Quattro sacchi di rifiuti per una cascata
Quattro sacchi di rifiuti per una cascata. E una domanda: quanto rispettiamo davvero la montagna? La bellezza dell’Aspromonte impone una riflessione sulla tutela concreta e sulla responsabilità di chi lo frequenta Share Contenuto 1. Non è un’avventura, ma una lezione2. La montagna come un cestino3. Quando la bellezza incontra l’incuria4. Com’è possibile?5. La bellezza non basta6. Quattro sacchi per una cascata7. Non abbiamo fatto nulla di straordinario8. La montagna non è un cestino9. La responsabilità di chi passa10. La montagna chiede rispetto Avvertenza Gli itinerari pubblicati su TaCuntu hanno carattere esclusivamente descrittivo e riflettono esperienze personali. Essi non costituiscono guide ufficiali, né consigli professionali. I percorsi possono includere sentieri poco evidenti, crinali esposti e terreni instabili. Chiunque decida di intraprendere gli itinerari descritti lo fa a proprio rischio e pericolo. Per la sicurezza personale, si raccomanda di:– Affidarsi a guide locali esperte;– Non percorrere da soli itinerari non segnati o poco conosciuti;– Utilizzare equipaggiamento adeguato e strumenti di orientamento idonei;– Verificare preventivamente le condizioni meteorologiche e del terreno. TaCuntu e i suoi gestori declinano ogni responsabilità per danni, infortuni, incidenti o perdite di qualsiasi tipo derivanti dall’utilizzo delle informazioni presenti sul sito. L’escursionismo deve essere praticato con prudenza, preparazione e rispetto del territorio. Non è un’avventura, ma una lezione Questa non è la cronaca di un’avventura, ma di un’escursione trasformata in raccolta di rifiuti. Siamo in Aspromonte, lungo uno dei sentieri del Parco che conduce allo Schicciu da Spana, le note Cascate di Maesano. Un luogo di straordinaria bellezza, facilmente raggiungibile e sempre più apprezzato anche dai visitatori stranieri. Dopo tanti anni sono tornato qui con un piccolo gruppo di amici ungheresi, con l’idea di regalare loro una giornata tra natura, acqua e paesaggi spettacolari. Un luogo da valorizzare attraverso natura, geologia, educazione ambientale e benessere. Non immaginavo, però, che quella giornata avrebbe finito per raccontarci qualcosa di diverso. skip render: ucaddon_post_list La montagna come un cestino Lungo il sentiero ci imbattiamo in qualcosa che non avevo affatto messo in conto: sigarette, fazzoletti, bottiglie, carte, plastica e stagnola. Perfino suole di scarpe abbandonate da chi aveva affrontato il percorso con attrezzature inadatte. La montagna diventa così il luogo dove lasciare ciò che non vogliamo più portarci dietro. Una scarpa rotta. Una bottiglia vuota. Un involucro. Una cicca. Come se bastasse non vedere più un rifiuto per considerarlo scomparso. Ma in natura funziona esattamente al contrario.Se lo lasci lì, non è sparito. È rimasto lì. E spesso ci rimarrà molto più a lungo di quanto immaginiamo. Quando la bellezza incontra l’incuria Finalmente raggiungiamo il punto panoramico. Davanti a noi c’è lo Schicciu. La cascata è lì, immersa nel paesaggio. E proprio dove dovrebbe esserci soltanto la meraviglia, troviamo a terra confezioni di plastica di prosciutto, già consumate e abbandonate. Una scena difficile da comprendere. Scendiamo verso il fiume e incontriamo una coppia di svizzeri. Il signore ci racconta: “Erano trent’anni che volevo vedere queste cascate. Prima non ero mai riuscito a venirci.” Trent’anni. Una vita. Poi guarda il sentiero e aggiunge: “Il posto è bellissimo, ma è sporchissimo.” Apre il telefono. Penso voglia mostrarci le fotografie della cascata. Invece mi mostra quelle della spazzatura. Aveva fotografato i rifiuti lungo il sentiero. Una frase che vale più di mille parole. Com’è possibile? Continuiamo a scendere. Sul letto del fiume troviamo una grande busta di plastica. Dentro? Piatti.Bicchieri.Posate. Il ricordo di una domenica trascorsa a mangiare in mezzo alla natura. Le persone sono andate via. Il pranzo è finito. Ma il loro rifiuto è rimasto lì. A marcire. Siamo in un’area sottoposta a tutela integrale del Parco Nazionale dell’Aspromonte. Eppure anche qui qualcuno è riuscito a trasformare un angolo di natura in una discarica a cielo aperto. La bellezza non basta Risaliamo il fiume. Arriviamo alle pozze. L’acqua precipita, si frantuma sulle rocce e si trasforma in una nuvola di minuscole gocce. Per qualche minuto esistiamo soltanto noi, la roccia, l’acqua e il bosco. Ma penso già al ritorno. Così faccio una cosa semplice. Prendo una busta e comincio a raccogliere. Una carta. Una bottiglia. Una cicca. Un involucro. Poi un’altra. I ragazzi ungheresi mi guardano. Capiscono. Ed iniziano ad aiutarmi. La raccolta diventa contagiosa. Quattro sacchi per una cascata Torniamo indietro lungo il fiume raccogliendo bottiglie di vetro e plastica, carte, cicche e rifiuti di ogni genere. Recuperiamo il grande bustone con piatti, bicchieri e posate. Risaliamo. Arriviamo al punto panoramico. E lo ripuliamo. Via le confezioni di prosciutto. Via la stagnola. Via tutto ciò che impediva di guardare soltanto la cascata. Poi ancora: Suole. Bottiglie. Carte. Altri piccoli rifiuti. Alla fine raggiungiamo le automobili con quattro buste di rifiuti, compresse al massimo. Quattro sacchi pieni di ciò che qualcuno aveva deciso di lasciare in montagna. Non abbiamo fatto nulla di straordinario E sapete qual è la cosa strana? Non abbiamo fatto nulla di straordinario. Non abbiamo conquistato una vetta. Non abbiamo stabilito un record. Non abbiamo compiuto un’impresa. Abbiamo semplicemente fatto ciò che dovrebbe essere normale: abbiamo raccolto quello che altri avevano abbandonato. Ed è forse proprio questo il punto. La montagna non è un cestino Ed è qui che vorrei rivolgere una domanda alle Istituzioni. Quando parliamo di territorio, protezione della natura e gestione dei nostri parchi, siamo sicuri di investire abbastanza nella tutela concreta? Prima di modificare le regole sulla protezione della fauna selvatica, prima di ampliare le possibilità di caccia in zone e periodi precedentemente limitati, prima di introdurre sanzioni fino a 900 euro per chi ostacola o disturba le attività venatorie, non sarebbe altrettanto importante rafforzare il sistema di tutela ambientale? Più presidi. Più controlli. Più educazione ambientale. Più manutenzione. Più informazione. E, nelle aree più delicate, perché non pensare anche a forme di accesso regolamentato attraverso l’accompagnamento di guide ambientali? Non per impedire alle persone di vivere la montagna. Al contrario: per insegnare a viverla. Perché una montagna frequentata non è necessariamente una montagna protetta. E una montagna accessibile non può diventare una montagna abbandonata alla buona volontà dei singoli. La responsabilità di chi passa Quel giorno



