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Echi del Sud

Pittura religiosa di Andrea Valere, raffigurante l'incontro spirituale tra la Madonna e un pastore, con gregge di pecore e un albero di gelso

U miraculu di Ceza du Signuri

U miraculu di Ceza du Signuri Armo, storie di fede e mistero che animano il borgo Share Contenuto 1. Fede e memoria collettiva2. Spilingari, teatro del prodigio3. Miracolo di Armo: le pecore inginocchiate in adorazione4. La processione verso la Chiesa parrocchiale5. Fonti e approfondimenti Fede e memoria collettiva La Parrocchia di Maria Santissima Assunta, nel cuore di Armo, caratteristico borgo del comune di Reggo Calabria, custodisce un bellissimo dipinto di Andrea Valere. L’opera, donata per devozione, racconta un evento prodigioso noto come: U miraculu di Ceza du Signuri. Spilingari, teatro del prodigio Spilingari, località adagiata lungo la riva sinistra del torrente Armo, a valle dell’antico borgo, fu il luogo in cui si compì il miracolo. Negli anni ’90 dell’Ottocento alcuni ladri entrarono nella chiesa parrocchiale e rubarono oggetti sacri, tra cui una preziosa pisside. Per liberarsi delle Sacre Particole decisero di svuotarla sotto un albero di gelso, chiamato Ceza in dialetto locale. Armo Leggi di più No posts found Miracolo di Armo: le pecore inginocchiate in adorazione Il pastore Leandro Siclari guidava, com’era solito, il suo gregge lungo i sentieri che attraversano la valle. Improvvisamente notò un belare e un comportamento insolito delle pecore che si inginocchiarono intorno ad un piccolo mucchio di ostie, come a riconoscere un evento straordinario. Leandro, colpito dalla scena miracolosa, comprese subito che si trattava di qualcosa di speciale. Senza perdere un istante si diresse verso il paese per informare il parroco. Passando dalla contrada Pegadi incontrò alcuni abitanti del luogo. Tra loro c’era anche la giovane Felicia Marino di Domenico che percepì subito l’importanza del messaggio e corse anch’essa ad Armo per avvisare il curato del prodigio. Dipinto olio su tela di Andrea Valere, 2021 La processione verso la Chiesa Parrocchiale Accertata la veridicità dell’evento, il parroco e i fedeli si recarono a Spilingari tra canti e preghiere per recuperare le Sacre Particole, riportandole in chiesa. A chiudere la processione, il gregge guidato dal pastore, testimone silenzioso e fedele del miracolo. Fonti e approfondimenti – Plutino p.T.. ofm conv., I Cezza du Signuri in “Riparazione eucaristica” dell’A.L.E.R. della Provincia Picena, Anno 43, Genn. 2004 – MEGALIZZI F. D., La devozione eucaristica ad Armo, Parrocchia di Armo, Giu. 2016 Autore: Claudio Bova ©Riproduzione riservata Sostieni il progetto! TaCuntu non è solo un progetto, ma una missione che richiede il tuo sostegno. Donaci il tuo tempo, promuovi i nostri contenuti, seguici sui nostri canali Social, condividi con amici i nostri post, parla di noi! 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Rappresentazione simbolica della mano di Maddà impressa nel legno secondo la tradizione

La leggenda della Mano di Maddà

La leggenda della Mano di Maddà Tra ricerche d’archivio, testimonianze pastorali e memorie popolari: il mistero di Maddà, il personaggio che intreccia storia e mito aspromontano Share Contenuto 1. Le ricerche di Alfonso Picone2. La testimonianza del pastore Vincenzo “u Croccu”3. La mano impressa nel legno: un segno ancora visibile4. Storia o leggenda? Il collegamento con la storia: Berengario Maldà di Cardona5. Il contributo linguistico della tradizione grecanica6. Castelli, territori e potere: Il presidio delle alture e la logica del controllo7. Il ruolo dei castellani nella Calabria aragonese: Potere e fedeltà8. Signorie d’ufficio9. Berengario Maldà e il controllo di Amendolea10. La voce poetica di Coletta figlio di Antonello11. La lunga catena dei signori di Amendolea12. Maddà nella memoria popolare grecanica: paura, prepotenza e vendetta13. Maddà contro l’eroe popolare14. L’intervento del brigante Nino Martino15. Una storia di sangue tra fratelli16. Fonti e approfondimenti17. FAQ – La Leggenda della Mano di Maddà Le ricerche di Alfonso Picone Chiodo L’interesse per il toponimo Maddà nacque dagli studi di Alfonso Picone Chiodo, che lo individuò nelle carte IGM in agro di Cardeto, nei pressi dei Piani di Salo, lungo la strada che conduce al lago del Menta. Da quel momento, un semplice riferimento cartografico si trasformò in un enigma che intreccia storia, tradizione pastorale e memoria popolare.  La testimonianza del pastore Vincenzo “u Croccu” L’aneddoto che riaccende un mito Il mito riprese vita grazie al racconto di Vincenzo Romeo, detto u Croccu, pastore di Croce di Melia. La sua testimonianza riportò alla luce la figura di un enigmatico personaggio chiamato Maddà. Copyright: Immagine pubblicata sul sito www.laltroaspromonte.it, tratta da un video prodotto da QuestoèAspromonte con la collaborazione di Alfonso Picone Chiodo. In foto: Alfonso Picone Chiodo e Vincenzo Romeo La mano impressa nel legno: un segno ancora visibile Secondo il racconto, un uomo chiamato Maddà, mentre veniva condotto via, “ttaccatu” (cioè arrestato e legato), esclamò «Sciogghitimi a manu mi fazzu Maddà, chi non sacciu si passu cchiù i ccà» poggiando la mano con tale forza su un abete da lasciarne impressa l’impronta, da risultare visibile ancora oggi. Immagine rappresentativa creata con AI Storia o leggenda? Il collegamento con la storia: Berengario Maldà di Cardona Lo studioso Pasquale Faenza ampliò il quadro interpretativo suggerendo, pur con cautela, un possibile legame tra Maddà e Berengario Maldà di Cardona, barone di Amendolea nella seconda metà del XV secolo. Il soprannome “Maddà”, pronunciato alla francese, è effettivamente attestato nelle comunità grecaniche, ma l’espressione tradizionale «mi fazzu maddà» sembra rimandare più a un’origine popolare e linguistica che a un riferimento storicamente circoscritto. Il contributo linguistico della tradizione grecanica Nella tradizione grecanica emergono legami lessicali interessanti. Faenza¹ ricorda che: – Il toponimo Maddà compare anche a Serra San Bruno; – il termine grecanico maddaricu indica una tela grossolana; – si dice ancora maddini di lana per riferirsi alla lana tosata; – nel vocabolario di Ferdinando d’Andrea, Maddà è presente come soprannome in località Condofuri. Castelli, territori e potere Il presidio delle alture e la logica del controllo La storia della Calabria medievale racconta un territorio aspro, frammentato, spesso difficile da governare, diviso amministrativamente in Citra e Ultra. In questo scenario, i castelli d’altura divennero presidi fondamentali. Tra essi spiccava Amendolea (Amigdalarum), antichissimo castrum del casale di Bova, arroccato a 358 metri sul livello del mare. Dalla sua rupe dominava l’intera vallata dell’Amendolea, controllando transiti, traffici e dinamiche territoriali. Oggi l’abitato si trova ai piedi del pendio, ma fino agli anni Cinquanta le case occupavano ancora la sommità della collina, mantenendo viva la memoria di quel passato strategico. Il ruolo dei castellani nella Calabria aragonese Potere e fedeltà Secondo il pensiero di Enea Silvio Bartolomeo Piccolomini, papa Pio II, il titolo di duca di Calabria non era attribuito casualmente ai primogeniti del re di Napoli. Chi riusciva a reggere quella «lontana, indocile provincia» dimostrava di avere la capacità di governare un intero regno. In questo quadro, la figura del castellano non era un semplice incarico militare. Egli incarnava fedeltà politica, capacità amministrativa e gestione territoriale. Immagine rappresentativa creata con AI Signorie d’ufficio Queste funzioni generarono vere e proprie “signorie d’ufficio”, poteri non ereditari, ma capaci di radicarsi profondamente sul territorio (in modo lecito o abusivo), talvolta assumendo forme paragonabili alle signorie feudali, pur restando formalmente subordinati alla Corona aragonese. Berengario Maldà e il controllo di Amendolea In questo sistema di poteri, emerge la figura di Berengario Maldà de Cadorna. Durante il periodo angioino-aragonese, nel 1459, Amendolea e quindi anche Roghudi e Roccaforte, vengono concesse da Ferrante d’Aragona a Berengario Maldà de Cadorna (già castellano della vicina Bova). Il provvedimento fu, in realtà, una dura punizione contro Antonello Amendolea, colpevole di aver sostenuto la causa angioina. Fiumara Amendolea Leggi di più No posts found La voce poetica di Coletta figlio di Antonello Mentre il potere cambiava, la cultura calabrese del Quattrocento trovava un interprete nella figura di Coletta, figlio di Antonello Amendolea. Rimatore in lingua volgare, compositore alla corte di Alfonso d’Aragona, Coletta rievocava la sua vallata con invettive pungenti, vivacità popolaresca e audacia espressiva. Una testimonianza letteraria che conserva ancora le memorie di una perdita familiare e territoriale. Non è sulo gentilomo/ quillo che nasce gentile,/ non le basta aver lo nomo/ si li fatte soi so’ vile La lunga catena dei signori di Amendolea Tuttavia, il castello di Amendolea non tornò mai alla famiglia Amendolea, passando nel 1495 a Bernardino Abenavoli del Franco, poi ai Martirano (1528-1532), ai Mendoza (1532-1597) e infine ai Ruffo di Bagnara (1624-1794). I Ruffo, pur non risiedendo direttamente ad Amendolea, delegavano la gestione del feudo a fiduciari chiamati baglivi, sostenuti da sgherri (bravi), garantendo così il controllo del territorio per oltre un secolo e mezzo.  Maddà nella memoria popolare grecanica: paura, prepotenza e vendetta Nella memoria degli anziani di Roghudi e Gallicianò, il barone Maldà incarnava l’archetipo della prepotenza feudale, pronto a uccidere per futili motivi e a imporre lo ius primae noctis nelle terre sotto il suo controllo.Secondo la tradizione, fu eliminato dal proprio fratello, noto invece per essere un difensore del popolo. Un

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