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Giuseppe Zuccalà

Medico e sindaco di San Lorenzo, tra medicina, impegno civile, memoria e il mistero di una Lancia Flavia all’interno di una chiesetta dell’Aspromonte.

La cappella, l’automobile e una storia che aspettava di essere scoperta

Ci sono storie che non si trovano cercandole. Sono loro a venirti incontro.
La storia di Giuseppe Zuccalà, medico e sindaco di San Lorenzo, mi si presentò così, durante uno dei percorsi nell’area grecanica in provincia di Reggio Calabria.
E tutto cominciò da un’automobile.
Non una macchina parcheggiata lungo una strada.
Ma un’automobile dentro una piccola chiesa di montagna.

Il mistero di Monte Peripoli

Il cammino mi guidò sul monte Peripoli, dove ancora oggi sorge una piccola cappella dedicata alla Madonna della Neve. Un luogo, un tempo, circondato da una fitta pineta. Oggi, invece, profondamente segnato dagli incendi che negli anni hanno devastato questa parte dell’Aspromonte. L’ultimo, nel 2021, cancellò quasi completamente il bosco intorno alla chiesetta.
Fu però un dettaglio inatteso a cambiare il senso di quella visita.

Attraverso un piccolo foro nella porta di ferro che impediva l’accesso alla cappella, riuscii a guardare all’interno.

Sotto quella che sembrava essere la mensa dell’altare compariva una sagoma insolita: un’automobile, una vecchia Lancia Flavia nera, murata all’interno dell’edificio.

La domanda era inevitabile: perché un’automobile si trova dentro una chiesetta di montagna?

E soprattutto: chi aveva deciso di mettercela?

Alla ricerca di una risposta

Per trovare una risposta raggiunsi il vicino Comune di San Lorenzo. Fu li che, tra i ricordi di chi lo aveva conosciuto, cominciarono ad emergere i primi frammenti di questa storia. La testimonianza e i contributi inediti messi a disposizione dal figlio, Saverio Zuccalà, insieme al prezioso lavoro di Fortunato Mangiola, ricostruirono, poco alla volta, la vicenda di un uomo diventato parte della memoria stessa della comunità.

Dietro quella macchina non c’era soltanto un’immagine del passato, ma la storia di un uomo: un medico, un amministratore, un sindaco che aveva scelto di legare profondamente la propria esistenza alla terra in cui era nato e alla comunità che aveva servito.

Il suo nome era Giuseppe Zuccalà.

Un'infanzia segnata dalla perdita paterna

Giuseppe Zuccalà, figlio di Francesco Saverio, nacque nel 1909, all’interno di una delle più antiche famiglie laurentine.
Nel 1918, quando aveva appena nove anni, perse il padre. La tragedia segnò profondamente la sua infanzia e lo costrinse ad allontanarsi dal paese, frequentando diverse scuole della provincia di Reggio Calabria.
Quella lontananza, tuttavia, contribuì a formare il carattere di un giovane curioso, determinato e particolarmente sensibile alle difficoltà degli altri.

La scelta della medicina

Dopo aver conseguito la maturità classica, Giuseppe decise di iscriversi alla Facoltà di medicina di Messina.
La scelta della medicina non fu soltanto professionale. La perdita del padre aveva lasciato in lui una consapevolezza precisa: stare accanto a chi soffre, curare, ma soprattutto non lasciare solo chi ha bisogno.

Lo studente che sfidò il regime

Durante gli anni universitari accadde un episodio destinato a cambiare il corso della sua vita.
Nel corso di una manifestazione studentesca, Zuccalà improvvisò un comizio nel quale attaccò duramente il podestà della città. La reazione delle autorità fu immediata.
La milizia intervenne, lo arrestò e gli notificò il foglio di via permanente dalla Sicilia.
La motivazione lo definiva un “pericoloso soggetto eversivo”.
Per Giuseppe, Messina era diventata, quasi all’improvviso, una città da cui partire. Alla fine dell’estate, la scelta apparve inevitabile. Lasciò la Sicilia e si trasferì a Roma, dove avrebbe proseguito il proprio percorso di studi.
Nel 1931 conseguì la laurea in medicina con il massimo dei voti e la lode.
Roma gli offriva prospettive, un futuro professionale decisamente diverso da quello che lo avrebbe atteso in un piccolo paese dell’Aspromonte. Eppure Zuccalà fece una scelta controcorrente.
Decise di tornare a casa.

Il ritorno a San Lorenzo

Prima del ritorno concluse un corso di perfezionamento in pneumologia.
Era una specializzazione particolarmente importante in un’epoca nella quale la tubercolosi e le malattie dell’apparato respiratorio rappresentavano un problema enorme.
Poi tornò a San Lorenzo. Qui cominciò a esercitare la professione.
E ben presto il paese capì di avere davanti un medico speciale.
Ma Zuccalà non era semplicemente un medico che aspettava i pazienti nel proprio studio. Era un medico che andava a cercarli.

Rocca di Varva
Rocca di Varva: natura, geologia e benessere

Il medico di tutti

Negli anni quaranta curarsi non era semplice. Le medicine erano spesso preparazioni galeniche, le possibilità terapeutiche erano molto più limitate rispetto a oggi e per molte famiglie anche una visita medica rappresentava una difficoltà economica.
Lo studio di Zuccalà diventò così un punto di riferimento, trasformando il proprio lavoro in una vera missione.
Al mattino visitava nel suo studio, spesso affollato fino al cortile e alle scale. Nel pomeriggio partiva per raggiungere gli ammalati nelle loro case. E quando era necessario, camminava per chilometri, raggiungendo anche le campagne e i paesi vicini.
Poi arrivò la guerra.

La guerra cambia tutto

Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale. Molti uomini partirono per il fronte e i paesi si svuotarono delle loro forze più giovani.
A San Lorenzo rimasero soprattutto anziani, donne, bambini, malati e persone non abili al servizio militare.
Zuccalà diventò un punto di riferimento per tutti.
Il suo ritorno a San Lorenzo assumeva così un significato ancora più evidente.
Avrebbe potuto costruire una carriera a Roma, ma aveva scelto invece di mettere la propria professione al servizio della comunità nella quale era nato.

Gli anni più difficili

All’inizio del 1942, la guerra cominciò a mostrare anche in Calabria il suo volto più concreto e minaccioso. Per l’Italia il conflitto stava prendendo una piega sempre più sfavorevole e, con il timore crescente di nuovi bombardamenti su Reggio Calabria e nei centri della provincia.
A San Lorenzo arrivavano le voci di un possibile sbarco alleato nel Mezzogiorno. Erano notizie spesso frammentarie, alimentate dalla paura e dall’incertezza, ma sufficienti a spingere migliaia di persone ad abbandonare la città e le zone ritenute più esposte ai bombardamenti. San Lorenzo divenne così una delle destinazioni degli sfollati e, in poco tempo, il numero dei suoi abitanti crebbe sensibilmente.
Ma il movimento della popolazione procedeva in entrambe le direzioni. Molti laurentini lasciarono il centro del paese per trasferirsi nelle proprie campagne. In quei mesi difficili, la terra rappresentava ancora una delle poche certezze, garantendo quel poco che bastava a sopravvivere e offrendo un riparo lontano dai possibili obiettivi militari.

La guerra e gli sfollati

In questo scenario si moltiplicò il lavoro del medico. Zuccalà visitava a qualsiasi ora, anche durante la notte. Per raggiungere i malati affrontava strade difficili e luoghi isolati, spesso a piedi o ricorrendo a mezzi di fortuna. Non si limitava a curare i propri pazienti, prestava assistenza a chiunque ne avesse bisogno, senza distinguere tra residenti, sfollati o persone incontrate lungo il cammino.
Fu in quegli anni che la figura del medico finì per assumere un significato che andava oltre la professione. In una comunità sospesa tra l’attesa e la paura, Zuccalà divenne una presenza costante, una figura alla quale affidarsi quando tutto intorno sembrava perdere le proprie certezze.

Da medico a sindaco

Nel 1943, con la caduta del fascismo, anche l’amministrazione dei Comuni cambiò volto. La figura del podestà venne sostituita con quella del sindaco. A San Lorenzo, questo passaggio segnò l’inizio di una nuova stagione.
Era il 5 settembre 1943 quando, nel delicato clima politico seguito all’arrivo degli alleati, il dottor Giuseppe Zuccalà venne chiamato a guidare il Comune. La nomina gli fu conferita direttamente dal comandante alleato, affidandogli il compito di amministrare una comunità provata dagli anni della guerra e dalle difficoltà del conflitto.

Valle grecanica osservata dalla vetta
Monte Cataluce

Un uomo alla guida della rinascita

La notizia fu accolta dalla popolazione con entusiasmo. In quel momento di incertezza e di ricostruzione, la scelta di Zuccalà rappresentò un segnale di fiducia e di speranza. Zuccalà accettò l’incarico con la consapevolezza delle difficoltà che lo attendevano. Un Comune povero, segnato dagli anni del conflitto, privo dei più elementari servizi e bisognoso di essere accompagnato verso una nuova fase della propria storia. Fu così che Giuseppe Zuccalà si trovò al centro di una stagione decisiva, chiamato a trasformare le difficoltà del dopoguerra in un’occasione di rinascita per San Lorenzo.

La nascita di una nuova democrazia

Il dopoguerra non segnò soltanto la ricostruzione di un Paese uscito dalla guerra, fu anche l’inizio di una profonda trasformazione della società italiana. Una trasformazione che passò, soprattutto, attraverso l’ingresso delle donne nella vita politica e civile della Repubblica.
Il 1° febbraio 1945, con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23, noto come Decreto Bonomi, alle donne italiane venne finalmente riconosciuto il diritto di voto. L’anno successivo, nel 1946, sarebbe arrivata anche la piena eleggibilità: le donne potevano non soltanto scegliere i propri rappresentanti, ma anche essere chiamate a rappresentare le proprie comunità.

Fu in questo clima di rinascita democratica che, il 10 marzo 1946, si svolsero le prime elezioni amministrative libere del dopoguerra. 

L’inizio di una lunga stagione amministrativa

Fu in quella nuova stagione democratica che emerse la figura di Zuccalà. E Zuccalà vinse. La sua affermazione non fu soltanto un risultato elettorale, ma l’inizio di un lungo percorso nella vita pubblica del territorio. Da quel momento, il suo nome sarebbe rimasto profondamente legato alla storia amministrativa della comunità, attraversando anni di cambiamenti, difficoltà e trasformazioni.

San Pantaleone
Serro Castellace e la Rotta degli abissi

Un paese da ricostruire

Nel dopoguerra, San Lorenzo si trovava ancora alle prese con difficoltà profonde, eredità di anni di isolamento e di abbandono. Mancavano l’illuminazione pubblica, le reti idriche e fognarie; molte strade erano poco più che tracciati impervi e raggiungere alcune frazioni significava affrontare un viaggio lungo e difficile. In questo contesto, le infezioni tifoidee rappresentavano una minaccia ricorrente per la popolazione.
Fu allora che Zuccalà iniziò a farsi interprete delle necessità della comunità, portando con determinazione la voce di San Lorenzo oltre i confini del paese. Scrisse e inviò telegrammi alle istituzioni centrali, sollecitando interventi e risorse, e utilizzò anche le colonne del Giornale d’Italia per denunciare pubblicamente le condizioni in cui versava il territorio.

Ma la sua azione non si fermò alle richieste. Zuccalà cercò soprattutto soluzioni concrete, convinto che alla denuncia dovessero seguire i fatti. In un paese ancora segnato dalle difficoltà del dopoguerra, la sua iniziativa divenne così uno strumento per trasformare bisogni rimasti a lungo inascoltati in problemi da affrontare e risolvere.

Una strada costruita quasi dal nulla

Tra le opere che più di ogni altra testimoniano l’intraprendenza e la capacità amministrativa di Zuccalà vi fu la realizzazione della strada verso San Pantaleone e l’omonima cappella, alla fine degli anni quaranta. Erano anni difficili, segnati dalla scarsità di risorse e dalle difficoltà della ricostruzione, eppure Zuccalà seppe trasformare le poche possibilità disponibili in un’opera concreta e destinata a durare. 

Ricorrendo ai cantieri scuola, riuscì a ottenere gratuitamente sia la progettazione sia i terreni necessari ai lavori, mentre con determinazione si adoperò per procurarsi anche un contributo prefettizio. Con risorse minime, ma grazie alla sua capacità di iniziativa e alla tenacia nel perseguire l’obiettivo, riuscì così a realizzare un collegamento fondamentale per la comunità e per l’accesso alla Cappella di San Pantaleone.

L’inaugurazione e una storia ancora da scrivere

La strada fu inaugurata il 12 agosto 1949, in una giornata particolarmente significativa per la comunità, in occasione della tradizionale “Discesa” dell’icona della Madonna della Cappella di San Lorenzo. Quel giorno non si celebrava soltanto l’apertura di una nuova via, si rendeva visibile il risultato concreto di un’azione amministrativa capace di trasformare risorse esigue in un’opera di interesse collettivo. Per Zuccalà fu una delle tante dimostrazioni di come, anche negli anni più difficili, fosse possibile costruire nuove opportunità per il territorio. 

Ma la storia di quella strada non era ancora finita.

Quando la montagna mette alla prova il progetto

Ma la realizzazione della strada non fu priva di ostacoli. Il primo tracciato si rivelò presto problematico a causa della natura argillosa del terreno, soprattutto nella zona di Largaduri, dove le caratteristiche del suolo rendevano difficile garantire stabilità e sicurezza al percorso. Ancora una volta, Zuccalà non si arrese di fronte alle difficoltà. Con la stessa determinazione che aveva accompagnato l’avvio dell’opera, riuscì a ottenere un nuovo esproprio e dispose che il tracciato venisse spostato più a valle, dove fu realizzato il percorso destinato a diventare quello definitivo.

Il segno lasciato da Zuccalà

Quella strada, tuttavia, significò molto più della semplice apertura di un nuovo collegamento viario. Significò rompere, almeno in parte, l’isolamento di San Pantaleone, mettendo in comunicazione più agevole un territorio dalla forte vocazione agricola con il resto della comunità. San Pantaleone rappresentava infatti una delle principali risorse produttive della zona, tanto che Francesco Nucera, nel volume Rovine di Calabria, lo definì il “granaio” di San Lorenzo. La strada divenne così uno strumento di sviluppo e di trasformazione, non soltanto una via tracciata sul territorio, ma un’infrastruttura capace di avvicinare persone, campagne e attività economiche, aprendo una breccia nell’isolamento che per lungo tempo aveva segnato la vita di quella parte del paese.

Quattro volte sindaco

Il consenso popolare attorno a Zuccalà si consolidò negli anni, accompagnando una stagione amministrativa caratterizzata da una progressiva trasformazione del territorio. Nel 1952, Zuccalà venne nuovamente eletto sindaco con un’ampia maggioranza. Quattro anni più tardi, nel 1956, arrivò la quarta vittoria elettorale, confermando il rapporto di fiducia costruito nel tempo con la comunità.

Durante le sue amministrazioni furono realizzate altre opere destinate a incidere profondamente sulla viabilità e sui collegamenti del territorio. Tra queste, il collegamento San Pantaleone-SP3 e il ponte sul Tuccio, in località San Nicola, inaugurato nel 1960. Interventi che rispondevano a esigenze concrete e immediate, ma che si inserivano in una visione più ampia: quella di un territorio meno frammentato, più facilmente attraversabile e capace di mettere in relazione le diverse realtà del paese.

Dalla montagna al mare

Ma per Zuccalà la costruzione delle strade non rappresentava un fine in sé. Dietro ogni nuovo collegamento sembrava esserci un’idea più ambiziosa, ridurre le distanze, favorire gli scambi e unire realtà che per secoli erano rimaste separate dalla conformazione del territorio.

Da questa visione nacque il progetto di collegare San Pantaleone con Marina di San Lorenzo, creando un percorso più rapido tra la montagna e il mare. Era un progetto che andava oltre la semplice viabilità locale, significava mettere in relazione il cuore agricolo del territorio con la costa, avvicinando campagne, abitazioni, attività e comunità. In quella strada verso il mare si intravedeva dunque un’idea precisa di sviluppo: fare della viabilità lo strumento attraverso cui superare l’isolamento e costruire un territorio più unito e moderno.

Un medico che non si fermava mai

La sua attività professionale proseguì parallelamente a quella politica, senza che gli incarichi pubblici lo allontanassero dalla sua vocazione di medico. Per anni Zuccalà percorse migliaia di chilometri nell’area grecanica, raggiungendo persone che, per povertà, distanza o difficoltà di spostamento, non erano nelle condizioni di recarsi nel suo studio. Erano anni in cui assistere un malato significava spesso affrontare sentieri impervi, lunghe camminate e spostamenti difficili. E Zuccalà quei percorsi li affrontava personalmente, senza risparmiarsi.

A volte camminava per ore; altre volte si spostava a dorso di un animale o utilizzava i pochi mezzi allora disponibili. Il medico diventava così una presenza familiare anche nei luoghi più remoti, là dove la medicina arrivava soprattutto attraverso la disponibilità e il sacrificio di chi la esercitava.

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I Greci di Calabria e il patrimonio genetico dell’Aspromonte

Una notte a Largaduri

Di quegli anni è rimasta una testimonianza che restituisce, forse meglio di molte altre, la dimensione umana del personaggio. Una sera, mentre Zuccalà rientrava da San Pantaleone, la moglie, preoccupata perché il marito tardava a tornare, decise di mandare alcune persone a cercarlo. Dopo circa mezz’ora di cammino, il gruppo lo trovò addormentato ai piedi di una quercia, in località Largaduri. La fatica del viaggio aveva avuto la meglio.

Dopo quella notte, per evitare che affrontasse da solo quei lunghi e faticosi percorsi, alcuni dei suoi fedelissimi cominciarono ad accompagnarlo durante i suoi giri. E così, lungo i sentieri dell’area grecanica, alla figura del medico si affiancò quella di un uomo seguito dalla sua gente, non soltanto per il ruolo che ricopriva, ma per la fiducia e il legame umano che nel tempo era riuscito a costruire.

I tre doni di Chorio

Tra le comunità che ebbero con Zuccalà un rapporto particolarmente stretto vi furono gli abitanti di Chorio. Alla fine del 1951, una grave flebite lo costrinse a letto per diversi mesi. La sua assenza creò una difficoltà concreta soprattutto per gli abitanti del paese che avevano bisogno delle sue visite mediche. Fu allora che alcuni choriesi pensarono a una soluzione pratica: acquistare per lui un’automobile, così da permettergli di continuare a raggiungere i malati anche nei luoghi più difficili da percorrere.

Raccolsero il denaro necessario e il 19 marzo 1952, giorno di San Giuseppe e del suo onomastico, gli consegnarono una Fiat 1100. L’automobile venne utilizzata intensamente. Le condizioni delle strade dell’epoca sottoponevano i mezzi a un’usura notevole e, dopo pochi anni, fu necessario sostituirla. Nel 1957 arrivò così una seconda vettura, una Lancia Appia.

La storia si ripeté quattro anni più tardi. Nel 1961, gli abitanti di Chorio organizzarono una nuova raccolta e gli regalarono una Lancia Flavia. È la stessa automobile che molti anni dopo avrei riconosciuto attraverso il piccolo foro della porta della cappella di Monte Peripoli, un’immagine rimasta nella memoria come traccia concreta di quella vicenda.

Tre automobili in meno di dieci anni raccontano un rapporto che andava oltre la semplice riconoscenza. Erano soprattutto strumenti di lavoro, acquistati dalla comunità perché Zuccalà potesse continuare a raggiungere i suoi pazienti. Dietro quelle raccolte di denaro c’era quindi un’esigenza molto concreta: garantire la presenza del medico in un territorio dove curare significava ancora, prima di tutto, riuscire ad arrivare dove qualcuno aveva bisogno di lui.

Un amministratore dalla parte degli ultimi

Nel 1962 la lista Zuccalà vinse nuovamente le elezioni, confermando un consenso che si era mantenuto nel tempo. Il risultato può essere letto anche alla luce delle istanze sociali presenti in quegli anni e delle fasce della popolazione alle quali la sua amministrazione cercava di dare risposta: lavoratori, famiglie meno abbienti e persone che disponevano di minori possibilità economiche.

Era una realtà nella quale la povertà faceva ancora parte della vita quotidiana. Una giornata di lavoro poteva essere pagata con somme molto modeste e, in alcuni casi, persino con beni di uso alimentare, come un pugno di fichi secchi, i cùzzuli.

Sono dettagli che restituiscono la misura delle difficoltà economiche con cui molte famiglie dovevano confrontarsi e aiutano a comprendere il significato concreto che potevano assumere anche i più semplici interventi pubblici.

Le condizioni per una comunità moderna

In questo contesto, il progetto amministrativo di Zuccalà puntava a intervenire sulle condizioni materiali della vita quotidiana. Acqua nelle case, fognature, elettricità, strade, scuola e servizi erano gli elementi attraverso i quali cercava di accompagnare San Lorenzo verso una fase nuova.

Non si trattava soltanto di realizzare singole opere, ma di costruire gradualmente le condizioni essenziali per una comunità più organizzata e meno segnata dalle carenze del passato. L’obiettivo era concreto: fare in modo che a San Lorenzo le famiglie potessero trovare quei servizi fondamentali che ormai rappresentavano una condizione necessaria per vivere con maggiore sicurezza e dignità.

Il progetto di Monte Peripoli

Ma Zuccalà non era soltanto un amministratore, era anche un uomo capace di immaginare il futuro.
Ma l’attività di Zuccalà non si limitava alla gestione delle necessità più immediate. Accanto agli interventi per la vita quotidiana del paese, emergeva anche l’attenzione per le possibilità future del territorio. Tra i progetti più ambiziosi vi fu quello legato al Monte Peripoli, una montagna che per gli abitanti di San Lorenzo aveva da sempre un valore soprattutto pratico. I suoi boschi fornivano legname e castagne e, in passato, la neve e il ghiaccio venivano utilizzati per la conservazione degli alimenti. Zuccalà guardò a questa risorsa anche da una prospettiva diversa, immaginandone un possibile sviluppo turistico

L’idea di una montagna turistica

Il progetto prevedeva la possibilità di realizzare sul monte un piccolo villaggio immerso nel verde, con abitazioni integrate nel paesaggio e affacciate sullo Ionio e, nelle giornate limpide, verso la costa orientale della Sicilia. A sostenere questa ipotesi vi erano le caratteristiche naturali della zona: l’aria, le sorgenti, i boschi e la posizione, oltre alla possibilità di creare collegamenti con Gambarie e con gli altri centri dell’area. Non era ancora un progetto compiutamente definito, ma indicava una direzione precisa: affiancare alle tradizionali attività agricole e forestali una nuova funzione del territorio. In un’epoca in cui il turismo montano e la valorizzazione ambientale erano ancora lontani dall’avere l’importanza che avrebbero assunto nei decenni successivi, l’idea di fare di Peripoli una destinazione turistica rappresentava una prospettiva non comune per San Lorenzo.

La chiesetta della Madonna della Neve

Il primo passo concreto verso la valorizzazione del Monte Peripoli fu la costruzione di una piccola chiesa di montagna dedicata alla Madonna della Neve. L’edificio avrebbe rappresentato non soltanto un luogo di culto, ma anche un primo punto di riferimento per chi avesse raggiunto quella parte del territorio. Zuccalà volle inoltre che fosse realizzata una statua lignea ispirata alla celebre Madonna di Antonello Gagini, conservata nella chiesa arcipretale di San Lorenzo, creando così un legame tra la nuova chiesa di montagna e la tradizione religiosa del paese.

Prima di tutto, la strada

Ma anche un progetto apparentemente semplice richiedeva risorse che non erano facili da reperire. Servivano strade, materiali, manodopera e denaro. Il problema principale rimaneva quindi quello dei collegamenti: il Monte Peripoli poteva offrire bellezza, risorse naturali e possibilità di sviluppo, ma senza una strada sarebbe rimasto difficilmente raggiungibile.

Per Zuccalà, dunque, la viabilità tornava a essere il punto di partenza. Come era già avvenuto per San Pantaleone, anche questa volta la costruzione di una strada rappresentava la condizione necessaria per trasformare un’idea in un progetto concreto. Perché senza una strada, anche il sogno più ambizioso sarebbe rimasto isolato sulla montagna.

Gesto magniloquente di Giuseppe Zuccalà di ringraziamento e di auspicio di realizzazione del Progetto Peripoli

L’appello ai cittadini lontani

Il 22 ottobre 1963, Zuccalà rivolse una lettera ai cittadini di San Lorenzo emigrati in diverse parti del mondo. L’obiettivo era raccogliere le risorse necessarie per portare avanti il progetto sul Monte Peripoli. Non chiese grandi somme di denaro, ma un contributo alla portata di tutti, l’equivalente di due ore di lavoro. Una richiesta semplice, pensata per coinvolgere anche chi, pur vivendo lontano, continuava a mantenere un legame con il proprio paese d’origine

Un progetto costruito insieme

La risposta arrivò attraverso forme diverse di partecipazione. Alcuni misero a disposizione le proprie competenze tecniche, altri offrirono il proprio lavoro manuale. Altri ancora misero a disposizione i terreni necessari alla realizzazione delle opere. In questo modo, accanto alle risorse economiche, il progetto poté contare anche sul contributo diretto di persone e famiglie.

Poco alla volta, il Monte Peripoli cominciò a cambiare aspetto. Le opere procedevano con i mezzi disponibili e l’idea di una piccola realtà di montagna iniziava a diventare concreta. Poi arrivò il giorno stabilito. Con una certa sorpresa, considerando le difficoltà affrontate per raggiungere quel risultato, tutto era pronto.

L’arrivo della Madonna della Neve

Il momento più significativo arrivò all’alba del 5 agosto 1964. La statua lignea della Madonna della Neve, realizzata da un artista trentino appositamente incaricato dell’opera, giunse nella piazza di San Lorenzo, fissata sul tetto della Lancia, dove una folla numerosa si era radunata per accoglierla.

Qui la statua venne benedetta da monsignor Santo Bergamo, già arciprete di San Lorenzo, con l’assistenza del parroco don Domenico Marino. Al termine della benedizione ebbe inizio il viaggio verso la montagna, lungo il percorso che avrebbe condotto la sacra immagine al suo nuovo luogo di culto.

La salita a Peripoli

Al chilometro 8 della SP23, in località Serravecchia, il corteo si fermò per assistere all’inaugurazione della nuova strada verso Peripoli.

Fu il sindaco a consegnare le forbici all’onorevole Spinelli, che recise il nastro inaugurale. Con quel gesto, la nuova strada entrò ufficialmente nella storia del paese.

La cerimonia si concluse e la lunga fila di macchine riprese la salita. A circa 1.400 metri di quota, sul Monte Peripoli, il corteo raggiunse la sua destinazione. La statua della Madonna della Neve venne portata nella piccola chiesetta appena costruita e deposta sull’altare.

Sulla facciata fu posta una lapide, datata 4 agosto 1964, a memoria dell’evento e della devozione della comunità. Quel giorno segnò l’inizio di una tradizione destinata a durare nel tempo. Da allora, ogni 5 agosto, la festa della Madonna della Neve avrebbe portato sul Monte Peripoli numerosi fedeli provenienti da San Lorenzo e dai paesi della provincia. 

Un sindaco senza privilegi

La figura di Zuccalà non si definiva soltanto attraverso le opere realizzate. Anche il suo modo di amministrare contribuì a delinearne il profilo. Le testimonianze lo ricordano come un amministratore corretto, essenziale e attento, poco incline a considerare la carica pubblica come una condizione di privilegio.

Un episodio, in particolare, restituisce concretamente questo atteggiamento. Zuccalà rinunciava ai rimborsi che gli sarebbero spettati per i viaggi compiuti nell’esercizio della sua funzione. Quando, successivamente, divenne obbligatorio percepire l’indennità di funzione, decise di destinarla all’acquisto di alberi da piantare nel territorio comunale. Era una scelta semplice, ma coerente con il suo modo di intendere l’incarico pubblico: le risorse legate alla funzione dovevano, per quanto possibile, tornare alla comunità. Anche questo episodio contribuisce a comprendere la sua idea della politica: non un vantaggio personale, ma una responsabilità verso il paese.

Nella fotografia, da sinistra a destra, sono presenti: Nicola Argirò, l’onorevole Ugo Napoli, Giuseppe Zuccalà, Giacomo Mancini, Gaetano Cingari e Saverio Alvaro.

L'ultimo viaggio

Mentre la vita pubblica di San Lorenzo continuava, nella vita di Zuccalà qualcosa era però cambiato. Nel 1966 comparvero i primi segnali di una malattia che inizialmente cercò di tenere riservata. Continuò a svolgere la propria attività con il ritmo consueto, mantenendo gli impegni professionali e amministrativi, fino a quando, nel 1968, l’aggravarsi delle sue condizioni lo costrinse a ricoverarsi a Roma, lontano dall’attenzione della comunità.
La notizia e le sue condizioni finirono inevitabilmente per coinvolgere anche il paese. Quando tornò a San Lorenzo, intorno a lui si raccolsero familiari, amici e cittadini che avevano condiviso con lui gli anni dell’attività medica e amministrativa. Il 10 dicembre 1968, all’alba, Giuseppe Zuccalà si spense. Aveva 59 anni. Con la sua scomparsa si chiudeva una lunga stagione della vita di San Lorenzo, segnata dal suo lavoro di medico, dall’attività amministrativa e dai numerosi progetti con cui aveva cercato di intervenire concretamente sul territorio. Restavano le opere realizzate, ma anche quelle idee che, in parte, avevano iniziato a modificare il modo in cui la comunità guardava al proprio futuro.

Perché quell’automobile è dentro la cappella?

E qui ritorna quella domanda incontrata all’inizio del viaggio.
Che cosa ci fa una Lancia Flavia dentro una cappella di montagna?
Quell’automobile, la terza donata dagli abitanti di Chorio, dopo la morte di Zuccalà venne collocata nella cappella di Monte Peripoli come lui stesso aveva disposto.
Finì sotto la mensa dell’altare della sua chiesetta diventando un elemento stabile della sua architettura.
Ma quella macchina racconta anche qualcosa che va oltre la sua presenza insolita. Per anni era servita a percorrere le strade della montagna, spesso difficili, per raggiungere le persone malate. Era uno strumento del suo lavoro e, nel tempo, anche una testimonianza concreta del rapporto che si era creato tra Zuccalà e la sua comunità.

Dalle strade all’altare

Dopo la sua morte, la stessa automobile venne collocata ai piedi dell’altare dedicato alla Madonna, alla quale Zuccalà aveva affidato uno dei suoi progetti più importanti.

Così una vettura utilizzata per percorrere le strade del paese e raggiungere gli ammalati è rimasta nella cappella, in un luogo destinato alla preghiera.

La Lancia Flavia era diventata un monumento. Un monumento decisamente insolito.
Ma perfettamente coerente con la storia dell’uomo a cui era appartenuta.

L’eredità

Nel 1970, il Collegio dei docenti della Scuola Media Statale di San Lorenzo deliberò all’unanimità di intitolare la scuola a Giuseppe Zuccalà.
Era un riconoscimento particolarmente significativo. Proprio lui, che da ragazzo era stato costretto ad allontanarsi dal paese per poter studiare, aveva contribuito a portare una scuola a San Lorenzo, permettendo alle nuove generazioni di formarsi senza dover partire.

La sua eredità non si misura dunque soltanto attraverso gli incarichi ricoperti o le opere realizzate. Rimane nei luoghi che hanno accompagnato la vita della comunità: nelle strade, nell’acqua, nella scuola. E rimane nella memoria di chi lo ha conosciuto, soprattutto nel rapporto umano che seppe costruire con i suoi pazienti.

La Madonna salvata dal fuoco

C’è un’ultima curiosità. Ed è forse la più sorprendente.
La cappella di Monte Peripoli venne raggiunta dalle fiamme durante uno dei tanti incendi estivi.
Il fuoco distrusse parte della vegetazione. Ma accadde qualcosa di quasi incredibile.
La statua della Madonna della Neve, realizzata in legno, si salvò.
Per alcuni anni venne addirittura venerata come Madonna Nera, probabilmente a causa degli effetti dell’incendio.
Poi arrivò il restauro, curato dalla famiglia Zuccalà e la statua tornò al suo antico splendore.
Oggi è possibile ammirarla e venerarla nella chiesa arcipretale, già protopapale, di San Lorenzo.

La statua della Madonna delle nevi di Monte Peripoli annerita dall'incendio

Una storia che continua

Alla fine, quell’automobile murata nella cappella non è più soltanto una curiosità, ma la traccia di una storia.
Quella di un medico che attraversava le montagne per raggiungere i propri pazienti. Di un sindaco impegnato a costruire strade là dove per anni aveva dominato l’isolamento. Di un amministratore che, in alcune occasioni, rinunciò anche a ciò che gli spettava. E di una comunità che, nel tempo, gli affidò tre automobili come segno di riconoscenza.
È anche la storia di un uomo che guardava alla montagna non come a un territorio marginale, ma come a uno spazio sul quale costruire possibilità per il futuro.
Forse è proprio questo il dettaglio più interessante.

La Lancia Flavia non è stata semplicemente parcheggiata dentro una cappella. È stata consegnata alla memoria.
Perché ogni chilometro percorso da quella macchina raccontava qualcosa di Giuseppe Zuccalà. E ogni volta che qualcuno sale a Monte Peripoli, davanti a quella piccola chiesa, può ancora leggere una parte di quella storia. Una storia fatta di medicina, politica, fede, solidarietà e territorio.
Una storia calabrese.
E, soprattutto, una storia di comunità.

Fonti e approfondimenti

Autore: Claudio Bova 
Data: 11/09/2026
®Riproduzione riservata

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