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Rappresentazione simbolica della mano di Maddà impressa nel legno secondo la tradizione

La leggenda della Mano di Maddà

Tra ricerche d’archivio, testimonianze pastorali e memorie popolari: il mistero di Maddà, il personaggio che intreccia storia e mito aspromontano

Le ricerche di Alfonso Picone Chiodo

L’interesse per il toponimo Maddà nacque dagli studi di Alfonso Picone Chiodo, che lo individuò nelle carte IGM in agro di Cardeto, nei pressi dei Piani di Salo, lungo la strada che conduce al lago del Menta. Da quel momento, un semplice riferimento cartografico si trasformò in un enigma che intreccia storia, tradizione pastorale e memoria popolare. 

Estratto cartografico, topononimo Maddà

La testimonianza del pastore Vincenzo “u Croccu”

L’aneddoto che riaccende un mito

Il mito riprese vita grazie al racconto di Vincenzo Romeo, detto u Croccu, pastore di Croce di Melia. La sua testimonianza riportò alla luce la figura di un enigmatico personaggio chiamato Maddà.

Intervista a Vincenzo Romeo detto "U Croccu"

La mano impressa nel legno: un segno ancora visibile

Secondo il racconto, un uomo chiamato Maddà, mentre veniva condotto via, “ttaccatu” (cioè arrestato e legato), esclamò «Sciogghitimi a manu mi fazzu Maddà, chi non sacciu si passu cchiù i ccà» poggiando la mano con tale forza su un abete da lasciarne impressa l’impronta, da risultare visibile ancora oggi.

Rappresentazione simbolica della mano di Maddà impressa nel legno secondo la tradizione

Storia o leggenda?

Il collegamento con la storia: Berengario Maldà di Cardona

Lo studioso Pasquale Faenza ampliò il quadro interpretativo suggerendo, pur con cautela, un possibile legame tra Maddà e Berengario Maldà di Cardona, barone di Amendolea nella seconda metà del XV secolo. Il soprannome “Maddà”, pronunciato alla francese, è effettivamente attestato nelle comunità grecaniche, ma l’espressione tradizionale «mi fazzu maddà» sembra rimandare più a un’origine popolare e linguistica che a un riferimento storicamente circoscritto.

Il contributo linguistico della tradizione grecanica

Nella tradizione grecanica emergono legami lessicali interessanti. Faenza¹ ricorda che:

Castelli, territori e potere

Il presidio delle alture e la logica del controllo

La storia della Calabria medievale racconta un territorio aspro, frammentato, spesso difficile da governare, diviso amministrativamente in Citra e Ultra. In questo scenario, i castelli d’altura divennero presidi fondamentali. Tra essi spiccava Amendolea (Amigdalarum), antichissimo castrum del casale di Bova, arroccato a 358 metri sul livello del mare. Dalla sua rupe dominava l’intera vallata dell’Amendolea, controllando transiti, traffici e dinamiche territoriali. Oggi l’abitato si trova ai piedi del pendio, ma fino agli anni Cinquanta le case occupavano ancora la sommità della collina, mantenendo viva la memoria di quel passato strategico.

Calabria Ulteriore Prima, Parte del Regno di Napoli

Il ruolo dei castellani nella Calabria aragonese

Potere e fedeltà

Secondo il pensiero di Enea Silvio Bartolomeo Piccolomini, papa Pio II, il titolo di duca di Calabria non era attribuito casualmente ai primogeniti del re di Napoli. Chi riusciva a reggere quella «lontana, indocile provincia» dimostrava di avere la capacità di governare un intero regno.

In questo quadro, la figura del castellano non era un semplice incarico militare. Egli incarnava fedeltà politica, capacità amministrativa e gestione territoriale.

Signorie d’ufficio

Queste funzioni generarono vere e proprie “signorie d’ufficio”, poteri non ereditari, ma capaci di radicarsi profondamente sul territorio (in modo lecito o abusivo), talvolta assumendo forme paragonabili alle signorie feudali, pur restando formalmente subordinati alla Corona aragonese.

Berengario Maldà e il controllo di Amendolea

In questo sistema di poteri, emerge la figura di Berengario Maldà de Cadorna. Durante il periodo angioino-aragonese, nel 1459, Amendolea e quindi anche Roghudi e Roccaforte, vengono concesse da Ferrante d’Aragona a Berengario Maldà de Cadorna (già castellano della vicina Bova). Il provvedimento fu, in realtà, una dura punizione contro Antonello Amendolea, colpevole di aver sostenuto la causa angioina.

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La voce poetica di Coletta figlio di Antonello

Mentre il potere cambiava, la cultura calabrese del Quattrocento trovava un interprete nella figura di Coletta, figlio di Antonello Amendolea. Rimatore in lingua volgare, compositore alla corte di Alfonso d’Aragona, Coletta rievocava la sua vallata con invettive pungenti, vivacità popolaresca e audacia espressiva. Una testimonianza letteraria che conserva ancora le memorie di una perdita familiare e territoriale.

La lunga catena dei signori di Amendolea

Tuttavia, il castello di Amendolea non tornò mai alla famiglia Amendolea, passando nel 1495 a Bernardino Abenavoli del Franco, poi ai Martirano (1528-1532), ai Mendoza (1532-1597) e infine ai Ruffo di Bagnara (1624-1794). I Ruffo, pur non risiedendo direttamente ad Amendolea, delegavano la gestione del feudo a fiduciari chiamati baglivi, sostenuti da sgherri (bravi), garantendo così il controllo del territorio per oltre un secolo e mezzo. 

Maddà nella memoria popolare grecanica: paura, prepotenza e vendetta

Nella memoria degli anziani di Roghudi e Gallicianò, il barone Maldà incarnava l’archetipo della prepotenza feudale, pronto a uccidere per futili motivi e a imporre lo ius primae noctis nelle terre sotto il suo controllo.
Secondo la tradizione, fu eliminato dal proprio fratello, noto invece per essere un difensore del popolo. Un contrasto dal sapore epico, tipico delle genealogie mitiche aspromontane.
Una canzone grecanica raccolta a Bova prende in giro gli abitanti di Amendolea definendoli “oli mularia tu Maddà ce tu abbatiu”, figli spuri (illeggittimi) di Maddà e dell’abate.

Rappresentazione prepotenza feudale del XVI secolo

Maddà contro l’eroe popolare

Il racconto di Lorenzo Zavettieri

Secondo il racconto di Lorenzo Zavettieri di Ghorio di Roghudi, detto u Schifiu, il ciclo narrativo su Maddà seguirebbe il modello tipico delle tradizioni orali: quello dell’oppressore sconfitto dall’eroe. In questo caso, il giustiziere è il brigante Nino Martino, detto Cacciadiavoli, figura nota del folklore aspromontano.

Lorenzo Zavettieri e Alfonso Picone 1989

L’intervento del brigante Nino Martino

Zavettieri narra che fu il famoso brigante Nino Martino, detto Cacciadiavoli, ad aver ucciso Maddà in un bosco dell’Aspromonte. La geografia locale sembra confermare l’ipotesi. Vicino alla località Mano di Maddà, infatti, sorgono le contrade Cacciadiavoli e Testa dell’Uomo, quest’ultima forse legata al luogo dove sarebbe stata lasciata la testa del tiranno.

Rievocazione storica di una banda di briganti con abiti in velluto e damasco, simili ai “Diavoli del Sud” di Nino Martino.
Nino Martino “Cacciadiavoli”: storia e mito del brigante calabrese

Una storia di sangue tra fratelli

La leggenda narra, infine, che Maddà e il suo giustiziere fossero fratelli di madre: “figghi di na sula mamma” (figli di una sola madre). Una dimensione tragica che richiama i miti epici e rafforza il valore morale della giustizia popolare aspromontana.

Rappresentazione di un brigante e un castellano

Fonti e approfondimenti

Estratto su video di Alfonso Picone, mano di Maddà

FAQ - La Leggenda della Mano di Maddà

Maddà è un personaggio che oscilla tra storia e leggenda nelle comunità grecaniche dell’Aspromonte. La sua memoria sopravvive nei toponimi, nelle tradizioni orali e in alcuni reperti simbolici, come la famosa “mano impressa nel legno” che, secondo i racconti, l’uomo lasciò su un abete prima di essere catturato. Storici e linguisti suggeriscono un legame con Berengario Maldà di Cardona, barone di Amendolea nel XV secolo, ma la figura popolare di Maddà sembra essere più un soprannome legato alla tradizione grecanica che un titolo nobiliare.

Il nome appare in diverse varianti nella Calabria grecanica. Oltre a riferirsi al barone Berengario Maldà, il termine compare come: maddaricu, una tela grossolana; maddini, lana tosata; un soprannome locale a Condofuri.
La tradizione linguistica lega quindi Maddà a un soprannome popolare, spesso associato a forza, prepotenza o carattere deciso.

La leggenda narra che, mentre Maddà veniva arrestato, posò la mano con tanta forza su un abete che vi rimase impressa un’impronta indelebile. Ancora oggi, i pastori della zona affermano che il segno sia visibile, un simbolo tangibile che collega mito e memoria popolare.

Nella memoria degli anziani di Roghudi e Gallicianò, Maddà incarnava il potere feudale assoluto: prepotente, violento, pronto a punire con crudeltà e a imporre leggi arbitrarie. Secondo la tradizione, fu ucciso dal fratello, che invece difendeva il popolo, creando un contrasto epico tra oppressore e giustiziere.

Il giustiziere sarebbe stato il brigante Nino Martino, detto Cacciadiavoli, noto nella tradizione aspromontana per combattere i tiranni. Luoghi come le contrade Cacciadiavoli e Testa dell’Uomo sembrano conservare tracce geografiche della vicenda.

Berengario Maldà fu castellano di Amendolea nel XV secolo, sotto Ferrante d’Aragona, e un personaggio storico realmente documentato. Il soprannome “Maddà” e la sua figura mitizzata probabilmente derivano dall’incrocio tra storia e memoria orale, trasformando il barone in simbolo di potere, prepotenza e mito popolare.

La leggenda di Maddà sopravvive perché intreccia paesaggio, storia e identità culturale. I toponimi, le canzoni popolari e le memorie degli anziani hanno preservato un racconto che mescola giustizia, vendetta fraterna e oppressione feudale, trasformando Maddà in una figura epica e inquietante dell’Aspromonte.

Autore: Claudio Bova 
©Riproduzione riservata

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