Africo
1. Africo
2. Le origini del nome: tra greco e latino
3. Tracce di un passato perduto
4. San Leo: il patrono che unisce Africo e Bova
5. Tra isolamento, povertà e resistenza
6. La tragica alluvione del 1951
7. La memoria locale e una diversa lettura degli eventi
8. Tra storia e memoria collettiva
9. Un esodo forzato: dalle montagne alla costa
10. La nascita di Africo Nuovo tra speranze e contraddizioni
11. Il difficile radicamento nella nuova terra
12. Il volto antico di Africo Vecchio: isolamento, comunità e testimonianze di un borgo remoto
13. La processione di San Leo: un filo tra passato e presente
14. Conclusioni
15. Consigli utili
17. Fonti e approfondimenti
Ci sono luoghi che, anche dopo essere stati abbandonati, continuano a raccontare la loro storia. L’antico borgo di Africo è uno di questi.
Ancora oggi, tra pietre consumate dal tempo e ruderi avvolti dal silenzio, è possibile leggere le tracce di un rapporto profondo tra l’uomo e una terra aspra, fatta di sacrificio, resilienza e appartenenza. Un legame che ha forgiato l’identità dei suoi abitanti e che continua a vivere nella memoria collettiva, ben oltre l’abbandono del borgo.



Le origini del nome: tra greco e latino
Il nome di questo paese affonda le sue origini in un passato lontano, intrecciandosi con la storia, la lingua e le tradizioni che hanno attraversato questo territorio. Alcuni studiosi lo riconducono al termine greco àprichos (ἄπριχος), mentre altri lo fanno derivare dal latino apricus, due radici accomunate dal richiamo alla luce, al sole e a luoghi esposti al calore dei suoi raggi.
Ma l’etimologia del nome rappresenta soltanto il primo indizio di un viaggio più ampio, che conduce indietro nei secoli, tra antichi miti, dominazioni, colonizzazioni e profonde esperienze spirituali che hanno contribuito a plasmare l’identità di questa terra.
Tracce di un passato perduto
Alcune ipotesi fanno risalire le origini dell’insediamento a un’epoca precedente alla colonizzazione magnogreca. Tuttavia, sono i reperti di età bizantina a fornire le testimonianze più attendibili dell’esistenza, in quest’area, di una comunità stabilmente organizzata.
Con l’arrivo dei monaci basiliani, verosimilmente già a partire dal X secolo, Africo assunse un ruolo di rilievo nella spiritualità della Calabria. Questi religiosi, rifugiatisi tra le asperità dell’Aspromonte per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste dell’Impero bizantino, fondarono eremi e monasteri destinati a diventare importanti centri di preghiera, cultura e diffusione della fede.
San Leo: il patrono che unisce Africo e Bova
Questo legame tra Africo e Bova non è solo spirituale, ma anche storico e culturale, testimonianza di un’epoca in cui la Calabria era crocevia di popoli, lingue e tradizioni.

Tra isolamento, povertà e resistenza
Le case, molte ancora ferite dal terremoto del 1908, sembravano aggrappate alla montagna in bilico tra rovina e resistenza. Il paese era isolato geograficamente, tagliato fuori dalle vie di comunicazione, e la povertà era talmente radicata da plasmare ogni aspetto della vita quotidiana. A peggiorare la situazione, tasse indiscriminate gravavano su una popolazione che già faticava a sfamarsi. Lo Stato sembrava aver dimenticato Africo, lasciando i suoi abitanti in un limbo di sopravvivenza primitiva.












La tragica alluvione del 1951
Le fonti storiche riportano che, nell’autunno del 1951, una violenta alluvione colpì il territorio di Africo e Casalnuovo. In pochi giorni, fiumi di fango e detriti devastarono case, campi e numerose aree circostanti, causando la morte di nove persone, tre ad Africo e sei a Casalnuovo e provocando ingenti danni. Di fronte alla gravità della situazione, le autorità disposero l’evacuazione dei due centri abitati. Migliaia di persone furono così costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, portando con sé soltanto ciò che riuscirono a salvare.
La memoria locale e una diversa lettura degli eventi
Accanto alla ricostruzione ufficiale, tuttavia, esiste una memoria locale che offre una lettura differente degli avvenimenti. Stando alle testimonianze tramandate da una parte degli abitanti di Africo vecchio, raccolte dallo scrittore Gioacchino Criaco, profondo conoscitore dell’Aspromonte, l’alluvione non avrebbe investito direttamente i centri abitati di Africo Vecchio e Casalnuovo. Fino alla metà degli anni Ottanta, infatti, gran parte delle abitazioni risultava ancora integra, spesso chiusa con gli arredi originali all’interno; soltanto una modesta frana avrebbe distrutto due o tre edifici.
Secondo questa ricostruzione, i borghi, edificati su rilievi naturalmente dominanti le fiumare e i torrenti circostanti, sarebbero stati in parte protetti dalla loro stessa posizione geografica. Le vittime, pertanto, non sarebbero morte all’interno dei paesi, ma nelle campagne circostanti o durante il tentativo di attraversare i corsi d’acqua dei torrenti.
Tra storia e memoria collettiva
Questa diversa prospettiva non intende negare la tragedia del 1951, ma invita a distinguere tra gli effetti dell’alluvione sul territorio e quelli sui centri abitati. La memoria collettiva degli africoti conserva infatti una narrazione che, per alcuni aspetti, si discosta dalla versione storica più comunemente riportata, offrendo una testimonianza significativa del rapporto tra il territorio, la comunità e la propria storia.
Un esodo forzato: dalle montagne alla costa
Lo Stato, attraverso pressioni e promesse mai pienamente mantenute, convinse gli abitanti ad abbandonare il vecchio paese, assicurando che si sarebbe trattato di una sistemazione temporanea di pochi mesi, necessaria soltanto per mettere in sicurezza le aree considerate a rischio di crollo. Per anni, la popolazione di Africo visse in una condizione di continua attesa, sospesa tra la speranza di un ritorno e l’incertezza del futuro.
Quello che doveva essere un breve periodo di transizione si trasformò invece in un lungo peregrinare durato oltre dieci anni. Una soluzione provvisoria divenne una condizione permanente di precarietà, segnando profondamente la vita di una comunità costretta a vivere lontano dalla propria terra d’origine.
La nascita di Africo Nuovo tra speranze e contraddizioni
Solo nel 1964, dopo circa tredici anni dall’abbandono del vecchio borgo, iniziò la costruzione di Africo Nuovo. Il nuovo insediamento sorse a circa ottanta chilometri dal paese originario, nel territorio di Bianco nella località prescelta di “Maglie“, conosciuta anche come “i campi della malaria”, nome che richiamava una delle più gravi emergenze sanitarie che avevano segnato storicamente questa parte della Calabria.
Le zone pianeggianti e paludose prossime alle fiumare ioniche erano infatti considerate per secoli aree malsane, caratterizzate dalla presenza della zanzara anofele, principale vettore della malaria. Questa malattia aveva profondamente condizionato lo sviluppo delle aree costiere della provincia di Reggio Calabria, spingendo molte comunità a cercare rifugio nelle zone interne e montane, proprio come era avvenuto per Africo e Casalinuovo.

Il difficile radicamento nella nuova terra
La ricostruzione di Africo Nuovo, tuttavia, iniziò in condizioni tutt’altro che definitive. Le prime abitazioni erano costituite da baracche donate dalla Croce Rossa svedese, simbolo di una sistemazione ancora lontana dall’idea di una vera rinascita.
La transizione verso la nuova realtà fu complessa e dolorosa. Il Comune rimase privo di confini amministrativi ufficiali fino al 1980, mentre una popolazione profondamente legata alla propria montagna, ai suoi ritmi e a un’economia rurale povera ma autosufficiente, si trovò improvvisamente sradicata dal proprio ambiente. Gli abitanti di Africo si ritrovarono così sospesi tra il ricordo del passato e la difficile costruzione di una nuova identità nel presente.
Il volto antico di Africo Vecchio: isolamento, comunità e testimonianze di un borgo remoto
Africo Vecchio sorge in un ambiente di straordinaria bellezza, ma segnato da condizioni di vita difficili dure e da un profondo isolamento.
Arroccato su un ripido versante a monte del torrente Casalinuovo, nel cuore più remoto e selvaggio dell’Aspromonte, il borgo ha visto la propria posizione geografica incidere profondamente sulla vita della comunità, modellandone abitudini, fatiche quotidiane e destino.
Tra le testimonianze più significative che si incontrano all’ingresso del paese spicca l’edificio della scuola elementare, dedicata a Umberto Zanotti Bianco, politico, intellettuale e meridionalista che dedicò ad Africo pagine intense, restituendone con sensibilità la bellezza, la dimensione umana e le profonde criticità sociali. Poco oltre si trovano i ruderi del Municipio, un tempo fulcro della vita amministrativa e civile del borgo.
Proseguendo lungo gli antichi vicoli, oggi avvolti dalla vegetazione che ha lentamente riconquistato gli spazi un tempo abitati, emergono i resti della Chiesa di San Salvatore. Il suo campanile, muto da decenni, resta uno dei simboli più evocativi della memoria di Africo Vecchio, silenzioso testimone di una comunità che per secoli ha trovato in questo luogo il proprio centro spirituale e sociale.





La processione di San Leo: un filo tra passato e presente

Conclusioni
Africo Antico non è soltanto una destinazione, ma un’esperienza capace di coinvolgere emozioni, memoria e suggestioni profonde.
Raggiungerlo significa intraprendere un viaggio che va oltre la semplice escursione, è un percorso nella storia e nell’anima di un luogo, quasi un pellegrinaggio tra le tracce del passato. Un territorio da scoprire per chi ama camminare tra natura e cultura, lontano dai circuiti turistici più consueti, alla ricerca di paesaggi autentici e storie ancora vive.




Consigli utili
Scarpe comode e resistenti: Il terreno è irregolare e scivoloso.
Acqua e provviste: Non ci sono servizi nelle vicinanze.
Macchina fotografica: La luce tra le rovine e la vegetazione crea scorci unici.
Fonti e approfondimenti
- - Caffè letterari Rhegium Julii 2026 | Incontro con l'autore Gioacchino Criaco
- - L’alluvione di africo
- - Del Santo Padre Nostro Leone di Africo - Storie di un monaco, di una reliquia e di un reliquiario
- - Il clamore del silenzio. “80 mq di silenzio” di Domenico Fazzari
- - Il caso "Africo". Dall'Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo
- - Africo Vecchio, il paese della “perduta gente
- - Ad Africo Vecchio sulle orme di Umberto Zanotti Bianco
- - La storia di Africo Antico: il destino funesto del paese fantasma nell’Aspromonte

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