustiziati, lo inseguirono e lo uccisero in località Arma del Conte. ²

La madre, devastata, recuperò il corpo del figlio e lo portò a casa. Incapace di separarsene, lo nascose in una botte vuota per poter continuare a guardarlo, a toccarlo, a curarne le ferite.
Col passare dei giorni, la botte divenne inspiegabilmente pesante, pur essendo vuota. Quando la donna tolse il tappo, da essa sgorgò vino rosso di qualità straordinaria, che distribuì ai poveri, senza che la botte si svuotasse mai. Un giorno, desiderosa di rivedere il volto del figlio, fece rimuovere il coperchio da un bottaio. Lo spettacolo fu sconvolgente e sacro: dal corpo intatto di Nino era germogliato un tralcio di vite rigoglioso, carico di grappoli maturi, alimentato da una ferita vicino al cuore. La notizia si diffuse rapidamente, consacrando Nino Martino come “il santo dell’abbondanza”, invocato ancora oggi durante la vendemmia.

Versione 3: Tradimento e giustizia dei nobili

Una terza tradizione afferma che Martino, deciso a cambiare vita, fu consegnato dai suoi compagni ai nobili locali, che lo giustiziarono e ne seppellirono il corpo sotto un cumulo di pietre. ³

La madre, accompagnata dagli stessi nobili, salì sui monti per recuperare il cadavere. Quando rimosse le pietre, trovò Nino intatto, roseo, bello come addormentato. Le ferite erano come petali di fiori, e il volto emanava una pace sovrannaturale.
Tornata a casa, incapace di seppellirlo, lo depose sotto una grande botte della cantina.
Dopo mesi, un giorno, la botte risultò inspiegabilmente pesante: eppure quell’anno non aveva prodotto vino. Quando la aprì, vide sgorgare un liquido prezioso e abbondante, sempre pronto a rinnovarsi.
La donna chiamò un bottaio per capire l’origine del fenomeno: nel fondo della botte giaceva Nino, fresco e integro, mentre da una ferita vicino al cuore nasceva una pianta di vite piena di grappoli maturi, che si rigeneravano ogni volta che la donna spillava il vino. Da questo miracolo nacque definitivamente la sua fama di Santo dell’Abbondanza, invocato ancora oggi per garantire un raccolto prospero.

Facciata della chiesa di Maria Santissima Assunta situata ad Arno, Reggio Calabria, con cielo azzurro e una scalinata d'ingresso, incorniciata da una staccionata colorata in primo piano.
Armo

Luoghi del mito: sulle tracce del Cacciadiavoli

L’eredità del Cacciadiavoli non sopravvive solo nei racconti. In Aspromonte rimangono i luoghi che la memoria collettiva associa al suo nome, custodendo l’impronta della sua storia.

Piazza Nino Martino

A 1789 m s.l.m., una radura nota come Chjazza i Ninu Martinu rappresenta il punto in cui i briganti si sarebbero riuniti per prendere decisioni cruciali. Da qui lo sguardo si apre su panorami ampi: le Isole Eolie, l’Etna, Montalto, la vallata del Vasì.

La Grotta di Nino Martino

Sui piani di Litri, nel comune di Samo, un antico mucchio di pietre indica il luogo in cui Martino sarebbe caduto. Ogni viandante, secondo la tradizione, lasciava un sasso in suo onore, creando un monumento spontaneo che ancora oggi racconta la forza della memoria popolare.

Grotta di Nino Martino sui piani di Litri a Samo, luogo leggendario della morte del Cacciadiavoli.

Gambarie d’Aspromonte

La memoria del Cacciadiavoli vive anche nella contemporaneità con la Pista da sci “Nino Martino” e il celebre Sentiero dei Briganti, uno degli itinerari escursionistici più suggestivi della Calabria.

Sentiero dei Briganti a Gambarie d’Aspromonte, itinerario dedicato alla memoria di Nino Martino il Cacciadiavoli.

Brigante, santo, simbolo del Sud

Nino Martino divenne simbolo della resistenza contro l’oppressione, soprattutto dopo la Legge Pica e la militarizzazione dell’Italia meridionale. La fama di benefattore dei poveri rese Martino protagonista di una vera saga popolare. Modi di dire e racconti orali hanno mantenuto viva la sua memoria.

Cantastorie come Otello Profazio hanno contribuito a tramandarne il mito e fino ai nostri giorni testimoniando un culto radicato nel cuore della Calabria rurale.

Note

Fonti e approfondimenti

Otello Profazio, cantastorie calabrese che tramanda il mito di Nino Martino il Cacciadiavoli attraverso ballate popolari.

Itinerari escursionistici

FAQ - Domande frequenti

Nino Martino, detto il Cacciadiavoli, fu un brigante calabrese tra XVI e XIX secolo, diventato figura leggendaria e protagonista di miracoli secondo il folklore locale.

Il soprannome riflette il suo ruolo di brigante temuto e astuto, capace di sfidare le ingiustizie e proteggere i più deboli.

Secondo la tradizione, il suo corpo produsse vino miracoloso da una botte o da un tralcio di vite, dando origine al culto del Santo dell’Abbondanza.

I principali luoghi sono Piazza di Nino Martino, la Grotta di Nino Martino sui piani di Litri e il Sentiero dei Briganti a Gambarie d’Aspromonte.

La memoria di Martino vive nella tradizione orale, nei canti popolari, negli itinerari turistici e nella cultura del folklore calabrese.

Autore: Claudio Bova 
©Riproduzione riservata

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