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Illustrazione evocativa in stile cartografico antico che raffigura il profilo di Dionisio I di Siracusa sovrapposto a una mappa della Calabria. La mappa evidenzia l'istmo di Catanzaro, ipotizzando un canale che collega il Mar Tirreno al Mar Ionio, con navi antiche che navigano lungo il percorso.

Il canale di Dionisio

Il canale di Dionisio Dal progetto di Dionisio di Siracusa al Novecento: la storia mai compiuta del canale dell’istmo di Catanzaro Share Contenuto 1. Il punto più stretto della Calabria2. Il sogno di Dionisio3. Tra storia e realtà4. Il vallo dei Romani e Spartaco5. Il ritorno del progetto6. Un legame che non si spezza7. Fonti e approfondimenti Il punto più stretto della Calabria C’è un luogo in Calabria dove la terra sembra trattenere il respiro. Qui la penisola si assottiglia fino a diventare una sottile striscia tra due mari: il Tirreno a ovest e lo Ionio a est. È l’istmo di Catanzaro, il punto più stretto della regione dove le due coste distano appena una trentina di chilometri. Da sempre questo lembo di terra ha acceso l’immaginazione di uomini di potere. Guardandolo su una mappa, la domanda nasce spontanea: perché non unire i due mari con un canale? Un’idea semplice solo in apparenza, che avrebbe attraversato i secoli senza mai trasformarsi in realtà. Il sogno di Dionisio Il primo a immaginare quell’impresa fu Dionisio I di Siracusa. Nel IV secolo a.C. il potente tiranno vedeva nella Calabria non una semplice terra di confine ma il naturale prolungamento del suo dominio siciliano. Scavare un canale attraverso l’istmo avrebbe significato cambiare gli equilibri del Mediterraneo. Le navi avrebbero evitato il lungo periplo della Calabria, i commerci sarebbero passati sotto il suo controllo e gli eserciti avrebbero potuto spostarsi rapidamente da un mare all’altro. Era un progetto nato dall’ambizione, dalla strategia e dalla volontà di lasciare un segno nella storia. Ma alcuni sogni sono più grandi degli uomini che li concepiscono. Quello di Dionisio rimase un’idea destinata a non superare mai il confine tra immaginazione e realtà. Tra storia e realtà Le fonti antiche raccontano che Dionisio fece costruire un vallo difensivo nei pressi di Scillezio, l’attuale Squillace, per proteggere i suoi territori dalle incursioni dei Lucani. A ricordarlo è Strabone, il quale non fa tuttavia alcun riferimento ad un canale navigabile ma piuttosto ad un’opera difensiva. La natura, del resto, non offriva alcun aiuto. L’istmo non era una sottile lingua di sabbia ma un territorio fatto di colline, rilievi e rocce da scavare con mezzi che il mondo antico semplicemente non possedeva. A questo si aggiungevano gli ostacoli politici. Le città della Magna Grecia difficilmente avrebbero accettato che un’opera tanto imponente finisse nelle mani del tiranno di Siracusa. Così, mentre Dionisio combatteva contro Cartagine e contro le popolazioni italiche, il progetto svanì lentamente, fino a diventare poco più di una suggestione tramandata nei secoli. Il vallo dei Romani e Spartaco Qualche secolo più tardi, quello stesso istmo tornò al centro della storia. Tra il 73 e il 71 a.C., Spartaco guidava l’ultima fase della grande rivolta degli schiavi. Dopo il fallito tentativo di attraversare lo Stretto di Messina e raggiungere la Sicilia, il suo esercito si trovò intrappolato nella punta della penisola. Fu allora che i Romani sfruttarono la geografia a proprio vantaggio. Le legioni, guidate dal generale romano Marco Licinio Crasso, scavarono un’imponente linea di fortificazioni che attraversava la Calabria da un mare all’altro, lungo il pre-Aspromonte, un vasto sistema di trincee, terrapieni e fossati che sbarrava completamente il passaggio. La tradizione lo ricorda come il Muro di Spartaco, un’opera che molti archeologi identificano oggi nell’area del Dossone della Melia, lungo la via consolare in seguito denominata “Via Grande“. Per un momento sembrò che la ribellione fosse finita. Spartaco riuscì infine ad aprirsi un varco, ma il suo esercito era ormai logorato. La fuga continuò ancora per poco, prima della sconfitta definitiva che avrebbe posto fine alla più celebre rivolta dell’antica Roma. Il ritorno del progetto I secoli passarono, ma l’idea del canale non scomparve mai del tutto. Nel Novecento riemerse tra gli studi e le grandi opere immaginate dal regime fascista. Ancora una volta qualcuno pensò di collegare Tirreno e Ionio attraversando l’istmo di Catanzaro, evocando il sogno incompiuto di Dionisio. Furono elaborati studi e valutazioni, ma la realtà si impose ancora una volta. I costi erano enormi, le difficoltà tecniche considerevoli e i benefici troppo limitati per giustificare un’opera di quelle dimensioni. Non sarebbe stato un nuovo Canale di Suez né un’altra Panama. L’arrivo della guerra pose definitivamente fine anche a quell’ultima ipotesi. Un legame che non si spezza Così la Calabria è rimasta ciò che è sempre stata: una terra unita tra due mari. Forse è proprio questa la sua forza. Non un’isola separata dal continente, ma un ponte naturale tra mondi diversi. Un luogo in cui la Sicilia continua a essere vicina non solo per geografia, ma per lingua, tradizioni, cucina e cultura. C’era chi la chiamava “le Calabrie”, al plurale. Diceva che era troppo lunga, troppo diversa da un capo all’altro per essere raccontata come una sola terra. E forse aveva ragione. Nei secoli qualcuno ha davvero immaginato di dividerla in due, scavando un canale là dove la terra si restringe. Ma ogni volta la natura, la storia e il tempo hanno avuto l’ultima parola. Così il canale di Dionisio è rimasto soltanto un’eco del passato: una di quelle grandi idee che affascinano gli uomini, ma che la terra custodisce come semplici possibilità, lasciandole svanire nel vento. Fonti e approfondimenti – La battaglia di Spartaco – Il Dossone di Melia – Tinnaria. Antiche opere murarie sullo Zomaro – Da Capua all’Aspromonte: sulle orme di Spartaco, il gladiatore che fece tremare Roma, III. Tracce archeologiche in Calabria – Calabria Ulteriore – Dionisio I di Siracusa – Strabone – Wikipedia; Treccani; Strambone “memorie storiche” frammenti rinvenuti datati 7 a. C. Nota editoriale: Questo contenuto è stato rielaborato secondo lo stile editoriale di TaCuntu e arricchito con approfondimenti storici e fonti documentarie. Una versione analoga circola da tempo su diverse pagine e profili social, senza che sia possibile attribuirne con certezza la paternità originaria. Autore: Claudio Bova ©Riproduzione riservata Sostieni il progetto! TaCuntu non è solo un progetto, ma una missione che richiede il tuo sostegno. Donaci il tuo tempo, promuovi i nostri contenuti, seguici sui nostri canali Social,

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Aspromonte, alberi caduti nel bosco.

Il bosco non si pulisce?

Il bosco non si pulisce? In natura non è disordine: è vita che continua a trasformarsi Share Contenuto 1. Il bosco è davvero “disordinato”?2. La necromassa: una risorsa fondamentale3. Un ciclo continuo di trasformazione Il bosco è davvero “disordinato”? Quante volte, camminando in un bosco, hai pensato: “Che disordine, qui nessuno interviene”? Tronchi a terra, rami spezzati, alberi caduti possono sembrare segni di abbandono. In realtà fanno parte del funzionamento naturale della foresta. La necromassa: una risorsa fondamentale In natura non esiste il concetto di “disordine”, ma di equilibrio e processi ecologici. Il legno morto ha un nome preciso: necromassa. Non è uno scarto, ma una componente essenziale dell’ecosistema forestale, che sostiene e alimenta numerose forme di vita. Un ciclo continuo di trasformazione Su questi materiali si sviluppano insetti, funghi, microrganismi, oltre a piccoli mammiferi e uccelli che li utilizzano per nutrirsi o cacciare. La decomposizione restituisce nutrienti al suolo, rendendoli disponibili per nuove piante. Ciò che appare come caos è in realtà un ciclo organizzato di rigenerazione: nulla si spreca, tutto si riutilizza. Autore: Claudio Bova ©Riproduzione riservata Sostieni il progetto! TaCuntu non è solo un progetto, ma una missione che richiede il tuo sostegno. Donaci il tuo tempo, promuovi i nostri contenuti, seguici sui nostri canali Social, condividi con amici i nostri post, parla di noi! I nostri canali Social Facebook-f Instagram Youtube Whatsapp Telegram Video racconti Le nostre avventure skip render: ucaddon_post_list Iscriviti alla newsletter Niente SPAM promesso! Abilita JavaScript nel browser per completare questo modulo.Nome *Cognome *Email *Scegli le notizie che vuoi ricevere * Blog Rubriche Mi interessa tutto Trattamento dati * Ho letto l’informativa sulla privacy e acconsento Invia Continua a leggere… skip render: ucaddon_uc_card_post_carousel Questo è un avviso In questo articolo, troverai link di affiliazione Amazon e Google Adsense. Se acquisti tramite link Amazon, o clicchi sui banner pubblicitari di Google, guadagnerò una piccola commissione. Questo mi aiuta a supportare il mio blog e a creare contenuti di qualità. La nostra Newsletter NIENTE SPAM PROMESSO! Iscriviti qui!

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Sulle tracce di Donna Canfora: il fascino segreto della Costa Viola

Sulle tracce di Donna Canfora: il fascino segreto della Costa Viola Tra mito e mare, dove le onde raccontano una leggenda senza tempo Share Contenuto 1. La Costa Viola e una leggenda che vive nel mare2. Donna Canfora3. Una promessa d’amore eterna4. Una fama che attraversò il Mediterraneo5. Il mercato galleggiante6. L’inganno della nave7. Il gesto che cambiò la leggenda8. Il mare si tinge di viola9. Dove nasce il nome Costa Viola10. Un tramonto tra mito e realtà11. Perché visitare la Costa Viola La Costa Viola e una leggenda che vive nel mare Ci sono luoghi che si visitano con gli occhi e altri che si comprendono davvero solo ascoltando le storie che custodiscono. La Costa Viola, in Calabria, è uno di questi. Tra scogliere affacciate sul Tirreno, tramonti spettacolari e acque dai riflessi cangianti, ogni angolo sembra custodire un racconto antico. Tra tutti, quello di Donna Canfora è il più affascinante. Diritti di immagine riservati: Archivio fotografico di Claudio Bova Donna Canfora Nella località Pietrenere, poco distante da Palmi, viveva una donna straordinaria. Donna Canfora era nota per la sua bellezza, ma anche per la sua intelligenza, cultura e generosità. La sua vita sembrava perfetta, fino a quando la morte prematura del marito spezzò il suo equilibrio. Ritratti del Fayyum Una promessa d’amore eterna Dopo la perdita del marito, Donna Canfora scelse di dedicare la propria esistenza agli altri. Aiutava i più bisognosi e rifiutava ogni proposta di matrimonio che le veniva rivolta, anche da uomini potenti e influenti. Per lei il legame con il marito era eterno e nessuno avrebbe potuto sostituirlo. Una fama che attraversò il Mediterraneo La sua storia e la sua fama si diffusero ben oltre le coste calabresi. Nei porti del Mediterraneo si parlava di questa donna bella e virtuosa, attirando l’attenzione di alcuni pirati saraceni. Affascinati dalla sua notorietà, decisero di organizzare un piano per rapirla. Il mercato galleggiante I saraceni arrivarono a Pietrenere travestiti da mercanti. La loro nave era stata trasformata in un elegante mercato galleggiante, ricco di tessuti preziosi, tappeti orientali, gemme scintillanti e ceramiche raffinate. L’evento attirò la curiosità degli abitanti del luogo e molte donne si riversarono sulla spiaggia per ammirare quelle meraviglie. skip render: ucaddon_post_list L’inganno della nave Anche Donna Canfora, pur avvertendo un senso di inquietudine, fu convinta a visitare il mercato. Una volta salita a bordo, il capitano la invitò a seguirlo per osservare meglio la merce esposta. Fu allora che la trappola scattò: le vele vennero issate, l’ancora sollevata e la nave prese il largo. Il gesto che cambiò la leggenda Resasi conto del rapimento, Donna Canfora chiese soltanto di poter salutare un’ultima volta la sua terra. Si avvicinò alla poppa della nave, rivolse lo sguardo verso il cielo e verso la costa che si allontanava, poi si gettò in mare gridando: impara, o tiranno, che le donne di questa terra preferiscono la morte al disonore! Un gesto estremo che la leggenda ha trasformato in simbolo di libertà e fedeltà. Immagine rappresentativa creata con AI Il mare si tinge di viola Si racconta che nel punto esatto in cui Donna Canfora scomparve tra le onde, il mare cambiò colore. L’acqua si riempì di sfumature d’indaco, blu, turchese e viola, gli stessi colori del mantello che indossava. Da quel momento quelle tonalità sarebbero rimaste per sempre legate a questo tratto di costa. Dove nasce il nome Costa Viola Ancora oggi la costa che si estende da Palmi a Villa San Giovanni è conosciuta come Costa Viola. La tradizione popolare attribuisce questo nome alla leggenda di Donna Canfora, mentre la scienza lo spiega attraverso particolari fenomeni atmosferici e marini. I riflessi del sole e l’incontro delle correnti dello Ionio e del Tirreno creano infatti straordinarie sfumature violacee sull’acqua. Diritti di immagine riservati: Archivio fotografico di Claudio Bova Un tramonto tra mito e realtà Visitare la Costa Viola al tramonto significa assistere a uno spettacolo unico. Le scogliere si tingono di luce dorata, il mare riflette mille colori e la leggenda di Donna Canfora sembra tornare a vivere. In quel momento, mito e realtà si fondono in un’unica esperienza, regalando al viaggiatore uno dei panorami più suggestivi della Calabria. Diritti di immagine riservati: Archivio fotografico di Claudio Bova Perché visitare la Costa Viola La Costa Viola non è soltanto una destinazione balneare. È un luogo dove la natura incontra la memoria, dove ogni tramonto racconta una storia e dove le leggende diventano parte integrante del paesaggio. Chi arriva qui non porta a casa solo fotografie spettacolari, ma anche il ricordo di un racconto che continua a viaggiare sulle onde del mare. Autore: Claudio Bova ©Riproduzione riservata Sostieni il progetto! TaCuntu non è solo un progetto, ma una missione che richiede il tuo sostegno. Donaci il tuo tempo, promuovi i nostri contenuti, seguici sui nostri canali Social, condividi con amici i nostri post, parla di noi! I nostri canali Social Facebook-f Instagram Youtube Whatsapp Telegram Video racconti Le nostre avventure skip render: ucaddon_post_list Iscriviti alla newsletter Niente SPAM promesso! Abilita JavaScript nel browser per completare questo modulo.Nome *Cognome *Email *Scegli le notizie che vuoi ricevere * Blog Rubriche Mi interessa tutto Trattamento dati * Ho letto l’informativa sulla privacy e acconsento Invia Continua a leggere… skip render: ucaddon_uc_card_post_carousel Questo è un avviso In questo articolo, troverai link di affiliazione Amazon e Google Adsense. 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Gola Ficara Janca, Cascata Malacaccia e Monte Colaciuri

Gola Ficara Janca, Cascata Malacaccia e Monte Colaciuri Un viaggio selvaggio nel cuore dell’Aspromonte ionico Share Contenuto 1. Nel versante più selvaggio dell’Aspromonte2. La partenza all’alba verso Cirella3. Cirella e il cammino verso le gole nascoste4. Il pastore che conosce le gole dell’Aspromonte5. L’incontro davanti alla fontana 6. Il sentiero sospeso sotto Monte Iacono7. Verso la Cascata Malacaccia8. L’inizio del cammino9. Le rovine di Cirella e il fragore della fiumara10. Dentro la Ficara Janca: l’ingresso nella gola11. Quando la gola mostra il suo volto selvaggio12. Il pendio nel bosco e la salita fuori dal fiume13. Nel ventre della fiumara Ficara Janca14. Il masso che precipita nel bosco15. Gli ultimi passaggi verso la Cascata Malacaccia16. L’incontro con la Cascata Malacaccia17. Cascata Malacaccia: un ambiente remoto e primordiale18. Nel ventre dell’Aspromonte19. Il ritorno dalla gola: l’anello e la scelta di una via ardita20. La risalita della dorsale e l’impluvio verticale21. La progressione come scalata libera22. La vetta e lo sguardo sul vuoto23. Monte Colaciuri24. Un paesaggio di creste, rocce e valloni25. Il rientro lungo l’antico acquedotto26. Tra torrenti, cascate e antichi percorsi rurali27. I coltivi, i terrazzamenti e il ritorno alla civiltà28. La fine dell’escursione e il silenzio dell’Aspromonte Avvertenza Gli itinerari pubblicati su TaCuntu hanno carattere esclusivamente descrittivo e riflettono esperienze personali. Essi non costituiscono guide ufficiali, né consigli professionali. I percorsi possono includere sentieri poco evidenti, crinali esposti e terreni instabili. Chiunque decida di intraprendere gli itinerari descritti lo fa a proprio rischio e pericolo. Per la sicurezza personale, si raccomanda di:– Affidarsi a guide locali esperte;– Non percorrere da soli itinerari non segnati o poco conosciuti;– Utilizzare equipaggiamento adeguato e strumenti di orientamento idonei;– Verificare preventivamente le condizioni meteorologiche e del terreno. TaCuntu e i suoi gestori declinano ogni responsabilità per danni, infortuni, incidenti o perdite di qualsiasi tipo derivanti dall’utilizzo delle informazioni presenti sul sito. L’escursionismo deve essere praticato con prudenza, preparazione e rispetto del territorio. Nel versante più selvaggio dell’Aspromonte Ci sono esplorazioni in cui il traguardo rappresenta il momento più intenso della giornata. E poi ci sono itinerari come quello della Gola Ficara Janca, della Cascata Malacaccia e di Monte Colaciuri, dove il vero peso dell’avventura si misura nel ritorno.Da anni inseguiamo luoghi remoti, canyon nascosti e vallate dimenticate della Calabria più interna. Eppure questa volta la sensazione è diversa, più intensa, più ruvida. Forse perché certi ambienti non si limitano ad accoglierti, ti mettono alla prova. La partenza all’alba verso Cirella La giornata inizia molto prima del solito. Alle 6:15 ci ritroviamo con l’obiettivo di raggiungere Cirella, piccola frazione del Comune di Platì, entro le 8:30.Nonostante le lunghe giornate primaverili, sappiamo bene che in questi ambienti il tempo ha un valore diverso. Ogni ora di luce può diventare fondamentale quando si attraversano gole profonde, torrenti e versanti privi di sentieri evidenti.Il viaggio verso l’entroterra ionico regala sempre il carattere autentico di questa parte della Calabria. Le strade serpeggiano tra rigogliose vallate, paesi arroccati e montagne che sembrano emergere direttamente dalla pietra. skip render: ucaddon_post_list Cirella e il cammino verso le gole nascoste Il borgo di Cirella conserva ancora il fascino discreto dei paesi di montagna. Le case raccolte attorno alle strade strette, l’ospitalità semplice della gente e il paesaggio dominato dalle montagne, raccontano luoghi lontani dagli itinerari più battuti.Da questo piccolo centro inizia il nostro cammino verso ambienti sempre più aspri e isolati, dove l’acqua ha scavato gole profonde e creato luoghi quasi irraggiungibili. skip render: ucaddon_post_list Bruno, il pastore che conosce le gole dell’Aspromonte Precedenti sopralluoghi in quest’area ci avevano permesso di conoscere Bruno, un giovane pastore di circa trent’anni, che ha trascorso l’intera vita tra gli animali, i pascoli e le montagne dell’Aspromonte.Ad un primo sguardo, la vita di queste persone può sembrare quasi sospesa nel tempo, una quotidianità agreste, immersa nella natura, lontana dal traffico e dalle comodità urbane. Ma basta fermarsi qualche minuto in più ad ascoltare i loro racconti per comprendere una realtà molto diversa.Quella del pastore è una vita fatta di sacrificio, isolamento e resistenza quotidiana. Una dimensione scandita dai ritmi degli animali, dalle stagioni e dalle difficoltà di territori spesso duri da attraversare e ancora più duri da abitare. La natura qui non è uno sfondo romantico, è presenza costante, concreta, a volte severa. L’incontro davanti alla fontana Ci presentiamo puntuali davanti alla fontana del paese. Ad attenderci c’è Bruno, seduto sulla sua moto enduro, con un sorriso immediato e una stretta di mano sicura di chi queste vallate le percorre da sempre.La sua presenza è fondamentale. Conoscere l’accesso corretto alla Cascata Malacaccia non è affatto scontato, soprattutto in un territorio dove tracce e sentieri spesso si confondono con passaggi di animali e con antiche vie pastorali. Prima ancora di indicarci l’imbocco del sentiero, Bruno ci invita a seguirlo nel suo giardino per raccogliere le ciliegie, cerasa come vengono chiamate da queste parti. Un gesto semplice, spontaneo, che racconta perfettamente l’ospitalità discreta dell’entroterra calabrese. Il sentiero sospeso sotto Monte Iacono Lo seguiamo lungo uno stretto cordolo ghiaioso che corre ai piedi di Monte Iacono, un cammino in gran parte esposto su una vallata profonda e selvaggia.Questo tratto è parte di un antico itinerario che collega c.se Maila (400 metri) a Monte dei Due Mari (1070 metri), una dorsale storica che attraversa alcuni degli ambienti più spettacolari dell’Aspromonte meridionale. Sotto di noi si apre una gola scavata dalle acque del torrente Abbruschiato, anch’esso custode di gole, cascate e luoghi difficili da raggiungere.Da quassù il paesaggio appare aspro, quasi incontaminato. Le montagne precipitano verso il fondo valle e il silenzio viene interrotto soltanto dal vento e dal rumore lontano dell’acqua. skip render: ucaddon_post_list Verso la Cascata Malacaccia Dopo una generosa scorpacciata di ciliegie, salutiamo il nostro amico e decidiamo di iniziare finalmente il nostro cammino. Le sue indicazioni ci sembrano chiare e rassicuranti.In quel momento siamo convinti che raggiungere la Cascata Malacaccia non sarà un’impresa particolarmente complessa. Ma in Aspromonte le distanze non si misurano mai soltanto in chilometri. Qui ogni vallata, ogni pietra e ogni torrente possono cambiare completamente

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Le Prache di Casalnuovo e il Vallone Marte-Gigliola

Le Prache di Casalnuovo e il Vallone Marte-Gigliola Canyon nascosti dell’Aspromonte tra forre, cascate e creste selvagge Share Contenuto 1. L’Aspromonte come laboratorio di esplorazione lenta2. Il sopralluogo come forma di conoscenza del territorio3. Casalnuovo di Africo: un borgo sospeso nel tempo4. Il percorso verso Casalnuovo: tra sentieri e paesaggi rurali5. Storia e memoria: le alluvioni che segnarono Casalnuovo6. Punto di partenza: i ruderi e il Vallone Casalnuovo7. Vallone Maro Francesco e i corsi d’acqua effimeri8. Moka: l’incontro con i cani pastore9. Le Prache di Casalnuovo10. Un ambiente selvaggio scolpito dall’acqua11. Sul crinale di Monte Linsito12. Il pianoro di Previtera e il ritorno a Casalnuovo13. Verso Bova: trekking tra creste e valloni14. La cresta rocciosa tra il Vallone Marte e l’orizzonte ionico15. Il passaggio dal bosco alla pietra16. La cascata nascosta nel vallone Marte-Gigliola17. La discesa nel canyon e la magia della cascata18. Il ritorno e l’incontro con la montagna19. Avvertenza L’Aspromonte come laboratorio di esplorazione lenta La curiosità, spesso, ci conduce verso luoghi estremi, verso ciò che resta ai margini delle mappe più frequentate. Non è incoscienza ma un rapporto diretto con il territorio, un legame autentico con la montagna e con la sua memoria. Il sopralluogo come forma di conoscenza del territorio Il sopralluogo, nel linguaggio di chi frequenta questi posti, non ha nulla di spettacolare, è un movimento lento e metodico, fatto di piccoli spostamenti, di ritorni sugli stessi percorsi, di osservazioni ripetute. Ogni passaggio aggiunge un dettaglio nuovo ed è proprio qui che il cammino diventa anche una forma di conoscenza. Casalnuovo di Africo: un borgo sospeso nel tempo L’ultima esplorazione ci conduce a Casalnuovo, frazione del comune di Africo, in provincia di Reggio Calabria. Il borgo, oggi disabitato, si trova su una rupe a circa 700 metri di altitudine, sulla destra idrografica del torrente Apòscipo.Per chi si avventura lungo i sentieri di trekking in Calabria, Casalnuovo rappresenta una tappa significativa, non solo per il paesaggio, ma per ciò che resta della sua storia. Il percorso verso Casalnuovo: tra sentieri e paesaggi rurali Raggiungere Casalnuovo significa intraprendere un percorso che è già parte dell’esperienza stessa. Si segue inizialmente lo stesso itinerario che conduce ad Africo, attraversando paesaggi aspri e panoramici. Lungo la strada, la presenza di capre e mucche non sono elementi di contorno ma parte integrante del paesaggio. Superati i Campi di Bova, nei pressi del Monte Lestì (conosciuto anche come Monte Grosso), la via si apre a una biforcazione. Qui il tragitto cambia direzione deviando verso i resti dell’antico borgo di Casalnuovo. Storia e memoria: le alluvioni che segnarono Casalnuovo Come accadde per Africo, anche Casalnuovo fu profondamente segnato dalle alluvioni del 1951 e del 1953. Tra il 15 e il 20 ottobre 1951, piogge persistenti provocarono frane devastanti; fango, detriti e pietre scesero a valle, causando vittime e la distruzione di intere aree abitate. Da allora, questi luoghi conservano una memoria viva, che si percepisce ancora camminando tra i resti dell’antico abitato.Già nel 1797, lo storico Lorenzo Giustiniani descriveva Casalnuovo come un villaggio agricolo e pastorale, abitato da circa 600 persone, dedite anche alla produzione della seta. Secondo la tradizione riportata da Costantino Romeo, il territorio affonda le radici in un antico insediamento chiamato Tignano, da cui deriverebbe il nome “tignanisi”. Punto di partenza: i ruderi e il Vallone Casalnuovo L’escursione inizia tra i ruderi dell’antico paese. Davanti a noi si apre la frana di Punt.ne Casazri e il Vallone Casalnuovo, all’interno del quale scorrono le acque del torrente omonimo. Il territorio si articola in una rete complessa di impluvi e incisioni secondarie, tipiche di un ambiente modellato da piogge intense e dinamiche idrogeologiche attive. Vallone Maro Francesco e i corsi d’acqua effimeri Alla nostra destra si apre il vallone Maro Francesco, una profonda incisione valliva attraversata da un corso d’acqua che prende vigore nei periodi di piogge intense. Non è raro, in Aspromonte, incontrare toponimi che evocano vicende di vite tragicamente interrotte, quasi a sottolineare il legame profondo tra comunità e ambiente. skip render: ucaddon_post_list Moka: l’incontro con i cani pastore Poco prima del nostro avvio, dal nulla, ci fanno visita due cani pastore. Uno di loro, una graziosa cagnolina, quasi avesse già deciso di accompagnarci, si accoda al gruppo e inizia a seguirci lungo il sentiero, con l’andatura tranquilla di chi conosce già la strada. La batteziamo “Moka“, per quella macchia scura color caffè che le incornicia l’occhio sinistro e le dona uno sguardo dolce e curioso. A controllare ogni movimento, però, c’è anche Lilli, la nostra cagnolina. Diffidente e territoriale, segue con attenzione la nuova arrivata, sorvegliando le distanze e fissando con simpatica gelosia il confine entro cui è disposta a tollerare le attenzioni di Moka verso il gruppo. Le Prache di Casalnuovo Con l’aiuto di un drone individuiamo dall’alto un passaggio tra la vegetazione più fitta, unico varco possibile per proseguire. Lasciata la strada sterrata,  intercettiamo una traccia secondaria immersa nella macchia aspromontana. La discesa verso il torrente richiede attenzione. Il terreno, friabile e a tratti esposto, obbliga a muoversi con cautela tra rocce, arbusti e vecchi segni di passaggio. Dopo un breve avvicinamento raggiungiamo finalmente le acque del Maro Francesco, nel cuore di uno dei luoghi più sorprendenti e meno conosciuti dell’Aspromonte. Un ambiente selvaggio scolpito dall’acqua Questo tratto, noto come Prache di Casalnuovo, segnalato anche nel catasto forre della Calabria dagli appassionati di canyoning, conserva un carattere selvaggio e autentico. Placche levigate, gole scolpite dall’acqua e una sequenza di salti che raggiungono i quindici metri modellano un ambiente luminoso e dinamico, osservabile da diversi punti lungo il canyon. All’interno l’acqua scorre con un fragore continuo, riflettendo una sensazione inattesa di calore. Sul crinale di Monte Linsito Proseguiamo il nostro cammino seguendo una sottile traccia lasciata dagli animali, risalendo lentamente il versante opposto della valle. Il sentiero, appena accennato tra erba e pietre, ci guida fino al crinale del Monte Linsito.Raggiungiamo così un piccolo pianoro in località Previtera. Qui veniamo sorpresi dalla presenza di una numerosa famiglia di maiali neri, immobili a osservare con diffidenza il nostro passaggio. Il pianoro di

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Il Monastero greco-ortodosso dei Santi Elia e Filarete di Seminara

Il Monastero greco-ortodosso dei Santi Elia e Filarete di Seminara Un luogo silenzioso immerso nella Piana di Gioia Tauro, crocevia tra Oriente e Occidente, ideale per chi cerca spiritualità, storia bizantina e angoli autentici fuori dai percorsi turistici più battuti Share Contenuto 1. Il Monastero greco-ortodosso dei Santi Elia e Filarete di Seminara2. La storia: undici secoli di monachesimo italogreco in Calabria3. La Piana di Gioia Tauro: rifugio naturale e spirituale4. Seminara e la tradizione culturale calabrese5. Tra spiritualità e difesa dell’Ortodossia6. L’ortodossia in Calabria: non una novità, ma una radice7. Un’identità antica: la grecità della Calabria8. La svolta normanna e la perdita della memoria9. Una memoria che resiste sotto traccia10. Un viaggio dentro la storia invisibile11. Sant’Elia di Enna: il monaco che attraversò il Mediterraneo12. La fondazione del monastero di Seminara13. L’ultimo viaggio e il ritorno a casa14. Il ritorno via mare: da Salonicco a Tauriana15. Il monastero dopo Elia: memoria e continuità16. La fine di un’epoca: il terremoto del 178317. La rinascita nel XXI secolo18. Architettura bizantina calabrese: un dialogo tra spazio e fede19. Il campanile: tradizioni ancora vive20. La voce del monastero21. Il nartece: la soglia della fede22. La navata e i santi italogreci23. Cristo in trono: iconografia bizantina 24. La Porta Bella: simbolo di un confine aperto25. Perché visitare il Monastero di Seminara26. Informazioni utili per la visita27. Fonti e approfondimenti Chi percorre le strade secondarie che attraversano le campagne di Seminara, in provincia di Reggio Calabria, difficilmente si aspetta di imbattersi in qualcosa di simile. Eppure, tra il verde quieto della Piana di Gioia Tauro, quella che in antichità veniva chiamata Valle delle Saline, spunta una struttura silenziosa e discreta, che sembra custodire secoli di storia dentro le sue mura.È il Monastero greco-ortodosso dei Santi Elia da Enna e Filarete l’Ortolano, un luogo sacro che appartiene all’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Non è una semplice chiesa. È un punto di incontro tra mondi: tra Oriente e Occidente, tra la Magna Grecia e il Medioevo, tra il passato imperiale di Bisanzio e la Calabria contemporanea. La storia: undici secoli di monachesimo italogreco in Calabria Quando la Calabria era terra di monaci greci Per comprendere davvero questo luogo bisogna fare un passo indietro, anzi, parecchi.Dall’VIII secolo a.C., il Sud Italia è stato parte della Magna Grecia, una rete di colonie elleniche che portarono in Calabria lingua, cultura e radici spirituali profonde. Con l’avvento del Cristianesimo e la nascita dell’Impero Bizantino, la regione visse una seconda stagione di straordinario fermento culturale.Monasteri, comunità religiose e centri di studio teologico si diffusero in tutto il territorio, dando vita a quello che oggi viene definito monachesimo italogreco. skip render: ucaddon_post_list La Piana di Gioia Tauro: rifugio naturale e spirituale La Piana di Gioia Tauro, rappresentava il contesto ideale per la vita eremitica. I boschi offrivano rifugio ai monaci, spesso in fuga dalle incursioni islamiche che interessavano le coste. In questo scenario, Seminara divenne uno dei centri più attivi e importanti di questo fermento spirituale calabrese. Seminara e la tradizione culturale calabrese La storia di Seminara è legata a figure di grande rilievo, protagoniste di un dialogo culturale tra Oriente e Occidente.Tra queste spicca Barlaam di Seminara, teologo e filosofo che operò a Costantinopoli nel XIII secolo, contribuendo al dibattito religioso e filosofico del suo tempo.Accanto a lui, il suo allievo Leonzio Pilato, figura fondamentale per la diffusione della cultura greca in Europa. Fu maestro di Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, partecipando attivamente alla riscoperta dei testi classici durante il primo Umanesimo. Tra spiritualità e difesa dell’Ortodossia Un altro protagonista di questo territorio è San Luca il Grammatico, originario di Melicuccà. Il termine “grammatico”, dal greco grammatikòs, indica la sua formazione da letterato.San Luca fu uno dei più importanti difensori dell’Ortodossia in Calabria e divenne il primo vescovo della diocesi di Isola Capo Rizzuto, allora conosciuta come Asylon. La sua figura testimonia quanto la spiritualità bizantina in Calabria fosse radicata e influente. L’ortodossia in Calabria: non una novità, ma una radice La Calabria non è solo mare e borghi arroccati. È una terra stratificata, dove ogni sentiero attraversa secoli di storia. Camminando tra le colline e le pendici dell’Aspromonte, capita di imbattersi in luoghi che raccontano una verità poco conosciuta: l’ortodossia in Calabria non è un’eredità recente, ma una presenza antica, profondamente radicata nel territorio.Il Monastero di Seminara è uno di questi luoghi. Non è soltanto una meta culturale: è una tappa che cambia il modo di leggere questa terra. Un’identità antica: la grecità della Calabria Quando si parla di ortodossia, spesso si pensa a qualcosa di lontano, “orientale”. In realtà, in Calabria, essa rappresenta una continuità storica. Qui la cultura greca non è mai scomparsa.Dall’VIII secolo a.C., con la Magna Grecia, fino all’età moderna, la lingua e la cultura ellenica hanno attraversato queste montagne e queste vallate senza interruzioni. Mentre in gran parte dell’Europa occidentale il greco veniva dimenticato, in Calabria si continuava a parlarlo, a studiarlo e a trasmetterlo.I monasteri erano centri vivi: non solo luoghi di preghiera, ma anche di studio. I monaci ricopiavano testi antichi, custodendo opere che avrebbero poi alimentato l’umanesimo e il rinascimento.In questo senso, camminare oggi lungo questi territori significa attraversare una memoria viva, fatta di sentieri, ruderi e tradizioni ancora percepibili. La svolta normanna e la perdita della memoria Con l’arrivo dei Normanni nell’XI secolo, il quadro cambia radicalmente. Inizia un processo graduale ma deciso di latinizzazione della Chiesa meridionale.Vescovi e abati di rito latino vengono imposti, i monasteri greci vengono assorbiti o soppressi, e una parte importante della cultura locale viene progressivamente marginalizzata.Non si tratta solo di un cambiamento religioso, ma di una vera trasformazione culturale. La memoria dell’Italia bizantina si affievolisce, anche se non scompare del tutto. Una memoria che resiste sotto traccia Nonostante questo processo, la cancellazione non è mai stata totale. La memoria bizantina in Calabria continua a vivere, nascosta tra montagne, monasteri isolati e comunità resilienti.Ancora nel XVIII secolo emergono testimonianze di monaci che celebrano secondo il rito bizantino, segno che questa identità non

Il Monastero greco-ortodosso dei Santi Elia e Filarete di Seminara Leggi tutto »

Facciata della chiesa di Maria Santissima Assunta situata ad Arno, Reggio Calabria, con cielo azzurro e una scalinata d'ingresso, incorniciata da una staccionata colorata in primo piano.

Armo

Armo Natura e comunità: il legame tra sentieri e vita locale del borgo, anima rurale alle porte di Reggio Calabria Share Contenuto 1. Geografia di un borgo autentico2. Origine del nome e identità territoriale3. Camminare ad Armo: un’esperienza che sa di radici4. Il cuore del borgo: Piazza Chiesa e la vita di comunità5. La Parrocchia di Maria Santissima Assunta: fede e identità6. Armo e le radici basialiane7. Il dono del discernimento: tra agiografia e leggenda8. Il racconto di Sant’Elia9. La grotta eremitica di Sant’Arsenio: un luogo sospeso tra natura e spiritualità10. Un romitorio immerso nella natura selvaggia11. Geologia della grotta: un ambiente naturale modellato dal tempo12. Visitare la Grotta: comunità, accoglienza e turismo sostenibile13. Canyon Rumbulisi: avventura nascosta nell’entroterra reggino14. Origine del nome Rumbulisi15. La raccolta differenziata…in sella agli asinelli16. Tradizione e innovazione: un modello replicabile17. Armo: un esempio di sostenibilità tra i borghi italiani18. Consigli utili19. Fonte e approfondimenti Geografia di un borgo autentico La piccola frazione di Armo è adagiata su una rocca naturale ai piedi del monte San Demetrio (974 m s.l.m.), a soli 15 km a sud-est di Reggio Calabria. Il borgo domina dall’alto un paesaggio inciso dall’acqua: da un lato la fiumara di Armo, dall’altro il vallone di Luppari.  Origine del nome e identità territoriale Il nome Armo custodisce un legame profondo con la storia e la geografia del luogo. Alcune interpretazioni lo fanno risalire al greco “Armon”, ovvero grotta, un richiamo agli antichi rifugi naturali e agli spazi di culto che punteggiavano queste vallate.Altre letture parlano di “Armos”, rupe o sperone roccioso, descrivendo perfettamente la posizione strategica del borgo, sospeso tra cielo e vallate. Anche i toponimi locali accompagnano l’escursionista in un viaggio nel tempo: Pirgo (torre), Pegadi (sorgente), Gurnale (pozza d’acqua) evocano un paesaggio vissuto e nominato dalle civiltà che hanno attraversato questa parte di Calabria.  Camminare ad Armo: un’esperienza che sa di radici Esplorare Armo significa scegliere un ritmo diverso. I sentieri sono narrazioni vive che collegano natura e comunità. Le sue strette viuzze invitano a perdersi, a osservare, a fermarsi.  Accompagnati da Stefano Costantino, profondo conoscitore del territorio, scopriamo il borgo passo dopo passo.  Qui, dove i bambini giocano ancora per strada e il silenzio è parte del paesaggio, l’anima antica di Armo incontra una nuova sorprendente vitalità. Vivaci murales, realizzati dai giovani del posto, colorano le facciate delle abitazioni trasformando il paese in un esempio virtuoso di rigenerazione culturale.  Il cuore del borgo: Ruga da Cresia e la vita di comunità L’intero borgo di Armo si raccoglie attorno alla sua piazza principale, Piazza Chiesa, nota anche come Ruga da Cresia. È qui che il paese respira, tra incontri quotidiani, racconti condivisi e quella dimensione umana che rende unici i borghi dell’entroterra reggino.Sedersi su una panchina, osservare le porte socchiuse, ascoltare le voci che rimbalzano tra le case; tutto contribuisce a costruire un’esperienza autentica, perfetta per chi cerca turismo lento.È proprio in questa piazza che incontriamo la signora Fortunata, per tutti semplicemente “Nata”. Con naturale ospitalità si offre di accompagnarci alla scoperta della Chiesa parrocchiale di Maria Santissima Assunta, punto di riferimento spirituale e sociale per tutta la comunità locale. La Parrocchia di Maria Santissima Assunta: fede e identità La Parrocchia di Maria Santissima Assunta rappresenta il cuore religioso di Armo. Non è solo un edificio sacro, ma un luogo di memoria collettiva, dove si intrecciano tradizioni e storie di generazioni.Entrarvi significa immergersi in una dimensione intima, dove il silenzio racconta più delle parole. Qui, la fede è parte integrante della vita quotidiana del borgo, un elemento che rafforza il senso di appartenenza e di identità territoriale. Armo e le radici basiliane: spiritualità nell’entroterra calabrese La storia di Armo si intreccia profondamente con quella della vicina Motta Sant’Agata e con la presenza dei monaci basiliani nel territorio reggino.Questa eredità spirituale è ancora percepibile lungo i sentieri della Calabria meridionale, dove grotte, eremi e luoghi di culto raccontano una religiosità intensa e radicata nella natura. Tra le figure più suggestive della tradizione ascetica locale spicca Sant’Arsenio da Armo, monaco profondamente legato a questi luoghi, assieme al suo discepolo Sant’Elia Speleota. Il dono del discernimento: tra agiografia e leggenda Secondo l’agiografia monastica, Sant’Arsenio da Armo ricevette dallo Spirito Santo un dono raro e potente: la capacità di distinguere gli spiriti beati da quelli malvagi.Questo carisma gli permetteva di leggere nell’animo umano, comprendendo la sincerità del pentimento e la reale condizione spirituale dei fedeli. Un elemento che rafforza il fascino mistico di Armo, rendendolo uno dei luoghi più suggestivi per chi esplora le leggende della Calabria. skip render: ucaddon_post_list Il racconto di Sant’Elia Speleota: una storia tra fede e giudizio Nel suo Bios, Sant’Elia Speleota tramanda un episodio emblematico della vita del maestro Arsenio.Si narra del tentativo del monaco di convertire un mercante di schiavi, rimasto però indifferente ai suoi ammonimenti. Poco tempo dopo, l’uomo morì. La vedova, nel tentativo di ottenere perdono per l’anima del marito, chiese la celebrazione di una messa in suffragio.Durante la funzione, mentre Arsenio stava per pronunciare il nome del defunto, accadde qualcosa di straordinario: per tre volte, un angelo gli impedì di parlare, coprendogli la bocca. Un segno inequivocabile.Il monaco comprese allora che l’anima di quell’uomo non poteva essere salvata. Da qui nacque una riflessione destinata a rimanere nella tradizione orale del territorio: “Certi peccati sono leggeri come paglia o fieno, e facilmente vengono cancellati; altri invece sono pesanti come il ferro o il piombo… e difficilmente verranno rimessi” La Grotta eremitica di Sant’Arsenio: un luogo sospeso tra natura e spiritualità A pochi passi dal borgo, immersa in un paesaggio silenzioso e quasi intatto, si trova la Grotta eremitica di Sant’Arsenio.Situata a circa cinquecento metri a sud-est di Armo, a 375 metri di altitudine s.l.m., in località Sifurio, sulla destra idrografica della fiumara di Armo, questa cavità naturale rappresenta l’antico romitorio che accolse il santo durante la sua permanenza nel territorio reggino. Un romitorio immerso nella natura selvaggia La cavità conserva ancora oggi il suo carattere originario, con interventi umani minimi e discreti. Tra questi, spicca una colonna in muratura addossata

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Pittura religiosa di Andrea Valere, raffigurante l'incontro spirituale tra la Madonna e un pastore, con gregge di pecore e un albero di gelso

U miraculu di Ceza du Signuri

U miraculu di Ceza du Signuri Armo, storie di fede e mistero che animano il borgo Share Contenuto 1. Fede e memoria collettiva2. Spilingari, teatro del prodigio3. Miracolo di Armo: le pecore inginocchiate in adorazione4. La processione verso la Chiesa parrocchiale5. Fonti e approfondimenti Fede e memoria collettiva La Parrocchia di Maria Santissima Assunta, nel cuore di Armo, caratteristico borgo del comune di Reggo Calabria, custodisce un bellissimo dipinto di Andrea Valere. L’opera, donata per devozione, racconta un evento prodigioso noto come: U miraculu di Ceza du Signuri. Spilingari, teatro del prodigio Spilingari, località adagiata lungo la riva sinistra del torrente Armo, a valle dell’antico borgo, fu il luogo in cui si compì il miracolo. Negli anni ’90 dell’Ottocento alcuni ladri entrarono nella chiesa parrocchiale e rubarono oggetti sacri, tra cui una preziosa pisside. Per liberarsi delle Sacre Particole decisero di svuotarla sotto un albero di gelso, chiamato Ceza in dialetto locale. skip render: ucaddon_post_list Miracolo di Armo: le pecore inginocchiate in adorazione Il pastore Leandro Siclari guidava, com’era solito, il suo gregge lungo i sentieri che attraversano la valle. Improvvisamente notò un belare e un comportamento insolito delle pecore che si inginocchiarono intorno ad un piccolo mucchio di ostie, come a riconoscere un evento straordinario. Leandro, colpito dalla scena miracolosa, comprese subito che si trattava di qualcosa di speciale. Senza perdere un istante si diresse verso il paese per informare il parroco. Passando dalla contrada Pegadi incontrò alcuni abitanti del luogo. Tra loro c’era anche la giovane Felicia Marino di Domenico che percepì subito l’importanza del messaggio e corse anch’essa ad Armo per avvisare il curato del prodigio. Dipinto olio su tela di Andrea Valere, 2021 La processione verso la Chiesa Parrocchiale Accertata la veridicità dell’evento, il parroco e i fedeli si recarono a Spilingari tra canti e preghiere per recuperare le Sacre Particole, riportandole in chiesa. A chiudere la processione, il gregge guidato dal pastore, testimone silenzioso e fedele del miracolo. Fonti e approfondimenti – Plutino p.T.. ofm conv., I Cezza du Signuri in “Riparazione eucaristica” dell’A.L.E.R. della Provincia Picena, Anno 43, Genn. 2004 – MEGALIZZI F. D., La devozione eucaristica ad Armo, Parrocchia di Armo, Giu. 2016 Autore: Claudio Bova ©Riproduzione riservata Sostieni il progetto! TaCuntu non è solo un progetto, ma una missione che richiede il tuo sostegno. Donaci il tuo tempo, promuovi i nostri contenuti, seguici sui nostri canali Social, condividi con amici i nostri post, parla di noi! I nostri canali Social Facebook-f Instagram Youtube Whatsapp Telegram Video racconti Le nostre avventure skip render: ucaddon_post_list Iscriviti alla newsletter Niente SPAM promesso! Abilita JavaScript nel browser per completare questo modulo.Nome *Cognome *Email *Scegli le notizie che vuoi ricevere * Blog Rubriche Mi interessa tutto Trattamento dati * Ho letto l’informativa sulla privacy e acconsento Invia Continua a leggere… skip render: ucaddon_uc_card_post_carousel Questo è un avviso In questo articolo, troverai link di affiliazione Amazon e Google Adsense. Se acquisti tramite link Amazon, o clicchi sui banner pubblicitari di Google, guadagnerò una piccola commissione. Questo mi aiuta a supportare il mio blog e a creare contenuti di qualità. La nostra Newsletter NIENTE SPAM PROMESSO! Iscriviti qui!

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Ritratto storico dello scrittore inglese George Gissing, fotografia in bianco e nero pubblicata da RF Fenno & Co., New York, nel 1896.

George Gissing e la Calabria

George Gissing e la Calabria Un viaggio narrato sulle rive dello Ionio, tra Magna Grecia, paesaggi e memoria Share Contenuto 1. Quando la Calabria entra nella letteratura europea2. Chi era George Gissing: uno scrittore in cerca di Sud3. Il richiamo del Mediterraneo e la promessa della Magna Grecia4. Perché Gissing viaggiò in Calabria5. By the Ionian Sea: un diario di viaggio diverso6. L’itinerario ionico: dalle città antiche alla Calabria interna7. Le persone: dignità nella fatica8. Paesaggio e memoria9. Il contrasto tra Magna Grecia e modernità10. François Lenormant: la guida silenziosa11. Perché George Gissing è importante per la Calabria12. Perché George Gissing è importante per la Calabria13. Fonti e approfondimenti Quando la Calabria entra nella letteratura europea Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la Calabria era ancora una terra ai margini dei grandi itinerari culturali europei. Pochi scrittori si spinsero davvero lungo la costa ionica, osservandola senza filtri e senza esotismi. Tra questi, uno dei più lucidi e sensibili fu George Gissing, romanziere inglese dell’età vittoriana.Il suo viaggio nel Sud Italia, raccontato in By the Ionian Sea, non è un semplice resoconto turistico, ma una narrazione profonda del territorio; un incontro tra paesaggio, storia e condizione umana, in cui la Calabria entra a pieno titolo nella letteratura europea. skip render: ucaddon_post_list Chi era George Gissing: uno scrittore in cerca di Sud George Robert Gissing (1857–1903) fu uno degli osservatori più acuti della società vittoriana. Scrittore appartato, spesso ai margini del successo e in costante attrito con il proprio tempo, visse l’Inghilterra industriale come una gabbia morale prima ancora che sociale. La sua biografia è segnata da scelte estreme e da un senso di sacrificio quasi tragico. A differenza di molti autori che raccontarono la miseria da osservatori esterni, Gissing la conobbe sulla propria pelle. La povertà non fu per lui un tema letterario, ma una condizione quotidiana.  Pubblicato da RF Fenno & Co, New York, 1896, Public domain, via Wikimedia Commons Il richiamo del Mediterraneo e la promessa della Magna Grecia Fin da giovane, grazie allo studio del latino e della storia antica, Gissing sviluppò una fascinazione crescente per il Mediterraneo e per la Magna Grecia. Quelle terre del Sud Italia rappresentavano per lui non solo un passato glorioso, ma un’alternativa possibile alla modernità frenetica. Uno spazio dove il tempo sembrava scorrere diversamente, e dove il passato continuava a dialogare con la vita quotidiana. Perché Gissing viaggiò in Calabria Nel 1897, afflitto da problemi di salute e da un crescente senso di estraneità, Gissing lasciò Londra e intraprese un viaggio verso l’Italia meridionale. Cercava un clima più mite, ma soprattutto un luogo in cui la storia non fosse confinata nei libri o nei musei, bensì ancora visibile nei paesaggi, nei gesti, nelle parole della gente. Spingersi oltre Napoli, verso il Mezzogiorno più remoto, era considerato allora un atto bizzarro, quasi temerario. Per molti viaggiatori inglesi, partire per la Calabria equivaleva a un salto nell’ignoto.Prima di mettersi in viaggio, studiò testi classici e opere archeologiche. Tra queste, fu decisiva La Grande Grèce di François Lenormant, che divenne la sua guida invisibile lungo le coste ioniche. In uno dei passaggi più visionari dei suoi testi Gissin scrive: “Contemplerò il Mar Ionio, non solo da un treno o da un battello a vapore come prima, ma con molto tempo libero… Vedrò le rive dove un tempo c’erano Taranto e Sibari, Crotone e Locri.” In queste parole c’è già il senso del suo viaggio in Calabria: non una semplice esplorazione, ma un ritorno consapevole alle origini del Mediterraneo, dove il Sud non era periferia, ma centro del mondo. By the Ionian Sea: un diario di viaggio diverso Pubblicato tra il 1900 e il 1901, By the Ionian Sea: Notes of a Ramble in Southern Italy è uno dei testi di viaggio più intensi dedicati al Sud Italia.Non è una guida, né un libro celebrativo. È un diario narrativo fatto di: rovine della Magna Grecia, paesaggi ionici, inermi villaggi, incontri quotidiani. Gissing osserva senza idealizzare, ma con empatia e precisione. skip render: ucaddon_post_list L’itinerario ionico: dalle città antiche alla Calabria interna Nel suo viaggio lungo la costa ionica, George Gissing attraversa un Sud ancora fuori dalle rotte del turismo internazionale, seguendo un percorso che da Napoli lo conduce a Taranto, Metaponto, Sibari e Crotone, per poi addentrarsi nella Calabria interna: Catanzaro, Squillace, fino a Reggio Calabria. È un itinerario geografico e umano che racconta una Calabria autentica, segnata da povertà diffusa, malaria e isolamento, ma attraversata da una dignità profonda e silenziosa. Gissing osserva nuove figure sociali, assetti urbani irregolari, un paesaggio naturale che inizia a cedere il passo a una modernizzazione incerta e spesso violenta. Senza cercarlo, diventa testimone di una trasformazione postunitaria frammentata e carica di tensioni, dove progresso e marginalità convivono. Un racconto territoriale che ancora oggi aiuta a comprendere le contraddizioni storiche e sociali del Mezzogiorno d’Italia, lungo quell’asse ionico che unisce antiche civiltà e ferite contemporanee. Le persone: dignità nella fatica Uno degli aspetti più moderni del racconto è l’attenzione alle persone comuni. Il suo viaggio non è mai un esercizio estetico. Gissing osserva le rovine magnogreche, ma anche le mani dei contadini, il fango delle strade, la fatica dei pescatori, l’accoglienza degli oste. Non li osserva dall’alto, ma li racconta come protagonisti silenziosi del territorio. Una delle scene più intense riguarda una donna che tenta di vendere merci porta a porta, respinta ovunque, ma mai privata della sua dignità. “…carrying upon her head a heavy pile… she entered shops, and paused at house doors… yet she bore herself with a dignity not easily surpassed.” “…portando sulla testa un pesante mucchio di cose… entrava nei negozi e si fermava sulle porte delle case… eppure si comportava con una dignità non facilmente superabile.” È qui che la Calabria smette di essere paesaggio e diventa umanità viva. Estratto da: Linee di Storia della Calabria di Domenico Ficarra, Edizioni Logos, 1980 Paesaggio e memoria La costa ionica emerge come un luogo sospeso tra mare e rovine. Il mare Ionio, con la sua luce

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Valle grecanica osservata dalla vetta

Monte Cataluce

Monte Cataluce Viaggio nel cuore segreto del basso Ionio reggino: da Rocca di Varva a Monte Cataluce! Share Contenuto 1. Un territorio da raccontare: il basso Ionio reggino2. Nel territorio di San Lorenzo3. Rocche, volti e mito: la pareidolia nel paesaggio4. Dalla Rocca di Varva a Monte Cataluce: l’inizio del cammino5. Adattamento, concentrazione e pazienza6. Monoliti, affacci e sentieri dimenticati7. La vetta e l’incertezza del tempo8. Tra frane e antichi passaggi9. Terrazzamenti, rovi e memoria agricola10. Contrada Modafferi: silenzio e suggestione11. Il ritorno sul Sentiero dell’Inglese12. La notte, le fiumare e le luci della valle13. Un incontro che vale il viaggio14. Perché visitare Monte Cataluce?15. Domande frequenti16. Avvertenza Scheda tecnica Dove si trova Monte Cataluce?Monte Cataluce si trova nel territorio di San Lorenzo, nella provincia di Reggio Calabria, nel cuore del basso Ionio reggino, all’interno dell’area grecanica della valle dell’Amendolea.Monte Cataluce è un percorso adatto a tutti?Sì, Monte Cataluce può essere frequentato da escursionisti di diversi livelli lungo i percorsi ordinari. Tuttavia, l’itinerario descritto in questo articolo si sviluppa al di fuori dei tracciati escursionistici convenzionali e presenta condizioni di potenziale rischio. Leggere attentamente le avvertenze in fondo all’articolo. Dettagli tecnici🥾 Durata percorso: 6-7 ore (Rocche di Varva–Monte Cataluce)📏 Lunghezza: circa 11 km⛰️ Dislivello: +600 m⏱️ Difficoltà: EE💧 Acqua: portare almeno 1 litro a persona (assenza di fonti lungo il percorso)📸 Attrezzatura: Bastoncini, frontale, abbigliamento tecnico, GPS o app cartografica offline Un territorio da raccontare Prosegue la mappatura del basso Ionio reggino, un lavoro di esplorazione lento e consapevole che intreccia cammino, osservazione e racconto. Un viaggio attraverso luoghi iconici e profondamente identitari, dove la natura aspra e la memoria del territorio convivono lungo sentieri spesso dimenticati. Nel territorio di San Lorenzo Ci troviamo nel territorio di San Lorenzo, entroterra ionico della provincia di Reggio Calabria. Qui la natura domina incontrastata, tra rilievi aspri, silenzi profondi e tracce di un tempo che sembra essersi fermato. Un territorio che più volte ha incrociato il nostro cammino, rendendoci protagonisti di esperienze intense, imprevedibili e profondamente legate all’identità di questi luoghi. skip render: ucaddon_post_list Rocche, volti e miti: la pareidolia nel paesaggio L’area è caratterizzata da grandi rocce, che stimolano l’immaginazione. Qui, la mente associa spontaneamente le forme naturali a volti umani, figure mitologiche o animali, in un fenomeno noto come pareidolia (dal greco εἴδωλον “immagine” e παρά “vicino“). Non è un caso isolato. Dinamiche simili caratterizzano numerosi luoghi emblematici della Calabria, rafforzando il legame profondo tra paesaggio, percezione e narrazione del territorio. skip render: ucaddon_post_list skip render: ucaddon_post_list Dalla Rocca di Varva a Monte Cataluce: l’inizio del cammino Ripartiamo dalla suggestiva Rocca di Varva, con l’obiettivo di raggiungere la vetta di Monte Cataluce. La bellezza di questi luoghi si mostra intima e riservata, trasformando ogni passo in un’esperienza preziosa.Sulla strada incontriamo un anziano signore, custode spontaneo di queste terre. La sua accoglienza autentica ci ricorda che qui non si è semplici visitatori, ma ospiti accolti come parte di una comunità viva. Ci salutiamo con un arrivederci, certi che questo incontro tornerà nel nostro racconto. Adattamento, concentrazione e pazienza Il cammino si snoda lungo uno sterrato ai piedi di Monte Urda, reso insidioso dalle recenti piogge. Il terreno fangoso obbliga a muoversi con cautela su cordoli stretti, cercando appoggi tra rocce e cespugli. Ogni passo richiede equilibrio e attenzione. È l’essenza dell’escursionismo autentico, quello che non concede scorciatoie, fatto di adattamento, concentrazione e pazienza. skip render: ucaddon_post_list Monoliti, affacci e sentieri dimenticati Proseguiamo lungo il sentiero che unisce Rocca di Varva a San Pantaleone, tra monoliti e affacci panoramici che raccontano l’identità aspra di questo territorio.In direzione Barone, intercettiamo una traccia secondaria che ci conduce progressivamente alle pendici di Monte Cataluce. La risalita del costone, brullo e ciottoloso, regala sensazioni crescenti fino alla vetta. Nonostante il luogo sia già noto, la vista dall’alto restituisce la sensazione di una conquista. La vetta e l’incertezza del tempo Dall’alto si aprono nuove prospettive sulla Fiumara Amendolea e sull’intera valle grecanica. Ma il cielo cambia rapidamente. Rombolii lontani annunciano l’arrivo di nuove piogge.Decidiamo di rientrare affrontando l’incognita del percorso alternativo, con lo spirito rocambolesco e determinato che da sempre anima i nostri itinerari in montagna. Tra frane e antichi passaggi Carte alla mano, ci addentriamo in un vallone apparentemente ordinario, alla ricerca di un antico collegamento tra due promontori. La traccia, che dall’alto sembrava chiara, scompare tra frane e smottamenti.La discesa è ripida, il terreno fangoso e instabile. Avvicinandoci al torrente a fondo valle, il pantano limaccioso trattiene gli scarponi opponendo resistenza ad ogni passo. Sopra di noi, il fragore dei tuoni anticipa un cambiamento imminente, accompagnando il nostro arrivo sul greto. skip render: ucaddon_post_list Terrazzamenti, rovi e memoria agricola Risaliamo la dorsale tra rovi intricati e una vegetazione impenetrabile, nel tentativo di raggiungere antichi terrazzamenti. Ciò che un tempo era un passaggio sicuro oggi richiede uno sforzo intenso, quasi epico.Il progressivo abbandono ha lasciato campo libero a una natura rigogliosa e dominante. Tra pianori, un tempo coltivati ad aranci e ulivi, si percepisce ancora la memoria delle comunità agricole che modellavano il territorio con tenacia e resilienza. Contrada Modafferi: silenzio e suggestione Dopo una camminata intensa, raggiungiamo contrada Modafferi. Il paesaggio si apre lentamente rivelando i resti di un di un antico caseggiato adagiato su un imponente masso. Ai piedi della roccia si apre una grotta di ampie dimensioni, un tempo probabilmente adibita a stalla.Il silenzio che avvolge il luogo, l’umidità e l’immobilità del paesaggio regalano un’emozione intensa e sorprendentemente suggestiva. Il ritorno sul Sentiero dell’Inglese Tra ulivi e piccoli scorci di campagna incontaminata attraversiamo l’antico abitato dove poche case resistono al tempo. Reti per la raccolta delle olive e attrezzi agricoli testimoniano ancora una presenza discreta dell’uomo e segnalano al contempo una via d’uscita sicura nelle vicinanze.Proseguendo lungo il sentiero, giungiamo in località Grotta, tappa del primo sopralluogo e incontro felice con gli abitanti del posto. Qui recuperiamo un tratto del sentiero dell’inglese, uno degli itinerari più suggestivi della Calabria greca, dove borghi e paesaggi naturali si alternano in scenari sorprendenti. skip render: ucaddon_post_list La notte, le fiumare e le luci della valle La notte avanza. Da Calammati, sul

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