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Lago Costantino: la mia prima grande avventura

Lago Costantino: la mia prima grande avventura

Il racconto di una esplorazione indimenticabile che ha ispirato il mio modo di viaggiare

Il 1998 e il richiamo dell’Aspromonte

Era il 1998 e, insieme alla maggiore età, arrivò quel brivido di libertà che spalanca le porte del mondo. La patente in tasca, qualche spicciolo per la benzina e una voglia irrefrenabile di esplorare luoghi che fino ad allora avevo solo immaginato. Fu così che nacque la prima grande avventura. La destinazione era il Lago Costantino, situato lungo il corso della Fiumara del Bonamico. Con me, un piccolo gruppo di amici e due instancabili compagni a quattro zampe: Zagor e Thor, pronti ad esplorare ogni angolo nascosto dell’Aspromonte.
Alba sul Lago Costantno

Notte insonne prima della partenza

La notte prima del viaggio passata insonne. Un film di suggestioni e fantasie si raccontava già nella mia mente. Il buio profondo della notte, i suoi silenzi, le stelle, la natura selvaggia, le risate, le storie scambiate tra compagni. Scene mai vissute oscillavano tra sogno e anticipazione.

La Statale 106

Era appena l’alba quando girai la chiave della mia vecchia Peugeot. La Statale 106 ionica, collegamento strategico che connette vari comuni costieri della Provincia di Reggio Calabria, offriva scorci panoramici sulla costa a cui tutt’oggi si fatica a resistere. È una linea sottile che cuce storie, paesi, volti, paesaggi e piazze già animate dal primo caffè. In quella luce calda c’era la promessa di un viaggio diverso. A sinistra, il profilo delicato delle colline, a destra, il blu del mare ionio. Una bellezza semplice ma irresistibile, che ci costringeva ogni tanto a rallentare solo per goderne lo spettacolo.

San Luca e il primo incontro con l’Aspromonte

Giunti al bivio per San Luca, ebbi un momento di esitazione. L’Aspromonte di ieri, era più discreto, la vita correva con ritmi differenti e la nostra convinzione che il turista potesse essere visto con diffidenza, con sospetto. Non era paura, ma un velo sottile di riservatezza, come se certi segreti della montagna non potessero essere svelati a chiunque.

Il rito del caffè

Prima di immergerci nella natura della fiumara Bonamico, punto di partenza e di ritorno del nostro viaggio, ci concedemmo la pausa, quasi rituale, di un caffè. Cercavamo con delicatezza un modo per avvicinarci alla gente del posto lasciando parlare il nostro sincero interesse per il luogo. Non cercavamo frasi ad effetto né domande affrettate, volevamo semplicemente esserci, con discrezione.

L’incontro inatteso: la generosità autentica dell’Aspromonte

Non passò molto tempo prima che quella nostra curiosità venisse ricambiata. Con una gentilezza spontanea e quasi inattesa un signore ci offrì il suo aiuto: «Vi accompagno io al fiume», invitandoci a lasciare le auto nel cortile della sua casa. Un gesto di fiducia e generosità, così autentico da scardinare subito gli stereotipi di un territorio percepito come chiuso e inospitale.
Fiumara La Verde
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Lungo la fiumara Bonamico: fatica, rocce e natura primordiale

Giunti sul lato idrografico sinistro della fiumara ci rendemmo subito conto dell’entità spropositata del nostro carico. Due cani, 3 tende (tra cui una militare di circa 40 chili), zaini stracarichi di ricambi, viveri e attrezzi. Insomma più che una semplice escursione sembrava di prepararci ad una vera missione. Davanti a noi una distesa senza fine di pietre e rocce, interrotta dal continuo richiamo del fiume che ci avrebbe costretto a ricorrenti guadi. 
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La fatica invisibile

Quello che affrontavamo non era solo una fatica fisica, ma anche mentale. Il territorio era spoglio, selvaggio, senza alcun sentiero tracciato o segnaletica a guidarci. Non avevamo GPS, né app di tracciamento, nessuna cartina dettagliata o strumenti di orientamento ad indicarci la direzione. Il mondo digitale era assente. In tasca, solo un vecchio Nokia, testimone dei tempi più semplici.

L’invenzione della barella per alleggerire il carico

Ricordo con nitidezza il momento in cui decidemmo di costruire una barella improvvisata. Non era un progetto elegante o raffinato, ma una soluzione essenziale per alleggerire il peso delle nostre attrezzature. Ogni oggetto sulle nostre spalle sembrava aumentare di peso, trasformando ogni passaggio in un piccolo supplizio fisico.
Lago Costantino, l’invenzione della barella per alleggerire il carico

L’abbandono necessario

Dopo alcune ore di faticoso avanzamento, fummo costretti ad abbandonare la nostra carriola improvvisata. Con una punta di rammarico, selezionammo solo gli elementi indispensabili da portarci dietro nascondendo con cura il resto tra le rocce vicino al fiume. Un piccolo tesoro da recuperare al ritorno.

Presagio nascosto tra le rocce: il piccolo cinghiale della fiumara

Liberi dal peso, il passo divenne più agile. I cani si lanciarono in corse sfrenate, tra roccia e acqua mentre i nostri richiami si perdevano nella valle. All’improvviso, un piccolo cinghiale sbucò tra le rocce. Quel frammento di selvatichezza era un presagio. Contenuta a fatica la vivacità di Zagor, riprendemmo ad avanzare lungo il corso del fiume. Il sole scendeva, le ombre si allungavano e il lago era ancora lontano, nascosto dalle insidie della gola.

L’arrivo al Lago Costantino

Superammo il torrente Costantino, sussidiario del Bonamico, avanzando sull’argine destro della fiumara. Dopo una serie di curve e passaggi, tra ombre sfumate e chiarori residui del giorno, apparve il lago. Era immobile, uno specchio d’acqua placido, appena increspato da un soffio di vento che portava con sé il profumo fresco e umido del bosco. Sembrava attenderci come un vecchio amico che osservava senza fretta.
L’arrivo al Lago Costantino

L’incontro inatteso

Non eravamo soli. Tra i ruderi di un casolare in pietra, una grossa mucca stava ferma, vigile. I suoi occhi scuri ci seguivano e senza muovere un passo dettava le sue regole: niente rumori inutili, niente fretta. Un chiaro invito ad ascoltare la natura senza filtri, ad accogliere ogni suono. Qui, eravamo noi gli intrusi.

Preparativi rapidi, mani in sincronia

Montammo il campo quasi senza parlarci, come se ciascuno sapesse esattamente cosa fare. Legna raccolta a passi svelti, tende che prendevano forma e una cena frugale condivisa su stoviglie leggere di metallo. Era esattamente l’immagine che avevo portato con me per giorni. Quattro amici, un fuoco vivo, una piccola isola di luce in mezzo al bosco e il calore che non era solo fisico ma emotivo. In quel cerchio di luminoso, il presente si trasformava già in memoria, in storia. L’imperscrutabile ci rendeva fragili, indifesi, eppure incredibilmente vivi.
Campeggio sulle rive del Lago Costantino
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Una fortezza di tela

Si spengono le luci e in un attimo le nostre tende diventano una fortezza di tela. L’interno è avvolto da un buio fitto, l’aria sa di umido e di resina. Resto immobile, gli occhi spalancati verso il nulla, mentre fuori la natura prende vita. All’improvviso, un fragoroso calpestio rompe l’equilibrio. Foglie e rami si agitano in un crescendo di passi. È un ritmo pesante, deciso, come se la notte avesse deciso di farsi sentire. Poi, un colpo netto scuote la parete della tenda. Dall’altra parte, sagome invisibili si muovono lente, circolari.

La notte dei cinghiali: un assedio nel cuore della notte

Sono le tre del mattino quando un branco numeroso di cinghiali strinse in un insolito assedio il nostro campo. Li immaginavo lì, a pochi passi, con le loro setole ruvide che sfioravano il terreno, i musi bassi a raschiare attorno alle scodelle vuote dei cani. Si urtavano con una forza senza scrupoli, decisi a non lasciare nulla di intentato. Fu allora che mi tornò alla mente l’immagine del piccolo cinghiale lungo la fiumara, fermo come una statua, lo sguardo fisso verso di noi. Allora mi era parso un incontro curioso, quasi poetico, ora capivo che era un avvertimento, un presagio silenzioso.

Barricati nel buio

Restammo barricati, trattenendo il fiato, contando ogni secondo. Le mani strette sui sacchi a pelo come se potessero diventare un rifugio più solido. Sussurrammo frasi brevi, temendo che le parole potessero scivolare fuori e tradire la nostra presenza. E poi, lentamente, arrivò il silenzio. Il branco si allontanò e il campo tornò a respirare con il ritmo lento della notte. Il fascio di luce di una torcia spuntò dalla tenda opposta alla mia fendendo il buio, scrutando il perimetro, illuminando tronchi e cespugli. Tutto ok ragazzi, continuiamo a dormire, disse qualcuno, ma la frase suonò più come un desiderio che una certezza. La notte, dopotutto, era ancora lunga e vigile.

L’alba sul Lago Costantino

Alle 5 del mattino, proprio nei primi chiarori mattutini, il rumore familiare ritorna. È come un déjà vu, l’allegra famiglia di cinghiali attraversa nuovamente il campo senza fermarsi, lasciando dietro di sé soltanto impronte fresche e lo scrocchio di foglie secche calpestate. Un segno tangibile della loro presenza, della vita selvaggia che anima tuttora questi luoghi.

Un risveglio magico

L’alba si apriva lentamente sul lago. Ogni dettaglio sembrava fosse sospeso nel tempo, così intenso da poterlo quasi toccare. A pochi passi dalla costa, una vecchia barchetta interrata, sembrava dormisse da anni, mezza inghiottita dalla riva, come se il tempo l’avesse dimenticata. Eppure, nonostante l’abbandono, ci attirava con un invito insistente, impossibile da ignorare.

Una barchetta dimenticata ci porta verso l’altra sponda

Ci guardammo e, senza dirci nulla, sapevamo che quell’imbarcazione sarebbe stata la nostra compagna d’avventura. Due rami biforcati, raccolti vicino alla riva, divennero i nostri remi improvvisati. Spingemmo la barchetta nell’acqua fredda e ci lasciammo trasportare verso l’altra sponda. Era la conquista di un mondo intatto e selvaggio, nascosto dietro la superficie calma delle acque. Una fuga momentanea verso l’avventura, una corsa verso l’argine opposto per il puro gusto di farlo. Quel passaggio, allora un gioco innocente, oggi risuona come memoria, come storia.

Il lago che non c’è più: ricordi e immagini di un luogo perduto

Oggi quel lago non esiste più, eppure la memoria lo richiama con un’intensità sorprendente. Della nostra avventura restano solo vecchie fotografie, ingiallite e leggermente sfocate, che catturano la maestosa contraddizione del paesaggio: implacabile e potente, ma anche generoso e accogliente. Un luogo, sospeso tra terra e acqua, testimone di un mondo svanito, ma che continua a vivere profondamente in noi.

La notte in cui nacque il lago

La storia del Lago Costantino inizia in una notte tempestosa, quella del 4 gennaio 1973. Dopo giorni e giorni di pioggia incessante, un enorme masso si stacca dal versante nord-orientale di Monte Antenna, in località Monte Prache di Cucco – Costantino. Un fragore profondo scuote la montagna mentre circa 20 milioni di metri cubi di terra e rocce precipitano, bloccando il corso della Fiumara del Bonamico. Da quel caos nasce il lago intramontano di sbarramento.

Un angolo di tempo sospeso

Il lago deve il proprio nome a un antico monastero di origine basiliana, oggi ridotto a suggestive rovine, la cui presenza è stata segnalata dal prof. Domenico Minuto. In passato, questo specchio d’acqua era noto con il nome di “lago degli oleandri”, denominazione che richiamava chiaramente la presenza abbondante di queste piante lungo le sue sponde.

La lenta erosione del lago

Dopo decenni di esistenza, il Lago Costantino ha cominciato a perdere la sua profondità. Dal 2008, eventi alluvionali violenti e il continuo deposito di sedimenti hanno cominciato a riempire il bacino. Come sabbia portata dal vento, la terra ha lentamente soffocato le acque, fino a far sparire completamente il lago.

Un geosito di rilevanza internazionale: la memoria di un lago

Oggi, quello che resta è un territorio trasformato, dove la natura ha reclamato il suo spazio. Non più specchio d’acqua, ma un geosito di fama internazionale, una testimonianza vivente del ciclo vitale di un lago intramontano di sbarramento. Qui si può studiare e ammirare il processo completo di nascita, vita e morte di un lago, alimentato da bacini che trasportano grandi quantità di sedimenti. È un luogo vivo, dove natura e geologia si mostrano nella loro forma più autentica, un racconto duraturo che continua a vivere, anche senza le acque che un tempo lo animavano.

Fonti e approfondimenti

Autore: Claudio Bova 
©Riproduzione riservata

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