TaCuntu

Echi del Sud

Illustrazione evocativa in stile cartografico antico che raffigura il profilo di Dionisio I di Siracusa sovrapposto a una mappa della Calabria. La mappa evidenzia l'istmo di Catanzaro, ipotizzando un canale che collega il Mar Tirreno al Mar Ionio, con navi antiche che navigano lungo il percorso.

Il canale di Dionisio

Il canale di Dionisio Dal progetto di Dionisio di Siracusa al Novecento: la storia mai compiuta del canale dell’istmo di Catanzaro Share Contenuto 1. Il punto più stretto della Calabria2. Il sogno di Dionisio3. Tra storia e realtà4. Il vallo dei Romani e Spartaco5. Il ritorno del progetto6. Un legame che non si spezza7. Fonti e approfondimenti Il punto più stretto della Calabria C’è un luogo in Calabria dove la terra sembra trattenere il respiro. Qui la penisola si assottiglia fino a diventare una sottile striscia tra due mari: il Tirreno a ovest e lo Ionio a est. È l’istmo di Catanzaro, il punto più stretto della regione dove le due coste distano appena una trentina di chilometri. Da sempre questo lembo di terra ha acceso l’immaginazione di uomini di potere. Guardandolo su una mappa, la domanda nasce spontanea: perché non unire i due mari con un canale? Un’idea semplice solo in apparenza, che avrebbe attraversato i secoli senza mai trasformarsi in realtà. Il sogno di Dionisio Il primo a immaginare quell’impresa fu Dionisio I di Siracusa. Nel IV secolo a.C. il potente tiranno vedeva nella Calabria non una semplice terra di confine ma il naturale prolungamento del suo dominio siciliano. Scavare un canale attraverso l’istmo avrebbe significato cambiare gli equilibri del Mediterraneo. Le navi avrebbero evitato il lungo periplo della Calabria, i commerci sarebbero passati sotto il suo controllo e gli eserciti avrebbero potuto spostarsi rapidamente da un mare all’altro. Era un progetto nato dall’ambizione, dalla strategia e dalla volontà di lasciare un segno nella storia. Ma alcuni sogni sono più grandi degli uomini che li concepiscono. Quello di Dionisio rimase un’idea destinata a non superare mai il confine tra immaginazione e realtà. Tra storia e realtà Le fonti antiche raccontano che Dionisio fece costruire un vallo difensivo nei pressi di Scillezio, l’attuale Squillace, per proteggere i suoi territori dalle incursioni dei Lucani. A ricordarlo è Strabone, il quale non fa tuttavia alcun riferimento ad un canale navigabile ma piuttosto ad un’opera difensiva. La natura, del resto, non offriva alcun aiuto. L’istmo non era una sottile lingua di sabbia ma un territorio fatto di colline, rilievi e rocce da scavare con mezzi che il mondo antico semplicemente non possedeva. A questo si aggiungevano gli ostacoli politici. Le città della Magna Grecia difficilmente avrebbero accettato che un’opera tanto imponente finisse nelle mani del tiranno di Siracusa. Così, mentre Dionisio combatteva contro Cartagine e contro le popolazioni italiche, il progetto svanì lentamente, fino a diventare poco più di una suggestione tramandata nei secoli. Il vallo dei Romani e Spartaco Qualche secolo più tardi, quello stesso istmo tornò al centro della storia. Tra il 73 e il 71 a.C., Spartaco guidava l’ultima fase della grande rivolta degli schiavi. Dopo il fallito tentativo di attraversare lo Stretto di Messina e raggiungere la Sicilia, il suo esercito si trovò intrappolato nella punta della penisola. Fu allora che i Romani sfruttarono la geografia a proprio vantaggio. Le legioni, guidate dal generale romano Marco Licinio Crasso, scavarono un’imponente linea di fortificazioni che attraversava la Calabria da un mare all’altro, lungo il pre-Aspromonte, un vasto sistema di trincee, terrapieni e fossati che sbarrava completamente il passaggio. La tradizione lo ricorda come il Muro di Spartaco, un’opera che molti archeologi identificano oggi nell’area del Dossone della Melia, lungo la via consolare in seguito denominata “Via Grande“. Per un momento sembrò che la ribellione fosse finita. Spartaco riuscì infine ad aprirsi un varco, ma il suo esercito era ormai logorato. La fuga continuò ancora per poco, prima della sconfitta definitiva che avrebbe posto fine alla più celebre rivolta dell’antica Roma. Il ritorno del progetto I secoli passarono, ma l’idea del canale non scomparve mai del tutto. Nel Novecento riemerse tra gli studi e le grandi opere immaginate dal regime fascista. Ancora una volta qualcuno pensò di collegare Tirreno e Ionio attraversando l’istmo di Catanzaro, evocando il sogno incompiuto di Dionisio. Furono elaborati studi e valutazioni, ma la realtà si impose ancora una volta. I costi erano enormi, le difficoltà tecniche considerevoli e i benefici troppo limitati per giustificare un’opera di quelle dimensioni. Non sarebbe stato un nuovo Canale di Suez né un’altra Panama. L’arrivo della guerra pose definitivamente fine anche a quell’ultima ipotesi. Un legame che non si spezza Così la Calabria è rimasta ciò che è sempre stata: una terra unita tra due mari. Forse è proprio questa la sua forza. Non un’isola separata dal continente, ma un ponte naturale tra mondi diversi. Un luogo in cui la Sicilia continua a essere vicina non solo per geografia, ma per lingua, tradizioni, cucina e cultura. C’era chi la chiamava “le Calabrie”, al plurale. Diceva che era troppo lunga, troppo diversa da un capo all’altro per essere raccontata come una sola terra. E forse aveva ragione. Nei secoli qualcuno ha davvero immaginato di dividerla in due, scavando un canale là dove la terra si restringe. Ma ogni volta la natura, la storia e il tempo hanno avuto l’ultima parola. Così il canale di Dionisio è rimasto soltanto un’eco del passato: una di quelle grandi idee che affascinano gli uomini, ma che la terra custodisce come semplici possibilità, lasciandole svanire nel vento. Fonti e approfondimenti – La battaglia di Spartaco – Il Dossone di Melia – Tinnaria. Antiche opere murarie sullo Zomaro – Da Capua all’Aspromonte: sulle orme di Spartaco, il gladiatore che fece tremare Roma, III. Tracce archeologiche in Calabria – Calabria Ulteriore – Dionisio I di Siracusa – Strabone – Wikipedia; Treccani; Strambone “memorie storiche” frammenti rinvenuti datati 7 a. C. Nota editoriale: Questo contenuto è stato rielaborato secondo lo stile editoriale di TaCuntu e arricchito con approfondimenti storici e fonti documentarie. Una versione analoga circola da tempo su diverse pagine e profili social, senza che sia possibile attribuirne con certezza la paternità originaria. Autore: Claudio Bova ©Riproduzione riservata Sostieni il progetto! TaCuntu non è solo un progetto, ma una missione che richiede il tuo sostegno. Donaci il tuo tempo, promuovi i nostri contenuti, seguici sui nostri canali Social,

Il canale di Dionisio Leggi tutto »

Sulle tracce di Donna Canfora: il fascino segreto della Costa Viola

Sulle tracce di Donna Canfora: il fascino segreto della Costa Viola Tra mito e mare, dove le onde raccontano una leggenda senza tempo Share Contenuto 1. La Costa Viola e una leggenda che vive nel mare2. Donna Canfora3. Una promessa d’amore eterna4. Una fama che attraversò il Mediterraneo5. Il mercato galleggiante6. L’inganno della nave7. Il gesto che cambiò la leggenda8. Il mare si tinge di viola9. Dove nasce il nome Costa Viola10. Un tramonto tra mito e realtà11. Perché visitare la Costa Viola La Costa Viola e una leggenda che vive nel mare Ci sono luoghi che si visitano con gli occhi e altri che si comprendono davvero solo ascoltando le storie che custodiscono. La Costa Viola, in Calabria, è uno di questi. Tra scogliere affacciate sul Tirreno, tramonti spettacolari e acque dai riflessi cangianti, ogni angolo sembra custodire un racconto antico. Tra tutti, quello di Donna Canfora è il più affascinante. Diritti di immagine riservati: Archivio fotografico di Claudio Bova Donna Canfora Nella località Pietrenere, poco distante da Palmi, viveva una donna straordinaria. Donna Canfora era nota per la sua bellezza, ma anche per la sua intelligenza, cultura e generosità. La sua vita sembrava perfetta, fino a quando la morte prematura del marito spezzò il suo equilibrio. Ritratti del Fayyum Una promessa d’amore eterna Dopo la perdita del marito, Donna Canfora scelse di dedicare la propria esistenza agli altri. Aiutava i più bisognosi e rifiutava ogni proposta di matrimonio che le veniva rivolta, anche da uomini potenti e influenti. Per lei il legame con il marito era eterno e nessuno avrebbe potuto sostituirlo. Una fama che attraversò il Mediterraneo La sua storia e la sua fama si diffusero ben oltre le coste calabresi. Nei porti del Mediterraneo si parlava di questa donna bella e virtuosa, attirando l’attenzione di alcuni pirati saraceni. Affascinati dalla sua notorietà, decisero di organizzare un piano per rapirla. Il mercato galleggiante I saraceni arrivarono a Pietrenere travestiti da mercanti. La loro nave era stata trasformata in un elegante mercato galleggiante, ricco di tessuti preziosi, tappeti orientali, gemme scintillanti e ceramiche raffinate. L’evento attirò la curiosità degli abitanti del luogo e molte donne si riversarono sulla spiaggia per ammirare quelle meraviglie. skip render: ucaddon_post_list L’inganno della nave Anche Donna Canfora, pur avvertendo un senso di inquietudine, fu convinta a visitare il mercato. Una volta salita a bordo, il capitano la invitò a seguirlo per osservare meglio la merce esposta. Fu allora che la trappola scattò: le vele vennero issate, l’ancora sollevata e la nave prese il largo. Il gesto che cambiò la leggenda Resasi conto del rapimento, Donna Canfora chiese soltanto di poter salutare un’ultima volta la sua terra. Si avvicinò alla poppa della nave, rivolse lo sguardo verso il cielo e verso la costa che si allontanava, poi si gettò in mare gridando: impara, o tiranno, che le donne di questa terra preferiscono la morte al disonore! Un gesto estremo che la leggenda ha trasformato in simbolo di libertà e fedeltà. Immagine rappresentativa creata con AI Il mare si tinge di viola Si racconta che nel punto esatto in cui Donna Canfora scomparve tra le onde, il mare cambiò colore. L’acqua si riempì di sfumature d’indaco, blu, turchese e viola, gli stessi colori del mantello che indossava. Da quel momento quelle tonalità sarebbero rimaste per sempre legate a questo tratto di costa. Dove nasce il nome Costa Viola Ancora oggi la costa che si estende da Palmi a Villa San Giovanni è conosciuta come Costa Viola. La tradizione popolare attribuisce questo nome alla leggenda di Donna Canfora, mentre la scienza lo spiega attraverso particolari fenomeni atmosferici e marini. I riflessi del sole e l’incontro delle correnti dello Ionio e del Tirreno creano infatti straordinarie sfumature violacee sull’acqua. Diritti di immagine riservati: Archivio fotografico di Claudio Bova Un tramonto tra mito e realtà Visitare la Costa Viola al tramonto significa assistere a uno spettacolo unico. Le scogliere si tingono di luce dorata, il mare riflette mille colori e la leggenda di Donna Canfora sembra tornare a vivere. In quel momento, mito e realtà si fondono in un’unica esperienza, regalando al viaggiatore uno dei panorami più suggestivi della Calabria. Diritti di immagine riservati: Archivio fotografico di Claudio Bova Perché visitare la Costa Viola La Costa Viola non è soltanto una destinazione balneare. È un luogo dove la natura incontra la memoria, dove ogni tramonto racconta una storia e dove le leggende diventano parte integrante del paesaggio. Chi arriva qui non porta a casa solo fotografie spettacolari, ma anche il ricordo di un racconto che continua a viaggiare sulle onde del mare. Autore: Claudio Bova ©Riproduzione riservata Sostieni il progetto! TaCuntu non è solo un progetto, ma una missione che richiede il tuo sostegno. Donaci il tuo tempo, promuovi i nostri contenuti, seguici sui nostri canali Social, condividi con amici i nostri post, parla di noi! I nostri canali Social Facebook-f Instagram Youtube Whatsapp Telegram Video racconti Le nostre avventure skip render: ucaddon_post_list Iscriviti alla newsletter Niente SPAM promesso! Abilita JavaScript nel browser per completare questo modulo.Nome *Cognome *Email *Scegli le notizie che vuoi ricevere * Blog Rubriche Mi interessa tutto Trattamento dati * Ho letto l’informativa sulla privacy e acconsento Invia Continua a leggere… skip render: ucaddon_uc_card_post_carousel Questo è un avviso In questo articolo, troverai link di affiliazione Amazon e Google Adsense. Se acquisti tramite link Amazon, o clicchi sui banner pubblicitari di Google, guadagnerò una piccola commissione. Questo mi aiuta a supportare il mio blog e a creare contenuti di qualità. La nostra Newsletter NIENTE SPAM PROMESSO! Iscriviti qui!

Sulle tracce di Donna Canfora: il fascino segreto della Costa Viola Leggi tutto »

Pittura religiosa di Andrea Valere, raffigurante l'incontro spirituale tra la Madonna e un pastore, con gregge di pecore e un albero di gelso

U miraculu di Ceza du Signuri

U miraculu di Ceza du Signuri Armo, storie di fede e mistero che animano il borgo Share Contenuto 1. Fede e memoria collettiva2. Spilingari, teatro del prodigio3. Miracolo di Armo: le pecore inginocchiate in adorazione4. La processione verso la Chiesa parrocchiale5. Fonti e approfondimenti Fede e memoria collettiva La Parrocchia di Maria Santissima Assunta, nel cuore di Armo, caratteristico borgo del comune di Reggo Calabria, custodisce un bellissimo dipinto di Andrea Valere. L’opera, donata per devozione, racconta un evento prodigioso noto come: U miraculu di Ceza du Signuri. Spilingari, teatro del prodigio Spilingari, località adagiata lungo la riva sinistra del torrente Armo, a valle dell’antico borgo, fu il luogo in cui si compì il miracolo. Negli anni ’90 dell’Ottocento alcuni ladri entrarono nella chiesa parrocchiale e rubarono oggetti sacri, tra cui una preziosa pisside. Per liberarsi delle Sacre Particole decisero di svuotarla sotto un albero di gelso, chiamato Ceza in dialetto locale. skip render: ucaddon_post_list Miracolo di Armo: le pecore inginocchiate in adorazione Il pastore Leandro Siclari guidava, com’era solito, il suo gregge lungo i sentieri che attraversano la valle. Improvvisamente notò un belare e un comportamento insolito delle pecore che si inginocchiarono intorno ad un piccolo mucchio di ostie, come a riconoscere un evento straordinario. Leandro, colpito dalla scena miracolosa, comprese subito che si trattava di qualcosa di speciale. Senza perdere un istante si diresse verso il paese per informare il parroco. Passando dalla contrada Pegadi incontrò alcuni abitanti del luogo. Tra loro c’era anche la giovane Felicia Marino di Domenico che percepì subito l’importanza del messaggio e corse anch’essa ad Armo per avvisare il curato del prodigio. Dipinto olio su tela di Andrea Valere, 2021 La processione verso la Chiesa Parrocchiale Accertata la veridicità dell’evento, il parroco e i fedeli si recarono a Spilingari tra canti e preghiere per recuperare le Sacre Particole, riportandole in chiesa. A chiudere la processione, il gregge guidato dal pastore, testimone silenzioso e fedele del miracolo. Fonti e approfondimenti – Plutino p.T.. ofm conv., I Cezza du Signuri in “Riparazione eucaristica” dell’A.L.E.R. della Provincia Picena, Anno 43, Genn. 2004 – MEGALIZZI F. D., La devozione eucaristica ad Armo, Parrocchia di Armo, Giu. 2016 Autore: Claudio Bova ©Riproduzione riservata Sostieni il progetto! TaCuntu non è solo un progetto, ma una missione che richiede il tuo sostegno. Donaci il tuo tempo, promuovi i nostri contenuti, seguici sui nostri canali Social, condividi con amici i nostri post, parla di noi! I nostri canali Social Facebook-f Instagram Youtube Whatsapp Telegram Video racconti Le nostre avventure skip render: ucaddon_post_list Iscriviti alla newsletter Niente SPAM promesso! Abilita JavaScript nel browser per completare questo modulo.Nome *Cognome *Email *Scegli le notizie che vuoi ricevere * Blog Rubriche Mi interessa tutto Trattamento dati * Ho letto l’informativa sulla privacy e acconsento Invia Continua a leggere… skip render: ucaddon_uc_card_post_carousel Questo è un avviso In questo articolo, troverai link di affiliazione Amazon e Google Adsense. Se acquisti tramite link Amazon, o clicchi sui banner pubblicitari di Google, guadagnerò una piccola commissione. Questo mi aiuta a supportare il mio blog e a creare contenuti di qualità. La nostra Newsletter NIENTE SPAM PROMESSO! Iscriviti qui!

U miraculu di Ceza du Signuri Leggi tutto »

Rappresentazione simbolica della mano di Maddà impressa nel legno secondo la tradizione

La leggenda della Mano di Maddà

La leggenda della Mano di Maddà Tra ricerche d’archivio, testimonianze pastorali e memorie popolari: il mistero di Maddà, il personaggio che intreccia storia e mito aspromontano Share Contenuto 1. Le ricerche di Alfonso Picone2. La testimonianza del pastore Vincenzo “u Croccu”3. La mano impressa nel legno: un segno ancora visibile4. Storia o leggenda? Il collegamento con la storia: Berengario Maldà di Cardona5. Il contributo linguistico della tradizione grecanica6. Castelli, territori e potere: Il presidio delle alture e la logica del controllo7. Il ruolo dei castellani nella Calabria aragonese: Potere e fedeltà8. Signorie d’ufficio9. Berengario Maldà e il controllo di Amendolea10. La voce poetica di Coletta figlio di Antonello11. La lunga catena dei signori di Amendolea12. Maddà nella memoria popolare grecanica: paura, prepotenza e vendetta13. Maddà contro l’eroe popolare14. L’intervento del brigante Nino Martino15. Una storia di sangue tra fratelli16. Fonti e approfondimenti17. FAQ – La Leggenda della Mano di Maddà Le ricerche di Alfonso Picone Chiodo L’interesse per il toponimo Maddà nacque dagli studi di Alfonso Picone Chiodo, che lo individuò nelle carte IGM in agro di Cardeto, nei pressi dei Piani di Salo, lungo la strada che conduce al lago del Menta. Da quel momento, un semplice riferimento cartografico si trasformò in un enigma che intreccia storia, tradizione pastorale e memoria popolare.  La testimonianza del pastore Vincenzo “u Croccu” L’aneddoto che riaccende un mito Il mito riprese vita grazie al racconto di Vincenzo Romeo, detto u Croccu, pastore di Croce di Melia. La sua testimonianza riportò alla luce la figura di un enigmatico personaggio chiamato Maddà. Copyright: Immagine pubblicata sul sito www.laltroaspromonte.it, tratta da un video prodotto da QuestoèAspromonte con la collaborazione di Alfonso Picone Chiodo. In foto: Alfonso Picone Chiodo e Vincenzo Romeo La mano impressa nel legno: un segno ancora visibile Secondo il racconto, un uomo chiamato Maddà, mentre veniva condotto via, “ttaccatu” (cioè arrestato e legato), esclamò «Sciogghitimi a manu mi fazzu Maddà, chi non sacciu si passu cchiù i ccà» poggiando la mano con tale forza su un abete da lasciarne impressa l’impronta, da risultare visibile ancora oggi. Immagine rappresentativa creata con AI Storia o leggenda? Il collegamento con la storia: Berengario Maldà di Cardona Lo studioso Pasquale Faenza ampliò il quadro interpretativo suggerendo, pur con cautela, un possibile legame tra Maddà e Berengario Maldà di Cardona, barone di Amendolea nella seconda metà del XV secolo. Il soprannome “Maddà”, pronunciato alla francese, è effettivamente attestato nelle comunità grecaniche, ma l’espressione tradizionale «mi fazzu maddà» sembra rimandare più a un’origine popolare e linguistica che a un riferimento storicamente circoscritto. Il contributo linguistico della tradizione grecanica Nella tradizione grecanica emergono legami lessicali interessanti. Faenza¹ ricorda che: – Il toponimo Maddà compare anche a Serra San Bruno; – il termine grecanico maddaricu indica una tela grossolana; – si dice ancora maddini di lana per riferirsi alla lana tosata; – nel vocabolario di Ferdinando d’Andrea, Maddà è presente come soprannome in località Condofuri. Castelli, territori e potere Il presidio delle alture e la logica del controllo La storia della Calabria medievale racconta un territorio aspro, frammentato, spesso difficile da governare, diviso amministrativamente in Citra e Ultra. In questo scenario, i castelli d’altura divennero presidi fondamentali. Tra essi spiccava Amendolea (Amigdalarum), antichissimo castrum del casale di Bova, arroccato a 358 metri sul livello del mare. Dalla sua rupe dominava l’intera vallata dell’Amendolea, controllando transiti, traffici e dinamiche territoriali. Oggi l’abitato si trova ai piedi del pendio, ma fino agli anni Cinquanta le case occupavano ancora la sommità della collina, mantenendo viva la memoria di quel passato strategico. Il ruolo dei castellani nella Calabria aragonese Potere e fedeltà Secondo il pensiero di Enea Silvio Bartolomeo Piccolomini, papa Pio II, il titolo di duca di Calabria non era attribuito casualmente ai primogeniti del re di Napoli. Chi riusciva a reggere quella «lontana, indocile provincia» dimostrava di avere la capacità di governare un intero regno. In questo quadro, la figura del castellano non era un semplice incarico militare. Egli incarnava fedeltà politica, capacità amministrativa e gestione territoriale. Immagine rappresentativa creata con AI Signorie d’ufficio Queste funzioni generarono vere e proprie “signorie d’ufficio”, poteri non ereditari, ma capaci di radicarsi profondamente sul territorio (in modo lecito o abusivo), talvolta assumendo forme paragonabili alle signorie feudali, pur restando formalmente subordinati alla Corona aragonese. Berengario Maldà e il controllo di Amendolea In questo sistema di poteri, emerge la figura di Berengario Maldà de Cadorna. Durante il periodo angioino-aragonese, nel 1459, Amendolea e quindi anche Roghudi e Roccaforte, vengono concesse da Ferrante d’Aragona a Berengario Maldà de Cadorna (già castellano della vicina Bova). Il provvedimento fu, in realtà, una dura punizione contro Antonello Amendolea, colpevole di aver sostenuto la causa angioina. skip render: ucaddon_post_list La voce poetica di Coletta figlio di Antonello Mentre il potere cambiava, la cultura calabrese del Quattrocento trovava un interprete nella figura di Coletta, figlio di Antonello Amendolea. Rimatore in lingua volgare, compositore alla corte di Alfonso d’Aragona, Coletta rievocava la sua vallata con invettive pungenti, vivacità popolaresca e audacia espressiva. Una testimonianza letteraria che conserva ancora le memorie di una perdita familiare e territoriale. Non è sulo gentilomo/ quillo che nasce gentile,/ non le basta aver lo nomo/ si li fatte soi so’ vile La lunga catena dei signori di Amendolea Tuttavia, il castello di Amendolea non tornò mai alla famiglia Amendolea, passando nel 1495 a Bernardino Abenavoli del Franco, poi ai Martirano (1528-1532), ai Mendoza (1532-1597) e infine ai Ruffo di Bagnara (1624-1794). I Ruffo, pur non risiedendo direttamente ad Amendolea, delegavano la gestione del feudo a fiduciari chiamati baglivi, sostenuti da sgherri (bravi), garantendo così il controllo del territorio per oltre un secolo e mezzo.  Maddà nella memoria popolare grecanica: paura, prepotenza e vendetta Nella memoria degli anziani di Roghudi e Gallicianò, il barone Maldà incarnava l’archetipo della prepotenza feudale, pronto a uccidere per futili motivi e a imporre lo ius primae noctis nelle terre sotto il suo controllo.Secondo la tradizione, fu eliminato dal proprio fratello, noto invece per essere un difensore del popolo. Un contrasto dal sapore epico, tipico

La leggenda della Mano di Maddà Leggi tutto »